Gli anni

Febbraio 2016

Annie Ernaux - Gli anni

Un estratto dal libro Gli anni, pubblicato per L'orma editore.

 

Gli edifici della Ricostruzione emergevano dal terreno nell’intermittente cigolio delle gru. I razionamenti erano finiti e di tanto in tanto arrivava una novità, abbastanza distanziata dalla precedente e dalla successiva da essere accolta con uno stupore festoso, da dare il tempo di attardarsi in conversazioni sulla sua eventuale utilità. Giungevano come nelle fiabe, impreviste, inaudite. Ce n’era per tutti, la penna Bic, i campioncini di shampoo monouso, i sottotovaglia di gomma e i pavimenti in pvc, i Tampax e le creme per la peluria superflua, la plastica Gilac, il Terital, le luci al neon, il cioccolato al latte con le nocciole, il bicimotore VéloSoleX e il dentifricio alla clorofilla. Non ci si capacitava di tutto il tempo risparmiato grazie al minestrone in busta, alla pentola a pressione, alla maionese in tubetto. Si preferivano le conserve ai prodotti freschi, trovando più chic servire delle pere sciroppate rispetto alle fragole, i piselli in scatola rispetto a quelli dell’orto. Cominciavano ad avere una qualche importanza cose come la «digeribilità» degli alimenti, le vitamine e la «linea». Ci si meravigliava delle invenzioni che in un istante cancellavano secoli di gesti e sforzi, inaugurando un tempo in cui, come si diceva, non si avrebbe più avuto niente da fare. Le si denigrava: la lavatrice era accusata di sciupare la biancheria, la televisione di far male agli occhi e di far andare a letto a ore impossibili. Si badava a ciò che possedevano i vicini, li si invidiava se avevano comprato qualche simbolo di progresso che ne potesse determinare la superiorità sociale. In città, i giovanotti ostentavano le loro Vespe e volteggiavano attorno alle signorine. Dritti e fieri sui loro sellini, aspettavano di portarsene via una che, con il foulard annodato sotto il mento, li abbracciasse da dietro per non cadere. Quando li guardavamo allontanarsi scoppiettando in fondo alla strada avremmo voluto crescere di tre anni in un colpo solo.

Le réclame magnificavano le qualità degli oggetti con un entusiasmo imperioso e incessante, i mobili Lévitan sono garantiti per durare!, Chantelle, la guaina che non dà fastidio!, l’olio Lesieur è tre volte meglio!. Li decantavano con allegria, hop hop hop, evviva lo shampoo Dop, Colgate, ti spunta un fiore in bocca, con intensità, in casa entra la gioia quando c’è Lei, con il languore della voce di Luis Mariano, è Lou il reggipetto giusto per la donna che veste con gusto. Mentre facevamo i compiti sul tavolo della cucina, le réclame di Radio Luxembourg, così come le canzoni, trasmettevano la certezza di un avvenire felice e ci sentivamo circondati di cose assenti che un giorno ci saremmo potuti permettere. Nell’attesa di essere grandi abbastanza da usare il rossetto Baiser o il profumo Bourjois, con la j di “joie de vivre”, facevamo collezione delle figurine delle fiabe di La Fontaine che trovavamo nel cioccolato Menier, degli animaletti in plastica dei pacchi di caffè, e poi ce li scambiavamo durante la ricreazione. L’astuccio di plastica, le scarpe con le suole di gomma, l’orologio d’oro. Avevamo il tempo di desiderare le cose. Possederle non deludeva mai. Le si offrivano agli sguardi e all’ammirazione altrui. Custodivano un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione né nell’uso. Dopo averle finalmente ottenute, girandole e rigirandole tra le mani, continuavamo ad aspettarci da loro chissà cosa.

Il progresso era l’orizzonte delle esistenze. Significava benessere, salute dei bambini, case luccicanti e strade illuminate, il sapere, tutto ciò che voltava per sempre le spalle alle oscurità della campagna e della guerra. Era nella plastica e nella fòrmica, negli antibiotici e nelle indennità della previdenza sociale, nel lavello con l’acqua corrente e nel sistema fognario, nelle colonie di vacanza, nel proseguire gli studi, nell’atomo. Ogni occasione era buona per dire bisogna stare al passo con i propri tempi, e così facendo ci si mostrava intelligenti, di ampie vedute. In terza media si assegnavano temi dal titolo «I benefici dell’elettricità» o «Elabora una risposta per qualcuno che si metta a denigrare il mondo moderno». I genitori dicevano cose come, i giovani ne sapranno più di noi.

Nella realtà, la dimensione delle case costringeva bambini e genitori, fratelli e sorelle a dormire nella stessa stanza, si continuavano a usare bacinelle per lavarsi, i bisogni si facevano nelle latrine comuni poste all’esterno degli appartamenti, la stoffa degli assorbenti igienici riversava il suo sangue in secchi d’acqua fredda. I raffreddori e le bronchiti dei bambini si curavano con cataplasmi alla farina di senape. Le influenze degli adulti con un grog e un’aspirina. Gli uomini pisciavano contro il muro in pieno giorno e chi proseguiva gli studi suscitava diffidenza, c’era il timore di un’oscura ritorsione, di una sorta di contrappasso che avrebbe condotto alla follia chi aveva voluto innalzarsi troppo. Non c’era bocca a cui non mancasse qualche dente. La gente diceva, l’epoca non è mica la stessa per tutti.

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