Gli Stonati

Settembre 2017

Alessio Romano - Gli Stonati

Un estratto dal racconto Semi di Federica De Paolis, contenuto all'interno della raccolta di racconti Gli stonati, a cura di Alessio Romano, pubblicato da Neo. Edizioni



  Un seme di mela: una lacrima solida. Uno di albicocca: una mandorla pelosa. Uno di nespola: il corpo scivoloso e luccicante di una lumaca. C’è un seme che non dovrebbe essere tra gli altri. Un intruso piccolo, tondo e verde marcio, potrebbe essere uno di quei vermi che si appallottolano: un onisco.
  «Anche questo?» domanda nostra figlia, mentre con le mani imbrattate di terra pianta i chicchi in superficie, in vasi di ceramica grezza, rosa carne, sul terrazzino di tre metri quadri, al secondo piano, di un quartiere a nord, della Roma bene.
  «Anche quello!» dice Boris mentre ci lisciamo con uno sguardo interrogativo. Come ci è finito un seme di Maria, lì?
  La nostra vita è diversa – è sempre una questione di semi, quelli che hanno fatto nascere i bambini, che ci hanno spinto a cambiare casa, per cui abbiamo preso una ragazza con noi, una tata nigeriana che mentre lavora, prega e canta. In un attimo ci siamo moltiplicati, la giornata è una somma di suoni gutturali, lo stridere di cucchiai e coltelli, la cena, una sediziosa adunata.
 
  Restiamo ancorati a pochi spicchi di passato: i film a letto, il caffè lungo, la marijuana. Abbiamo perimetrato le zone d’azione, abbassato i consumi. Si fuma affacciati alla finestra della cucina, nel terrazzino, non ci si muove con l’erba addosso, non si viaggia più con uno spinello in tasca. Le leggi le faccio io. Si fuma la sera, quando i bambini sognano: abbiamo una scatolina di latta rossa, dove entrano anche le cartine, la teniamo dietro una fila di volumi Einaudi sulla seconda mensola della libreria – appena abbiamo girato la canna, la scatola sparisce. Ci droghiamo come quando eravamo adolescenti, in punta di piedi, sottovoce, nebulizzando l’aria con una colonia ai fiori di lino. Ci droghiamo come quando i nostri genitori erano in casa, non è cambiato nulla, solo che ora i genitori siamo noi ma è come se non ce ne rendessimo conto, è sempre all’ombra di qualcuno che scivoliamo con le dita a mischiare il tabacco, aspirando mentre i respiri evaporano erba.

  Abbiamo sempre fumato, Boris e io. E i nostri amici. E gli amici dei nostri amici. Boris aveva uno spacciatore che si chiamava il Presidente, un antiquario romano che vendeva soprattutto oggettistica anni ‘60, con una voce scura, vecchia e rotta; io, invece, un pescivendolo che aveva il banco a Piazza Vittorio, er seppia. Un ragazzo grasso e cannibale, con due basette folte come spazzole: «Me so magnato uno squaletto ai caraibi, carne bianca, bono da morì... quanto te faccio? Du’ scudi, mezza piotta? Li voi i totatenelli... tiè, so’ così freschi che te li magni crudi!» Ci è sempre piaciuta l’erba, anche se io da ragazza avevo una predilezione per il polline: un fumo chiaro dal cuore giallo ocra che si frantumava con le dita, con un odore mellifluo e buono. Prima dei figli, tenevamo la marijuana in dei grandi barattoli di vetro, sparsi per la casa, pacchetti di cartine sulle mensole, sui braccioli delle poltrone, golf bucati dai lapilli, tettucci delle macchine ingialliti, finestre aperte, addormentarsi con la luce dell’alba, tagliare la città in due con il motorino.... Vivevamo in una casa grande con i pavimenti di marmo rosa e una greca gialla, vicino alla stazione, in mezzo a cinesi, gli indiani, i pazzi e quelli che sputavano e pisciavano. A Piazza Vittorio si galleggiava nei miasmi. Era la nostra coclea libera. Ci siamo trasferiti quando è arrivata la nostra prima figlia, abbiamo preso la ragazza a vivere con noi, quando è nato il secondo figlio. La nigeriana è stata il nostro testimone muto. Davanti a lei, ci siamo trasformati in genitori e la sera nei bambini che si arrampicano sulla libreria per prendere la marmellata: abbiamo fumato sul terrazzino, mentre lei sparecchiava, lavava i piatti. Dandole la buonanotte ridendo. Immaginando che ci percepisse come due discreti consumatori di droghe leggere. Innocui e giusti.

  È germogliato prima il melo e poi il nespolo, e poi, quel piccolo seme di Maria ha lavorato con tutte le sue forze, è diventato un ciuffo che sembra una palma – verde smeraldo, si è tuffata nella vita, grazie alle mani di Marta, che ogni sera con i suoi gesti spugnosi e il suo annaffiatoio porpora a forma di rana-regina bagna la terra e saluta la luna.
  Cresce tutto in un baleno, il nostro terrazzino è un’isola tropicale su cui esplode la luce del sole romano; i nespoli hanno foglie larghe e carnose, il melo sembra un ragazzino tisico, l’erba punta in alto; si sviluppa in due rami, il maschio e la femmina: sbocciano ciocche di fiori che deflagrano e profumano. Quando la pianta è alta come Marta, la tiriamo indietro, dove non è esposta agli occhi del mondo: viviamo in un condominio di professionisti, abbiamo una portiera francese che al mattino sibila: Bonjour. Gli unici esseri umani che riconosciamo come familiari sono una gruppo di zingari in fondo al piazzale davanti casa, vivono in una roulotte, hanno le facce butterate, trascinano buste di plastica, le donne nascondono i bambini sotto le gonne, scivolano sui giorni con due spicci tra le mani.
  Somigliano agli abitanti di Piazza Vittorio: la pianta sarebbe dovuta nascere lì, non è questo l’habitat delle coltivazioni illegali. Ma per noi, sono i tempi dei grandi concepimenti – dei semi – e non conoscono ragioni. Tutto sembra affidato al destino, ci diciamo mentre portiamo la femmina coperta da un telo bianco per attraversare l’atrio – Bonsoir, ça va? – al buio, nel bagno di un’amica senza prole e l’appendiamo a testa in giù, aspettando che secchi.
  Il raccolto è proficuo, tornano i barattoli come quelli delle conserve, trasparenti e lucidi, incapsulati dietro la fila dei libri Feltrinelli. Tutto resta uguale, se non fosse che ci sballiamo per un intero inverno e regaliamo manciate d’erba a chi passa per casa. I polmoni sono grassi di Maria, la testa leggera. La tata nigeriana si è fatta crescere i capelli. Il motorino l’abbiamo portato sotto la nuova casa, e lo abbandoniamo: ci spostiamo sicuri sulla macchina, siamo in quattro, siamo sciatalgie ed ernie espulse, vertebre schiacciate, bambini imbrigliati in seggiolini complicati, borghesi tranquilli.



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