Ti mettono in una scatola

Maggio 2014

Carlo Sperduti - Ti mettono in una scatola

Dove ogni novità nasconde errori

Ho tentato di evitarlo per settimane, ma hai fatto pressioni, hai minacciato una separazione, hai tirato fuori sospetti… sono stato costretto ad accettare che entrassi in casa mia, ed ecco il risultato…

Guardati, ora, lì per terra: non hai una bella cera, ed è tutta colpa tua… solo colpa tua…

Eppure sono stato chiaro su tutto, su ogni particolare. Hai insistito per venire a cena da me. Devo ammettere che in cucina non mi hai dato grossi problemi: sono riuscito a sopportare le tue mille piccole disattenzioni, tutti quei piccoli accenni di mancanza di rispetto nei miei confronti. Certo, però, che quando sei andata a lavarti le mani, prima di mangiare, potevi stare attenta a non urtare il nuovo box doccia: hai fatto saltar via un pezzo di plastica della rifinitura… ora dovrò incollarlo alla meno peggio: sarà terribile a vedersi.

Ho tentato di capirti, di comprendere che forse sei solo stata educata male, che non ti si può dare tutta la colpa. Ho perfino apprezzato certi tuoi sforzi, come quello di riporre la forchetta parallelamente al coltello… oppure il tentativo di riposizionare il bicchiere simmetricamente al mio dopo aver bevuto… ma c’è da dire che, nonostante la buona volontà, sei maldestra.

Mi capisci? Io ero davvero intenzionato a passarci sopra, te lo giuro, ma tu hai esagerato, questo devi riconoscerlo… non puoi non rendertene conto…

Dopo cena sei voluta venire in camera mia e io ti ho detto che forse non era il caso, ma tu hai insistito ancora… e io di nuovo ti ho accontentata. Ho dovuto spiegarti un po’ di cose e non si può certo dire che non te le abbia spiegate per bene. Cosa ti ho detto appena entrati, eh? Appena hai varcato la soglia di questa stanza, cosa ti ho detto, te lo ricordi? Ti ho detto: Anna, ascoltami, cerca di fare attenzione a questa porta, perché è un po’ difettosa e a volte non si chiude bene… a volte per chiuderla, ti ho detto, l’ho sottolineato e l’ho ribadito… per chiuderla devi sbatterla, forte, tenendo la maniglia abbassata e poi facendola risalire lentamente… così ti ho spiegato la cosa: niente di più semplice da tenere a mente, no? Una cosa ti avevo chiesto: di chiudere quella stronza di porta facendo attenzione a quella stronza di maniglia perché è difettosa, perché se io mi siedo davanti al pc o mi stendo a letto e poi vedo la porta aperta, magari un secondo dopo che mi sono messo a leggere – perché vedi, se mi metto a leggere a letto la direzione del mio sguardo sul libro è la stessa di quando da lì guardo la porta, quindi se scosto il libro anche per un istante vedo la porta – se mi capita questo un secondo dopo che mi sono messo a leggere, dico, io impazzisco… e lo sai perché, Anna? Sì che lo sai, perché te l’ho detto a chiare lettere, Anna! Impazzisco perché non sopporto le porte aperte, non le ho mai potute soffrire, e in particolar modo non sopporto di vedere aperta la porta della mia camera da letto… tu mi hai detto va bene, ci farò attenzione, non ti preoccupare… cos’era, una presa per il culo?

Ti sei voluta infilare nel mio letto… ok: facciamo l’amore… di cosa mi sono raccomandato prima di cominciare a spogliarti e di permetterti di togliermi la maglietta? Di questo almeno ti ricorderai, spero: mi sono raccomandato di non toccarmi in nessun caso, per nessun motivo, neanche per sbaglio, i capezzoli: perché se qualcuno mi tocca i capezzoli io provo la stessa sensazione che si prova allo stridere delle proprie unghie su una lavagna… proprio così te l’ho posta, la questione, con questa bella immagine della lavagna, per farti capire che ci dovevi proprio stare attenta, a questa cosa, ma tu a un certo punto sei voluta salirmi sopra perché ti riesce di venire solo se stai sopra… va bene, ti ho detto… vieni pure sopra, ti ho detto… e tu che cazzo fai quando inizi a dimenarti e te ne esci coi tuoi miagolii sempre più acuti? Mi afferri i capezzoli con tutta la forza… me li strizzi, cazzo! Io una cosa ti avevo chiesto: di non toccare i miei stronzissimi capezzoli perché se me li tocchi impazzisco… e tu proprio quello vai a fare, Anna, e neanche mi chiedi scusa ma continui a fare i tuoi comodi sopra di me finché non sei completamente soddisfatta… e io ho chiuso un occhio anche su questo, Anna, ti rendi conto che sono riuscito ad abbozzare anche di fronte a un comportamento del genere? Ho fatto finta di niente – non puoi immaginare con quanta fatica – e ti ho perfino accarezzata, abbracciata, baciata, subito dopo…

Hai detto: perché non leggiamo un po’, con tutti questi libri che hai? Hai chiesto: posso sceglierne uno? Io ti ho risposto: sì, fai pure, ma ti chiedo una cortesia… ti ho detto: lo vedi questo tavolino basso basso di fianco al letto? Ti ho detto: lo sai perché lo tengo qui vicino? No? Allora te lo spiego, ti ho detto… io questo tavolino l’ho fatto fare su misura, sì, proprio su misura, in modo che le nove colonnine di libri che ci vedi appoggiate sopra ne coprano esattamente la superficie se distanziate l’una dall’altra di due centimetri… infatti vedi? Così ti ho detto: vedi? Quei due centimetri di distanza tra le nove pile di libri definiscono dei piccoli corridoi. Se li guardi dall’alto, il tavolino sembra la cartina di un quartiere tutto costruito a perpendicolari e parallele senza neanche uno sgarro d’inclinazione. E i libri sembrano formare dei palazzi strani, come delle piramidi, perché mi sono premurato di innalzare ogni gruppo con un ordine decrescente di superficie dal basso verso l’alto… ho deciso quali libri avrei voluto mettere su un tavolino del genere, ho preso le misure di quelli che avrebbero fatto da base a ogni colonna e poi sono andato a farmelo costruire. Ti ho detto: a me piace tenerli così, vicino al letto, questi libri: questi e non altri… gli altri stanno sopra quegli scaffali, vedi? Invece queste nove serie di libri sono ognuna dedicata a un tema, vedi? Ti ho detto: questa è tutta storia moderna e contemporanea, quest’altra è letteratura poliziesca e horror, qui invece ci sono i libri dei miei quattro autori preferiti del Novecento, quella lì in fondo è tutta storia e teoria del cinema… e così via… questi sono i libri che voglio leggere e rileggere per tutta la vita… solo questi… per ora alterno una lettura a una rilettura, quando li avrò letti tutti saranno solo riletture. Ora, a me sembra di averti avvertita: se prendi un libro, Anna, per cortesia, ti ho detto, se prendi un libro rimettilo al suo posto, perché ogni libro su quel tavolo ha il suo posto che è solo suo e non quello di un altro… e poi ho aggiunto: soprattutto, Anna, ti ho detto, non mi togliere Bainton dalla cima di quella colonnina… puoi starci attenta? Mi hai detto: sì, ci starò attenta… e invece non ci sei stata attenta neanche per il cazzo! Cos’hai fatto cadere quando hai riposto il libro che avevi scelto, tra l’altro pure un po’ di sbieco, eh? Cos’è che hai fatto cadere, guarda caso? Proprio Bainton? Cos’è, lo fai apposta? Io una cosa ti avevo chiesto: di non spostarmi quello stronzissimo libro di Bainton dalla cima della colonnina di storia moderna e contemporanea e invece tu ti alzi per andare a pisciare e lo fai cadere… e neanche te ne accorgi… e io lì a rimetterlo a posto, mentre tu sei in bagno, e ancora una volta a fingere che non sia successo niente…

Mi hai chiesto: apriamo un minuto la finestra prima di andare a dormire? Mi hai detto: abbiamo fumato troppo, qui dentro, facciamo uscire un po’ di fumo, e poi fa caldo… mi hai detto: come fai a stare con la finestra chiusa d’estate? Avrei dovuto risponderti di farti i cazzi tuoi, invece ti ho detto: sì, hai ragione, Anna, apri un poco la finestra, ma poi ricordati di chiuderla, eh! Questo, almeno, l’hai fatto: prima di spegnere la luce e metterti a letto l’hai chiusa, la finestra. Ma cosa va a succedere quando comincio a prendere sonno? Succede che inizio a sentire quel rumorino, quel tac-tac-tac intermittente… succede che tento di ignorarlo per quasi un’ora, ma ogni volta che mi rilasso tac-tac, oppure tac-tac-tac-tac… succede che mi snerva, quel tac-tac, e succede che accendo la luce e pure tu ti svegli… ecco il bell’affare che hai combinato aprendo la finestra, Anna, ti ho detto… guarda un po’, ti ho detto, che razza di mostro sta svolazzando sulla finestra! Cazzo, Anna, ti ho detto, questa è la falena più grossa che io abbia mai visto, Anna… ed è lì che non ce l’ho fatta più, brutta stronza, e ho cominciato a insultarti, ti ricordi? Capisci che mi hai fatto saltare i nervi, cretina? Potrò tenere la finestra chiusa a casa mia, sì o no? A quanto pare secondo te no! La devi aprire, perché è estate! Perché fa caldo! Perché c’è puzza di fumo! Ma lo sai, Anna, che d’estate oltre al caldo ci sono pure le falene? E lo sai, Anna, che io ho il terrore delle falene? E lo sai perché, Anna, ho il terrore delle falene? Perché volano senza logica apparente, o con una logica che non è la mia, non è quella che io applicherei al volo, perché non sai mai da che parte si butteranno fra un secondo e certe volte sembrano precipitare e certe altre risalgono addossate alle pareti o alle finestre o in cerca di una luce… e hanno un corpo tozzo e volgare, pesante… e mi danno la sensazione di non poterle controllare perché volano senza logica e sbattono qua e là con quel tac-tac-tac di ali… quelle ali brutte che si ritrovano, quelle ali che servono solo a volare senza logica e a fare tac-tac e a non farmi dormire… e certe volte senti solo il tac-tac-tac-tac ma non capisci da dove viene, e c’è da impazzire… e poi, Anna! Cosa vedo quando cerco un giornale per tentare di abbatterla, quella bestia oscena? Eh? Cos’è che vedo, Anna? Vedo che c’è la porta semiaperta! E lo sai perché c’è la porta semiaperta, Anna? Certo che lo sai. C’è la porta semiaperta perché quando sei tornata dal bagno, evidentemente, ti sei dimenticata di chiuderla bene, come ti avevo detto di fare con quel giochetto della maniglia…

Ora, Anna, non puoi lamentarti se ti ho preso la testa, Anna, e te l’ho sbattuta quattro volte, Anna, contro lo specchio, Anna, più forte che potevo, Anna… non puoi lamentarti se ti trovi a terra, Anna, con mezza testa che neanche si capisce più che roba sia, Anna, col sangue che ti cola sui ricci, Anna, e te li degrada quei bei ricci che avevi, Anna, quei ricci che si stanno già indurendo col primo sangue che si secca, Anna… non puoi lamentarti, Anna, se a stento respiri ancora, Anna, e se tra poco non respirerai più, Anna… io invece sì che posso lamentarmi, Anna, perché come se non bastasse mi hai fatto andare in pezzi lo specchio, Anna, e ti ho detto mille volte quanto sono superstizioso, Anna… io invece sì che posso lamentarmi, Anna, perché mi hai imbrattato di sangue, Anna, con i tuoi schizzi a vanvera, Anna, le lenzuola, il muro e i libri, Anna, proprio quei libri sul tavolo, Anna… e io non posso perdonarti una cosa simile, Anna… io pensavo davvero che tu potessi piacermi, ma mi sbagliavo come ogni volta che credo che qualcuna possa piacermi davvero… come ogni volta che credo di imboccare la strada giusta con una donna e invece torno sempre dove ogni novità nasconde errori…



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Undici racconti. In Dove ogni novità nasconde errori la rigidità degli schemi mentali è esasperata fino al delitto gratuito; in Box doccia la presa di coscienza di costrizioni quotidiane apre la strada a una nuova visione del mondo; in Cinema l’esercizio di un’immaginazione strategica salva la protagonista da una pessima proiezione e da una diffusa maleducazione; ne Il gosclo i meccanismi del linguaggio verbale sembrano superarsi nel momento in cui si confermano… In ogni storia ci sono scatole, reali o metaforiche, e limiti da accettare, superare o di cui sfruttare il potenziale.