Dialogo incompiuto

Gennaio 2014

EttoreBaldassarre - Dialogo incompiuto

“Dimmi ragione del mio essere, quanto è lungimirante il tuo amore per me?”

“E’ l’essenza della mia esistenza. Si spegneranno gli astri prima che la fiamma del mio sentimento per te si affievolisca, ma perché questa domanda? Non è forse noto quanto io t’ami?”

“E’ la premessa che desidero ascoltare prima di esprimerti il pensiero che turba le mie notti insonne. E’ costante e solo Dio conosce quanto una donna possa esservi legata una volta che il seme della speranza attecchisce in lei… Già scorgo un’ombra calare sul tuo bel viso, il tuo sguardo farsi cupo al sol pensiero della confidenza c’ho da farti”.

“Perché è chiaro come cristalli di fonte ciò di cui tu vuoi farmi noto, non è forse argomento di cui più d’una volta abbiam speso le ore a discorrere. Credevo in fede mia d’aver chiarito il mio punto d’osservazione, perché ad oggi t’ostini a setacciare in me l’accondiscendenza alla tua richiesta?”

“Perché io lo desidero. Quasi due lustri trascorsero dal miracoloso sì che ci unì a famiglia, ebbene io l’agogno, donare al mondo la testimonianza vivente del nostro pulsante amore. Una creatura che possa mirare in noi l’eco della vita stessa e noi in lui, che muova i suoi infermi passi sul sentiero impervio del mondo, e vederli divenire stabili e risoluti. Desidero avvertire sul mio seno il calore di pargole labbra, e perdermi negli occhi della purezza. E’ forse il tuo cuore tanto oscurato dalla notte del mondo da non permetterti di estraniar la tua vera e viva volontà, giacché io ben so, e l’eternità m’è testimone, ch’anche tu aspiri al medesimo traguardo”.

“Taci. Se così bene sai tu scrutare la mia mente e il mio cuore, avrai più d’altri la valentia di comprendere l’ostilità che mi muove a dir di no. Tu agogni a un fanciullo in fasce, limpido è il tuo pensiero, un’amorevole creatura donata dall’amore di due anime affini, ma lascia che io mescia in te il fluido del buon senso. Mira cosa è divenuto questo nostro mondo, non scorgi tu la cupidigia, la stoltezza che si fondono in un caos di crisi globale e umana. Stento io stesso a dar seguito ai nostri giorni con l’umile mansione ch’io svolgo. Le lacrime di giubilo e commozione che bagneranno la seta del tuo viso diverranno amare lacrime d’una madre disperata, come la moltitudine di cuori illusi che si perdono lì fuori nel ardente calderone della miseria.  L’amore nostro sarà il suo sostentamento? Lo disseterai presso la fresca fonte della speranza? E con cosa lo copriremo? Gli tesseremo un abito fatto di sogni e merletti?. In principio sarà come avere il paradiso in terra, come danzare sulle ali di creature celesti in un vorticare di sorrisi e beatitudine imperturbabile. Sicché poi verrà da noi come piaga strisciante l’aspro morbo della realtà, che c’imporrà di deporre in ferree casseforti i nostri ottimismi e ci ottenebrerà la felicità con carichi eccessivi di fatiche che a nulla varranno per la crescita della nostra beneamata prole.”

“Ma gl’altri…”

“Non lasciar che occhi e orecchie si perdano altrove e che illudano il tuo cuore. Fa sì che essi indugino qui e ora, che sentano l’umiltà che ravvisino lo stento. Non lasciar che la tua mente peregrini sui binari rosi della speme”.

“E’ dunque così. Mi rammarico d’aver speso minuti sì vanamente. Occludi gli occhi da qui a pochi attimi, dopodiché dell’essenza della tua esistenza, come pocanzi avanzasti tu, ti resterà solo l’amaro suono di lacrime versate oltre la parete”.

“Dimmi ragione del mio essere, quanto è lungimirante il tuo amore per me?”

“E’ l’essenza della mia esistenza. Si spegneranno gli astri prima che la fiamma del mio sentimento per te si affievolisca, ma perché questa domanda? Non è forse noto quanto io t’ami?”

“E’ la premessa che desidero ascoltare prima di esprimerti il pensiero che turba le mie notti insonne. E’ costante e solo Dio conosce quanto una donna possa esservi legata una volta che il seme della speranza attecchisce in lei… Già scorgo un’ombra calare sul tuo bel viso, il tuo sguardo farsi cupo al sol pensiero della confidenza c’ho da farti”.

“Perché è chiaro come cristalli di fonte ciò di cui tu vuoi farmi noto, non è forse argomento di cui più d’una volta abbiam speso le ore a discorrere. Credevo in fede mia d’aver chiarito il mio punto d’osservazione, perché ad oggi t’ostini a setacciare in me l’accondiscendenza alla tua richiesta?”

“Perché io lo desidero. Quasi due lustri trascorsero dal miracoloso sì che ci unì a famiglia, ebbene io l’agogno, donare al mondo la testimonianza vivente del nostro pulsante amore. Una creatura che possa mirare in noi l’eco della vita stessa e noi in lui, che muova i suoi infermi passi sul sentiero impervio del mondo, e vederli divenire stabili e risoluti. Desidero avvertire sul mio seno il calore di pargole labbra, e perdermi negli occhi della purezza. E’ forse il tuo cuore tanto oscurato dalla notte del mondo da non permetterti di estraniar la tua vera e viva volontà, giacché io ben so, e l’eternità m’è testimone, ch’anche tu aspiri al medesimo traguardo”.

“Taci. Se così bene sai tu scrutare la mia mente e il mio cuore, avrai più d’altri la valentia di comprendere l’ostilità che mi muove a dir di no. Tu agogni a un fanciullo in fasce, limpido è il tuo pensiero, un’amorevole creatura donata dall’amore di due anime affini, ma lascia che io mescia in te il fluido del buon senso. Mira cosa è divenuto questo nostro mondo, non scorgi tu la cupidigia, la stoltezza che si fondono in un caos di crisi globale e umana. Stento io stesso a dar seguito ai nostri giorni con l’umile mansione ch’io svolgo. Le lacrime di giubilo e commozione che bagneranno la seta del tuo viso diverranno amare lacrime d’una madre disperata, come la moltitudine di cuori illusi che si perdono lì fuori nel ardente calderone della miseria.  L’amore nostro sarà il suo sostentamento? Lo disseterai presso la fresca fonte della speranza? E con cosa lo copriremo? Gli tesseremo un abito fatto di sogni e merletti?. In principio sarà come avere il paradiso in terra, come danzare sulle ali di creature celesti in un vorticare di sorrisi e beatitudine imperturbabile. Sicché poi verrà da noi come piaga strisciante l’aspro morbo della realtà, che c’imporrà di deporre in ferree casseforti i nostri ottimismi e ci ottenebrerà la felicità con carichi eccessivi di fatiche che a nulla varranno per la crescita della nostra beneamata prole.”

“Ma gl’altri…”

“Non lasciar che occhi e orecchie si perdano altrove e che illudano il tuo cuore. Fa sì che essi indugino qui e ora, che sentano l’umiltà che ravvisino lo stento. Non lasciar che la tua mente peregrini sui binari rosi della speme”.

“E’ dunque così. Mi rammarico d’aver speso minuti sì vanamente. Occludi gli occhi da qui a pochi attimi, dopodiché dell’essenza della tua esistenza, come pocanzi avanzasti tu, ti resterà solo l’amaro suono di lacrime versate oltre la parete”.