L'avvocato G.

Dicembre 2016

Federica Sgaggio - L'avvocato G.

L’avvocato G. è un uomo lungo lungo con gli occhi tristi e soli, per metà italiano e per metà irlandese, ha sposato un’infermiera con i capelli rossi e si è definitivamente stabilito in Italia. Sembrerebbe un uomo probo, freddo e scostante, un uomo incapace anche solo di pensare a tradire la moglie, almeno fino a quando la segretaria di un collega non comincia a ronzargli intorno.

Un intreccio di relazioni pericolose, raffinato e avvincente, che solo nel suo epilogo svela tutte le sue carte, lasciandoci stupefatti di fronte alla devastante forza dell’amore.


Dal primo capitolo:

Hai preso una storta, sei inciampata in un sampietrino obliquo vicino al cantiere dei lavori per la sistemazione del sagrato di una chiesa che a memoria d’uomo un sagrato non aveva mai avuto.

Stavi pensando a quella volta che sei andata dall’avvocato G. senza mutande e con le autoreggenti, e poi è finita come è finita, e d’altra parte come vuoi che finisca se lasci che uno ti metta le mani fra le gambe e senta che sei bagnata e non hai le mutande; ma c’era anche il fatto che dovevi riportare indietro le scarpe della tua figlia più grande, che le andavano un po’ piccole anche se il numero era quello giusto.

Questione di forma della tomaia.

Poi t’è venuto anche da dire a te stessa che c’era ancora aperta la questione dell’affitto: il padrone di casa lo voleva aumentare ma tu volevi che lo diminuisse perché quando c’era vento le imposte della cucina si aprivano da sole, e la moquette era tanto vecchia che le colonie di acari avevano alberi genealogici così lunghi da non riuscire più a seguirli.

Va bene.

Comunque, sei inciampata su questo benedetto sampietrino e adesso ti duole la caviglia. Fa male pensare contemporaneamente a troppe cose, lo sai. Però continui a farlo perché non riesci ad alzare le pareti fra i pensieri, e così loro scavalcano senza affanno quel poco di bordo che c’è fra l’uno e l’altro e si intrecciano così inestricabili che non riesci più a distinguere qual è il pensiero da cui tutto è germinato.

Ti succede sempre.

Poi ti fermi.

Con quel fastidio alla caviglia fatichi a camminare. Chissà come, in una città dove le hanno tolte quasi tutte come le cabine telefoniche, trovi finalmente una panchina e ti fermi.

Ti rendi conto che non piove più, asciughi il legno verniciato e ti siedi.

Capisci all’improvviso che per un po’ di tempo, non sapresti dire quanto, prima di inciampare hai pensato anche al fatto che stava piovendo e che eri stufa della pioggia, anche se la pioggia un suo fascino ce l’ha.

Dunque, ti siedi.

Lasci cadere la borsa sulle tue gambe e senza badarci apri la cerniera per cercare le sigarette. Poi ti viene in mente che hai smesso di fumare e le sigarette non ci sono. Ecco, ti dici: anche a questo stavo pensando prima del sampietrino.

Ma c’è una cosa importante da capire.

La confusione nella tua testa è enorme.

È per questo motivo che devi, assolutamente devi.

Devi ritrovare il pensiero da cui tutto è cominciato.

Non tanto per stabilire di chi sia la responsabilità della tua storta che, chissà, se non smette di farti male prima o poi magari dovrai anche andare a farti vedere da un medico.

Non per individuare il pensiero che ti ha tradita facendoti inciampare, insomma.

Ma per capire da dove devi cominciare per renderti conto del punto preciso a cui sei arrivata.

Della tua stanchezza, dei tuoi sensi di colpa.

Del tuo inutile domandarti come avresti potuto evitare tutto questo.