Condominio Oltremare

Novembre 2015

Giorgio Falco e Sabrina Ragucci - Condominio Oltremare

 

Un estratto dal libro Condominio Oltremare, pubblicato per L'orma editore.

Nessuno ha esposto il cognome sui campanelli, nemmeno coloro che hanno partecipato alla riunione condominiale trascritta nel verbale, pochi mesi fa. Forse i primi proprietari sono morti come i miei genitori, deceduti altrove perché qui non c’è il cimitero, e credo non sia capitata alcuna tragedia su queste scale, il massimo del contrattempo è stato la rottura del dito di un addetto alla consegna di un comodino laccato bianco nel 1980, e sebbene possano accadere disgrazie anche nei luoghi di villeggiatura, nessuno ha mai visto il corpo esanime di un parente caricato sulla barella dopo un fritto di mare serale e tre bicchieri di vino bianco frizzante, e tantomeno si è affacciato dopo l’evento sul balcone, per vedere il lampeggiante blu illuminare la sabbia di notte e dialogare a distanza con le luci dei piccoli pescherecci immobili, come le porte del Condominio Oltremare, con i loro occhielli scuri e muti.

Eppure dietro di esse gli oggetti inutilizzati continuano le loro esistenze, tutti i cognomi assenti ripetuti per anni dai miei genitori soprattutto a tavola, come fossero colleghi di lavoro, dell’esistenza accettata, cognomi della vita, tanto che se dico Rummolo o Barlassina penso alla luce di un’insalata di pomodori e cetrioli, alla farfalla attratta dalla lampadina bianca accesa sul tavolo alle nove di sera. Rummolo, Barlassina, i cognomi dell’estate ripetuti in inverno non appartenevano alla realtà ma a un romanzo esistente nelle nostre teste e in particolare in quelle dei miei genitori, che ad alcuni – pochissimi – concedevano perfino di chiamarli per nome, come la coppia di Torino, Carlo e Franca, che tuttavia mai sono diventati davvero amici, altrimenti si sarebbero visti anche in cappotto e non solo in costume, nonostante per almeno tre decenni, a ogni fine agosto – mentre si salutavano, i motori accesi delle auto vicino ai cassonetti dell’immondizia – ripetessero, ah, ci dobbiamo vedere, veniamo a Milano, andiamo insieme sul Duomo, ma certo, una volta veniamo a Torino, andiamo insieme sulla Mole Antonelliana, e invece, alla fine del commiato, con uno scatto di folle lucidità, ripetevano quasi simultaneamente: beh, male che vada, ci vediamo l’anno prossimo.

Per fortuna ero già stravaccato sul sedile posteriore, la fiducia nel futuro mi faceva barcollare, ipotecare così tanto l’esistenza mi sotterrava d’ansia – avevo dieci anni – e per questo parevano più onesti i cognomi rispetto alla falsa vicinanza di Carlo e Franca, mai avevo sentito chiamare Barlassina per nome, Gianni, sempre e soltanto Barlassina, e non ho mai saputo come si chiamasse sua moglie di nome e tantomeno di cognome, era la Barlassina o la moglie di Barlassina, e i miei genitori con i Barlassina non si erano mai dati un appuntamento nella restante vita milanese di undici mesi, il gesto di maggiore vicinanza era stato telefonarsi per lo scambio di auguri natalizi, il giorno dell’antivigilia, non alla vigilia, per evitare di sembrare troppo intimi.

Nessun cognome, penso mentre scendo i gradini, l’ultimo dei pensieri dei figli o degli eredi è siglare un territorio abbandonato per undici mesi all’anno, eppure, sì, ecco, ora che mi ricordo, il condomino del primo piano si chiamava Vitali, ma tutti lo chiamavano il Bolognese, e sebbene ci fossero altri proprietari di Bologna – Barbieri, Melandri, Baldi, Guidi – solo lui aveva quel soprannome, ma dopo la sfuriata in assemblea i miei genitori avevano iniziato a chiamarlo Vitali, come se lo sfogo improvviso lo avesse sottratto al destino da omino gentile e fesso, da figurina carnevalesca, per riconsegnarlo al contesto burocratico, adulto; e infatti, quando l’ex Bolognese era morto a Bologna, i miei genitori – che avevano saputo la notizia in spiaggia, otto mesi dopo il decesso – mi avevano detto, è morto Vitali, quello del piano terra.

Pensavo che sarebbe stato semplice esporre il cartellone sul confine della spiaggia, il disegno del Condominio Oltremare immerso dentro la linea dell’orizzonte, invece nessuno ne aveva più parlato, non tanto per una forma di rispetto verso il defunto, quanto per l’accettazione di un lutto più grande, la disillusione che sotterrava un’idea lontanissima appartenuta alla comunità di un altro pianeta, o almeno, di un mondo parallelo.

 

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