Le campane di San Gabriele

Luglio 2013

EttoreBaldassarre - Le campane di San Gabriele

“Mi dici come si mette l’esca all’amo?”. La candida voce del bambino appollaiato sul muricciolo di cemento, si disperdeva nell’aria, trasportata lontano dalla brezza, come sabbia nel vento di scirocco. La luce del sole si gettava tra i flutti del mare, e i suoi riflessi mutavano sulla superficie dell’acqua in infiniti cristalli danzanti. Il vecchio, seduto sulla sedia di vimini, non rispose all’ingenua domanda. Il suo sguardo osservava lontano, oltre la banchina contro la quale placidamente s’infrangevano le piccole onde sollevate dal vento proveniente dall’ovest, lì dove il mare segna quella sottile linea invisibile con il cielo, sopra la quale si vanno a posare i sogni di chi ama sperare. “Francesco, mi rispondi?”, domandò il piccolo con insistenza. “Mi devi chiamare Ciccio, mi hanno sempre chiamato così”, rispose l’anziano, mentre con una mano si carezzava la bianca chioma dei suoi capelli scomposti dal vento. Chi si fosse trovato a passare su quella banchina, lo avrebbe preso per un vecchio lupo di mare, il protagonista di antiche novelle scolpite nelle colonne del tempo. Indossava abiti poveri, un vecchio pantalone del colore della notte, e una leggera camicia che lasciava intravedere un fisico consumato dal tempo, mentre l’ispida barba e la bianca chioma sulla testa, incorniciavano un volto duro e corrucciato, solcato da profonde rughe, testimoni di una vita passata nel mare. Alcune barche tirate in secco per l’inverno riposavano serenamente, e piccoli pescherecci attendevano pazienti la notte, coccolati dalle acque, mentre dalla spiaggia in lontananza giungeva il rumore della risacca delle onde. “Ti racconto una piccola storia, una leggenda che le persone del posto si divertono a raccontare a chi viene da lontano”. “Mi piacciono le storie” disse il bambino voltandosi, e il suo sguardo andò a posarsi lì dove il vecchio uomo del mare stava a sedere. “Anche questa ti piacerà”, voltò il capo dietro di se, dove la scogliera tratteneva la furia delle onde nelle notti di tempesta. “Per anni ho pescato su quella scogliera. Questo mare è mio amico, e ha buona memoria, lui si ricorda bene di me, così come io di lui. Quando ero giovane solevo uscire di casa al mattino presto, salivo su uno di quegli scogli sporgendomi in avanti e lavarmi la faccia con quell’acqua salmastra. La gente non ha quest’usanza, anzi quando s’immergono nel mare, una volta a casa lavano il proprio corpo con dell’acqua dolce per rimuovere il sale, ma a me piaceva così, avevo bisogno di sentirlo su di me, sulla mia pelle”. Il bimbo dondolava le gambe dinnanzi a se, quindi alzò gli occhi catturato dal verso stridulo di alcuni gabbiani, avidi compagni di coloro che navigano sulle acque. “Io vado in spiaggia con mamma, quando ritorno lei mi fa subito la doccia, perché altrimenti dice che sono appiccicoso, e papà si arrabbia”. Per qualche secondo nessuno dei due fiatò, lasciando alla natura e al porto il compito di rompere quel meraviglioso silenzio. “Raccontami la tua storia, di cosa parla?”, chiese il bambino. L’uomo di mare lambì la barba spinosa con la punta delle dita. “Parla di una ragazza”, il bimbo storse il muso. “Non mi piacciono le ragazze, sono stupide”, il vecchio si lasciò scappare un sorriso, mettendo in mostra una rara dentatura bianca come le nubi, alte e libere nel cielo. “Questa ragazza non era stupida, era innamorata. Amava un ragazzo, il figlio più giovane di una famiglia di pescatori, in quei giorni la gente amava molto il mare, gli uomini facevano della pesca la loro vita e la loro fortuna, e le mogli pazientavano nelle calde case, in attesa che la giornata di duro lavoro finisse, e i loro mariti facessero ritorno nei focolari domestici”. “Ma se questa ragazza era innamorata, allora si sono baciati? Mamma dice che quando una ragazza ama un ragazzo, si devono per forza baciare”. L’uomo dalla bianca criniera meditò sue quella domanda, tanto infantile e pura, quanto ricca di buon senso. La sua mente spaziò nel tempo, a quando dalla banchina dove era seduto, decine e decine di imbarcazioni prendevano il largo e uomini onesti affrontavano con coraggio l’austerità del mare nei giorni di burrasca e con animo sereno i giorni di fresca primavera, quando il sole è generoso e bacia con buon auspicio i volti dei pescatori. “ Il padre della ragazza non voleva che lei avesse nulla a che fare con il figlio del pescatore, perché andava raccontando che chi vive per il mare, non ha altri interessi, ed è legato ad esso più di qualunque altra cosa su questa terra”. “Ed è vero?” “Per tutti lo era, ma non per quel ragazzo. Egli vedeva in lei tutto ciò che le profonde acque hanno da offrire. I suoi occhi erano perle ammantate d’azzurro, il suo viso era di un chiarore sublime, paragonabile solo alle prime luci d’un alba di settembre e i suoi capelli avevano il colore di un sole morente. In molti la desideravano, ma ella viveva per quel ragazzo ed egli per lei. Dimmi, cosa possono fare due giovani, ai quali è proibito stare assieme?”. Il dondolio cadenzato delle gambe del bimbo cessò di colpo, mentre il curioso fanciullo si portò un dito alla fronte per pensare ad una possibile risposta. “Scappano, io farei così”. L’anziano guardò alla sua destra. A pochi metri da lui stazionava un’antica torretta di mattoni, e sopra di essa la statua di Cristo modellata nel tempo dalla salsedine marina, accoglieva benevolo coloro che provengono dalla terra ferma. D’un tratto dal paese si udirono i forti rintocchi delle campane della congrega di San Gabriele, inconfondibile segno che il sole aveva portato a compimento metà del suo percorso. Per diversi secondi gli occhi dell’uomo dalle mille avventure indugiarono in quelli di pietra della statua senza tempo del Cristo redentore. “E così fu. Scappare, abbandonare in modo ingrato tutto ciò che la terra dei padri ti ha donato, per un sentimento divino come quello dell’amore. Sì, così decisero di fare. Il ragazzo non possedeva grosse fortune se non le due barche da pesca che suo padre gli avrebbe lasciato il giorno del suo ritiro dal mare. Scelse Angelica, la più piccola, una fanciulla di legno ancora vergine al mare aperto e alle onde impetuose. Promisero l’un l’altro che si sarebbero incontrati proprio su questa banchina, all’imbrunire della vigilia di San Gabriele”. “All’imbrunire?”, domandò perplesso il bambino. “Esatto, al calar del sole, quando il cielo diventa un manto di infiniti colori che preannunciano il sorgere della notte, e quella grande sfera di fuoco che ci riscalda di giorno spegne i suoi occhi per concedersi il meritato riposo”. “Ma oggi è la vigilia di San Gabriele!” scattò il bambino. “Proprio così, scelsero quel giorno affinché il santo li proteggesse dal mare che a volte può essere spietato e crudele, affinché quell’omaggio portasse sui loro capi la sua benedizione”. “Sì, oggi è la vigilia di San Gabriele, hanno già montato le bancarelle, mamma ha detto che se oggi mi comporto bene stasera mi ci porta. Lo sai vado pazzo per le noccioline americane, soprattutto quando ne apri una e da dentro ne vengono fuori tre”, di nuovo silenzio. La nostalgia dell’anziano alle parole del bambino si fece largo nei suoi ricordi, e una lacrima bagnò il ruvido volto, un viso che da tempo non aveva più provato sentimenti di gioia. “Quindi scapparono?” chiese impaziente. Il vecchio fece un profondo respiro. “Purtroppo le cose non andarono come erano state prefissate. Devi sapere che in una piccola isola come questa, le cose, anche le più segrete, vengono allo scoperto, e spesso molto più in fretta di quanto si creda. Un occhio vigilie, o un orecchio eccessivamente attento, riportarono al padre della bella fanciulla l’incontro che i due innamorati avevano avuto la sera prima. L’uomo andò su tutte le furie, e relegò la figlia nella sua stanza, una mansarda con una finestrella che affaccia proprio sul porto, e la cosa provocò ancora più dolore alla ragazza, dal momento che sapeva che la sua metà l’avrebbe attesa invano. Infine, il momento tanto atteso giunse. Il ragazzo non aveva avuto risentimenti, ne ripensamenti alcuni, le sue bisacce erano pronte, la barca attendeva paziente di essere portata lontano per la prima volta. Ma quella sera non giunse come egli aveva sperato. Le nubi durante il pomeriggio avevano rapidamente ricoperto il cielo sopra la sua testa, e minacciavano con lampi improvvisi di luce l’imminente tempesta. Nessuna nave, ne piccola imbarcazione avrebbe compiuto l’insano gesto di avventurarsi per mare in quel tempo nero come l’abisso di un profondo oceano. Presto si levò anche il vento, e con esso la furia del mare, dapprima con quieta calma, poi con forza sempre più intensa. Angelica, ancora legata dentro il porticciolo proprio lì dove sei tu ora, attendeva l’esodo di quegli eventi. Il giovane per almeno due ore attese con ansia crescente l’arrivo di colei che avrebbe dovuto condividere con lui gioie e dolori, ma nessuno giunse. Arrivò infine la tempesta. Una tormenta dall’immemorabile violenza si abbatté sull’isola con tutta la furia che la natura può generare. La pioggia veniva giù con tale veemenza che due uomini non sarebbero riusciti a distinguersi nemmeno se fossero stati naso contro naso. E le sferzate del vento provocavano il mare, che rispondeva con la potenza distruttiva delle sue onde, che s’infrangevano sugli scogli e sulla banchina, sollevando bianchi spruzzi che superavano in altezza gli uomini più alti che questa terra abbia conosciuto. La torretta di mattoni col Cristo redentore tremava al fragore che le folgori scatenavano nello schiantarsi da qualche parte nel mare. Se la barche tirate in secco avessero avuto vita propria sarebbero scappate lontano, temendo la furia del cielo. Angelica nel frattempo vibrava sotto i fragorosi colpi delle acque, e il giovane lentamente perdeva ogni speranza. Nulla lo smuoveva, né l’acqua trascinata sulla banchina dall’alta marea, né i tuoni assordanti della notte, né tanto meno le grida mostruose del vento che faceva danzare le acque. I suoi occhi rossi di tristezza, non trovavano risposta ne consolazione, e la sua mente arrivò a meditare la soluzione più estrema. Sarebbe andato via comunque, non gli interessava cosa sarebbe accaduto nell’osare sfidare la notte in tempesta, ma la sua vita senza quegli occhi di perla e il calore di quella candida pelle, non aveva più ragione di continuare. Lottò con la forza dell’odio e dell’ira contro la potenza delle onde, mentre risaliva sull’Angelica e ne accendeva il motore. La piccola imbarcazione pareva quasi rifiutarsi di uscire dal porto, ma il giovane sentiva il rancore dentro di se, l’odio per chi gli aveva negato l’amore e per quel destino tanto spietato. Una volta che fu dall’altra parte della banchina, dove il mare feroce scatenava tutta la sua furia, sapeva con esattezza che quella notte non gli avrebbe mai più restituito la vita di un tempo. I muscoli si battevano per mantenere il timone in asse, mentre la prua veniva sollevata con veemenza e schiantata di colpo, sollevando la spuma che colpiva i vetri della cabina in cui il ragazzo cercava di portarsi chissà dove nelle tenebre. Un lampo improvviso creò un boato talmente intenso da mandare in frantumi uno dei vetri, scaraventando il ragazzo di lato contro la parete di legno. L’impatto fu duro, e presto la sua vista venne accecata dal sangue”. Il bambino non fece una piega, nonostante la brutale natura di quelle parole, voleva sapere cosa sarebbe accaduto, se il ragazzo si sarebbe salvato, o se invece il mare lo avrebbe inghiottito senza rimorso. “Il dolore pungente alla testa non gli dava tregua, e a fatica riuscì a rimettersi in piedi e ad aggrapparsi a un solido sostegno. Si guardò alle spalle per l’ultima volta, osservando la scogliera e rimembrando i giorni in cui ancora fanciullo, proprio come te, si divertiva a catturare piccoli granchi proprio all’ora del tramonto, e allora i giorni erano felici e ricchi di sorrisi. La tempesta continuava con furia sempre maggiore, senza sosta, e le possenti raffiche dettavano i tempi alle alte onde del mare che grugnivano contro le pareti dell’imbarcazione. Il ragazzo sentiva dentro le orecchie i fischi del vento e un altro suono che non riuscì a identificare. Il timone tremava sotto le sue mani, mentre alcune nasse volarono oltre il parapetto per svanire per sempre nelle profondità. Non era molto distante dal porto e dalla scogliera, eppure sembrava di essere nel mezzo di un oceano, forse la più feroce tempesta che gli abitanti di quest’isola abbiano mai ricordato. Di nuovo quel suono impreciso si fece largo nelle orecchie del ragazzo, un suono che proveniva dalla banchina. Si voltò ad osservare, ma la furia della pioggia impediva di scorgere qualsiasi cosa, eppure nonostante la tempesta infernale, la mezzanotte era passata e San Gabriele decise di concedere un gesto di speranza a chi aveva scelto di confidare devotamente in lui. Un faro nella notte, una luce proveniente da qualche parte lontana illuminò per pochi istanti il molo, dove a urlare il nome del ragazzo c’era colei che aveva trovato la forza di scappare dalla prigione della sua vita e dagli impedimenti del proprio genitore. Il giovane la vide, e sentì il cuore esplodergli nel petto come l’ennesimo fulmine nel mare. La ragazza sulla banchina si teneva stretta alle pareti della torretta pregando la statua di Cristo sopra la sua testa di non lasciare che la marea la trascinasse con se. Il giovane chiamò a se tutte le energie che gli erano rimaste per voltare l’Angelica di nuovo in direzione del porto, lo sforzo fu immane, ma infine la barca fece un giro completo e puntò la prora lì dove la ragazza attendeva e resisteva. Ma il mare quella notte fu crudele, e non concesse nulla, nemmeno all’amore. Un’altra folgore, forse l’ultima e la più potente di quella notte andò a schiantarsi proprio sopra la torretta, mandando in frantumi le gambe della statua, che venne giù e sì infranse al suolo a poca distanza dalla ragazza, la quale temendo per la propria vita, lasciò andare per un istante la presa, giusto il tempo da permettere alla marea di accoglierla nel suo abbraccio e trascinarla con se oltre la scogliera. Il ragazzo urlò, e le sue lacrime si confondevano con l’incessante pioggia della notte, mentre il capo della fanciulla faticava a restare sulla superficie dell’acqua. L’amore spinse il giovane a tuffarsi tra i vortici oscuri del mare e a nuotare contro la corrente e contro quel fato spietato. La ragazza resistette, fino a che le gambe e le braccia non abbandonarono la lotta e la corrente la scaraventasse contro la scogliera spezzando in pochi attimi la sua giovane esistenza. Il suo corpo fu guidato lontano oltre la solitaria Angelica, abbandonata alla temibile bufera, verso il mare aperto, dove avrebbe voluto trovare la felicità che su questa terra gli era stata proibita”. In quel primo pomeriggio l’aria si era fatta più calda e l’acqua rifletteva allegramente il viso del bambino che aveva ascoltato pazientemente la triste storia di quell’amore negato. “Ma il ragazzo è morto?”, chiese infine. L’uomo di mare guardò ai suoi piedi, poi alzò gli occhi verso l’alto come a cercare di scorgere qualcuno o qualcosa oltre le nuvole del cielo. “La gente non sa cosa gli sia successo, molti dicono che sia sopravvissuto, ma che sia comunque andato via dall’isola, altri dicono invece che sia morto, scomparso per sempre proprio in quella folle notte di tempesta”. “E tu cosa pensi?”. “Io penso che lui sia ancora qui, attendendo il giorno in cui finalmente potrà stare insieme alla ragazza che tanto aveva amato, e quando avverrà, sarà per sempre”. Uno sbuffo di vento scompigliò i capelli del bambino, il quale prese un sassolino dal muretto e lo lanciò in acqua, scomponendo il suo riflesso. Si voltò verso l’anziano. “Mi è piaciuta la storia” disse, ma la sedia di vimini ora era vuota. Il ragazzino rimase un attimo confuso, si guardò intorno cercando di scorgere da qualche parte il vecchio lupo di mare con il quale aveva conversato fino a pochi attimi prima, ma di quell’uomo non rimaneva altro che il vivo ricordo nel cuore del fanciullo, che ripensò subito alle prime parole che aveva ascoltato. “Il mare si ricorda bene di me, come io di lui”. Il piccolo non ci pensò troppo, con un salto scese dal muricciolo, risalì sulla bici rossa e prese la via del ritorno, mentre nel cielo scoppiavano festosi i fuochi di San Gabriele.