Genesi 3.0

Marzo 2019

Angelo Calvisi - Genesi 3.0

Il Polacco fa segno di scendere.

Lo ignoro, rimango alla finestra con la sigaretta appoggiata alle labbra e lo osservo mentre tenta di sciogliere il groviglio di un cavo elettrico.

Non ci riesce. Scaglia il groppo a terra ed entra nel capanno degli attrezzi. Tiro un’altra boccata. Il fumo, per un attimo, nasconde la macchia di alberi che arriva fino all’orizzonte e io continuo a non capire se questa partita di tabacco sa di catrame o di polvere. Il Polacco intanto esce dal capanno, si piega sulle ginocchia, svita e riavvita qualcosa nel motore della falciatrice, poi si alza e comincia a sbracciarsi verso di me. Non lo sento, allora apro la finestra. L’aria è amara come certe radici, come le bacche che raccolgo nel bosco.

Il Polacco si è tolto i guanti da lavoro.

«Parassita maledetto» sbraita agitando il pugno, «il pane te lo devi guadagnare».

Richiudo la finestra, spengo il mozzicone nel posacenere di plastica Martini Dry e contemplo il manto di unghie mangiucchiate che si è depositato sul pavimento nel corso degli anni.

Vivo qui, in questa palazzina a due piani, da quando sono piccolo. È una costruzione con l’intonaco chiaro, a lato di una radura circondata dal bosco. Davanti al portone si allarga il cortile con il prato, l’orto, la stia delle galline e nell’angolo più lontano, accanto a un albero con le foglie viola, il capanno degli attrezzi. A destra inizia una strada diritta che porta alla Capitale.

Gli alberi corrono ai bordi della carreggiata, sono alti e formano una muraglia che rinchiude complesse genìe di animali selvatici.

Mi avventuro nel bosco tutti i giorni. Scorgo le code che vagano nell’ombra, sento il soffio del loro respiro, spesso m’imbatto nei cumuli della loro merda, in resti organici putrefatti. Vederne uno vivo, però, un corpo intero e palpitante di fronte a me, quello è quasi un miracolo.

Il Polacco lancia una manciata di terriccio sul vetro della finestra.

«Si può sapere che vuoi?»

«Devi aiutarmi a potare l’albero» urla puntandomi contro la roncola, «altrimenti vengo su e ti stacco quella testa di cazzo dal collo».

M’infilo gli stivali di gomma, una maglia celeste con la S di Superman e lo raggiungo. Percorrere il cortile è sempre un problema. Ha forme sfuggenti e, a seconda della posizione in cui ti trovi, sembra un trapezio, un triangolo equilatero e – benché raramente – un dodecagono irregolare molto schiacciato. A ogni passo i piedi affondano di più nell’erba umida. A queste latitudini il clima è scostante come una moglie stronza. Dopo la pioggia, nella terra smossa del cortile si contorcono colonie di vermi che quando si accorgono di me smettono di muoversi terrorizzati. Per le varie specie di invertebrati sono il boia. Per i grilli e le formiche sono l’oscuro deterrente. Io mi considero il sovrano dei pidocchi delle foglie. Mentre potiamo l’albero con le foglie viola, il Polacco canta una canzone del suo paese. Una melodia più malinconica diqualunque ululato del vento, di qualunque notte senza luna. Le parole sono incomprensibili, la sua lingua madre è un guazzabuglio di suoni aspirati e liquidi che mi è del tutto sconosciuto. Che poi il Polacco non è mica polacco. In Polonia ci ha soltanto combattuto durante la Luminosa Guerra.

Deve avere quindi almeno cinquant’anni, però ne dimostra una ventina di meno. Della sua esistenza prima del conflitto non si hanno notizie, non si conosce nemmeno il luogo in cui è nato, e questa incertezza sulle sue origini ha contribuito ad alimentarne il mito. Il suo nome cominciò a diffondersi mentre sul Mare del Nord infuriava la Battaglia di Derevina. In quell’occasione la sua tenace opposizione alle truppe d’occupazione fu eroica e tuttavia neppure la sua abilità di stratega riuscì a equilibrare il bilancio delle forze in campo. Dopo una serie di rotte inevitabili, gli alleati furono costretti a ripiegare verso lo scacchiere meridionale e se nei mesi successivi il disastro della capitolazione fu impedito ciò si deve esclusivamente all’intraprendenza e al coraggio del Polacco. Certe sere, davanti a una bottiglia di vino, la voce gli s’incrina mentre racconta le imprese che rovesciarono le sorti della Luminosa Guerra. La Presa del Bastione di Tulùc, nel massiccio centrale, la Beffa della Prigione di Màlima, quando il Polacco, assieme a uno sparuto gruppo di temerari, risalì le condotte fognarie dell’inespugnabile fortezza e liberò sedici compagni, e soprattutto la Riconquista della Capitale. In quella circostanza, tra quei sestieri sventrati, il Polacco fece il suo definitivo ingresso nel firmamento dei Padri della Patria, riportando alla luce decine di bambini rimasti intrappolati sotto le macerie e, a quanto sembra, anche me, che però dell’episodio – così come della guerra, delle distruzioni e della totale estinzione della mia famiglia – non ho un briciolo di ricordo diretto.