Dio se la caverà

Gennaio 2014

Alan Poloni - Dio se la caverà

Un giorno, discutendo con Gianni, Timpano aveva colto appieno l’entità della propria inadeguatezza. L’amico voleva mostrargli una cosa al computer.

 «Non funziona» gli aveva risposto Timpano.

 «Che cos’ha?» 

«Non so. È più di un anno che è così…»

 «Eh? E com’è che fai a scrivere?»

 «Sono tornato alla macchina da scrivere. Mi trovo meglio». 

«Cosa? E per navigare? Come fai a navigare?» 

«Non navigo». 

«Ma sei impazzito?» 

«Perché?»

 «Sei senza speranze! Aspetta qui, vado in macchina e prendo il portatile».

 Gianni si muoveva rapido tra finestre e link. In un attimo era arrivato in una pagina incorniciata da piccoli dipinti di Malevič. «Questo è il mio sito».

 «Il tuo sito?»

 «Ci ho lavorato sopra due mesi. Ho fatto tutto io. Guarda che roba…» Una finestrella apriva le immagini di un filmato e si vedeva Gianni intervistato in un talk-show. Un’altra finestrella mostrava tutte le copertine dei suoi libri, e ogni copertina svelava un’impressionante serie di informazioni. Molte informazioni aprivano ad altre informazioni.

Un’altra finestrella mostrava il blog di Gianni, con decine e decine di interventi di lettori e appassionati che si firmavano con nomi strani. «Yogy78 è la mia preferita. È una ragazza di Verona. Ha fatto una tesi su di me. Mi scrive post bellissimi quasi ogni giorno…» 

«Ma… come hai fatto?» aveva chiesto Timpano. 

«Ho imparato. Sono cose che s’imparano alla svelta, te l’assicuro. È un linguaggio semplice, chiaro, rassicurante. È una tecnologia pensata per la società di massa, non per una limitata schiera di eletti. A navigare, bloggare, taggare, spammare deve essere l’idraulico, non Torquato Tasso. Mica devi imparare a comporre sonetti in endecasillabi…»

 «Capisco».

 «Tutto ormai passa da qui. Come fai ad essere scrittore, oggi, senza saper gestire questa tecnologia?» 

«Non lo so. Finora ero convinto che se ne potesse fare a meno…» 

«Come no… i tuoi vecchi lettori muoiono, e quelli nuovi non sanno nemmeno che esisti. I nuovi lettori non sanno che farsene dei tuoi geroglifici!»

 Timpano non aveva risposto. Quelle parole erano le sue campane a morte. Gianni era andato avanti. «Scommetto che non usi nemmeno il termometro di Google». 

«No…»

 «Mai fatto?»

 «No».

 «Scrivi il nome di uno scrittore, qua dentro».

 «Vivente?» 

«Come vuoi. Anche un classico».

Timpano digitò Flaubert Gustave. «Ecco qua: lo vedi questo numerino?» 

«Lo vedo». 

«Un milione e cinquecentomila risultati». 

«Che sarebbero…» 

«Le pagine web in cui si parla di lui. Questo conteggio riguarda il nome Flaubert Gustave. Se ci accontentiamo di Flaubert saliamo a… aspetta… vedi? Due milioni e ottocentosettantamila. Prova con un altro dai». 

Scrisse Melville. 2.770.000 risultati. 

«Dai, scrivi il tuo adesso».

 Timpano scrisse Timpano. 2.300 risultati.

 A Timpano parve un numero incredibile. 

«Non illuderti. La maggior parte sono siti di vendita on-line; il resto non è altro che il trasferimento di articoli di stampa o di recensioni riportate identiche in diversi blog. Prova con un contemporaneo...» 

Scrisse Baricco. 947.000 risultati.

 «Tu quanti risultati hai?» 

«Non mi ricordo… fammi vedere…»

 Gianni aveva digitato il proprio nome. 876.800. A Timpano si era fermato il cuore.

 «Google è solo un termometro. Ti dice semplicemente quanto sei vivo. Ma a me non interessa solo questo. A me non basta esser vivo. Io inseguo l’immortalità e l’immortalità ha un tempio, il tempio del sapere contemporaneo, lo spazio culturale e mediatico che a tutti gli effetti sancisce la grandezza letteraria...»

«Di che parli?» 

«Wikipedia».

 «E ci sei dentro?»

 «Da oltre un anno».

Quel pomeriggio era andato al centro commerciale e aveva acquistato un nuovo computer. Tornato, si era incollato allo schermo e c’era rimasto per tutta la sera, immergendosi e rovistando tra i duemila e trecento siti che citavano il suo nome. 

Era stato un viaggio interessante, a tratti della memoria, a tratti della scoperta. Aveva rinvenuto una vecchia recensione di Moravia che tanto l’aveva emozionato alla fine degli anni settanta; aveva trovato un’intervista sulla guerra del Libano che aveva molto fatto parlare di lui; c’era un elzeviro scritto per la morte di Caproni di cui aveva dimenticato l’esistenza.

 Poi si era cercato su Wikipedia. 

Non c’era. 

Aveva provato con altri nomi. C’erano quasi tutti gli scrittori della sua generazione, di quella successiva e di quella successiva ancora, ma di lui non c’era traccia. Evidentemente non era così importante da entrare nel tempio del sapere contemporaneo. 

Era andato a letto senza sonno, con gli occhi sbarrati, con un misto di eccitazione e angoscia che l’aveva tenuto sveglio per tutta la notte. 

Nei giorni seguenti gli prese una nuova mania: rimanere al computer giorno e notte a monitorare i risultati di Google, attaccato al mouse come fosse in rianimazione, fremendo in attesa di una ripresa del battito cardiaco o di una reazione neurologica. Allo stesso modo, teneva d’occhio Wikipedia, sperando che la modernità enciclopedica lo risollevasse dalla sostanza melmosa in cui vegetava da anni.

 Poi, una settimana più tardi, appurato che nessun miracolo l’avrebbe estratto vivo dalle macerie della sua carriera, aveva spento il computer, si era avvicinato alla libreria e aveva estratto la Garzantina.

 Cinque righe.  

Adesso o mai più.

 Ci aveva pensato a lungo, e adesso era giunto il momento di farlo. Prese un foglio, una penna e si mise alla scrivania