La Carne

Gennaio 2016

Cristò - La Carne

Un estratto dal libro La Carne, in uscita per Intermezzi Editore.

PRIMO.

IL PITONE

In cui il mondo non è come quando avevo otto anni; conosciamo Tancredi; guardo un film porno; perdo qualcosa.

Ho in mente una storia che non ha niente a che fare con tutto questo. Oppure c’entra eccome. In ogni caso si tratta di un dottore e il mondo è come era prima, come quando avevo otto anni. Solo che io non ci sono e neanche tutti quelli là fuori che fanno la fila per mangiare un pezzo di carne.

Questo dottore un giorno riceve un paziente che sembra molto preoccupato. Gli chiede che cosa si sente, se ha la febbre, ma quello gli mostra un foglietto scritto a mano e gli dice che l’ha trovato sul tavolo della cucina appena sveglio e che era a casa da solo e quella è proprio la sua grafia.

L’ho scritto io – gli dice – ma non me lo ricordo e non capisco neanche che cosa voglia dire quello che ho scritto.

Il dottore comincia a leggere. È un proclama anarchico. Pace, libertà, cose così. Un linguaggio asciutto e preciso, militante. Il paziente è un muratore, ha la terza media.

Nel mondo com’era quando avevo otto anni i dottori spiegavano tutto in maniera scientifica quindi il dottore parla al paziente di sonnambulismo e scrittura automatica.

Naturalmente si sbaglia.

Non si sbaglia del tutto, ma si sbaglia.

I pazienti arrivano uno dopo l’altro e tutti hanno un foglio scritto in piena notte e tutti i fogli parlano di un sacco di cose.

Questa storia ce l’ho in mente da molti anni. Anche adesso che è la prima volta che sono nudo davanti a un estraneo, adesso che ho ottanta anni e che l’estraneo è una donna che ne avrà quarantacinque, adesso che sono seduto su un banchetto di legno e che la donna mi sta lavando con una spugna ruvida in ginocchio ai bordi della vasca. Fumo una sigaretta e lascio cadere la cenere nell’acqua. Le dita bagnano il filtro e il fumo arriva nei polmoni tiepido.

Il dottore, quello vero, ha detto che non sa spiegare perché faccio tanta fatica ad alzarmi da solo. Le mie gambe sono così deboli e la mia schiena così dolorante.

Nel mondo com’era quando avevo otto anni avrei fatto delle analisi, delle radiografie, avrei preso qualcosa di più forte di queste tre aspirine al giorno che hanno lo stesso sapore, la stessa forma, la stessa scatola verde e bianca che avevano settantadue anni fa. I dottori del mondo com’era quando avevo otto anni avrebbero detto il nome di qualche malattia e non semplicemente vecchiaia.

Il dottore della mia storia, invece, comincia a indagare. Lui ha il nome di un eroe. Il nome di un’opera lirica, un nome drammatico. Potrebbe essere Ernani o Tancredi. Ecco: Tancredi mi sembra meglio.

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