Cometa

Maggio 2018

Gregorio Magini - Cometa


La mattina facevo colazione da solo, servito dalla cameriera. Poi mi vestivo e correvo al piano di sopra a salutare il nonno. Lo trovavo in poltrona con una coperta in tartan sulle gambe.

Apriva un occhio e diceva: Hai preso tutto? 

Sì nonno.

Avvicinati Raffaele, ti devo dire una cosa.

Mi avvicinavo. Il nonno mi prendeva il polso e diceva: Fai attenzione alle bambine, Raffaele.

Sì nonno.

Promettimelo.

E promettevo. Il nonno mi lasciava andare e correvo alla macchina con l’autista che mi aspettava davanti al portone. Poi c’era la giornata di scuola, sempre combattuta, anche sul piano fisico, perché ebbi una certa difficoltà di adattamento con i compagni a partire dalla prima media. Quando tornavo a casa, la cameriera mi serviva il pranzo, dopodiché nonno mi citofonava: Come è andata a scuola?

Bene nonno.

Ti hanno messo in punizione?

Sì nonno.

Sono degli sciocchi. Sei stato lontano dalle bambine?

Sì nonno.

Adesso fai i compiti.

Facevo i compiti e poi uscivo per andare a coltivare la compagnia di teppisti che stavo mettendo su nella zona. La specialità era lanciare le caccole dietro le vecchiette che passavano davanti al nostro bar. Per il resto, si fumava a cavalcioni delle biciclette allenandosi per quando avremmo potuto fumare sugli scooter, tanto di più non si poteva fare, eravamo solo in quattro: io, Michel, Nicco e Lardo. Al tramonto tornavo a casa, facevo due partite al Super Nintendo ed era ora di cena. Solo a tavola ritrovavo il nonno, che impeccabile in giacca, panciotto e cravatta mi teneva conferenza: Devi stare attento alle femmine, Raffaele. Non avere paura, ma stare sempre attento. Le devi tenere alla giusta distanza (puntava il coltello, come a intendere che la giusta distanza è fuori dalla loro portata) e mai, mai permettere loro di comandare. 

Ce l’hai la fidanzata?

Sì nonno, mentivo.

Una sola?

No nonno. Ne ho due.

Benino. Ma tre o quattro sarebbe meglio. Quattro va bene. Tre va quasi bene. Due è rischioso. Ma una è letale. Non ne devi preferire mai nessuna. Ne devi sempre tenere alcune di scorta e mettere le une contro le altre. Così non permetterai mai a nessuna di alzare la testa e comandare. Come fanno i mussulmani. Questo polpettone è decente. Marisol, portami dell’altro polpettone, se non hai troppo da fare.

Deglutivo il polpettone in attesa che il nonno finisse di masticare il suo. Le femmine hanno un tarlo, un morbo, creano danni irreparabili. Come puoi capire? Ascolta l’esperienza del nonno: quando ero giovane… – seguiva uno di cinque possibili aneddoti a tema femmina uguale pericolo; questo è il più divertente: – conobbi una signorina onesta e di buona famiglia che faceva nome Angelina Tartuferi. Come si usava prima della guerra, le giurai amore eterno ancor prima di baciarle la mano e ci fidanzammo. 

Ero così serio che delle altre femmine non guardavo nemmeno l’ombra per strada. Il mio unico svago era la casa di tolleranza in via Papini, vicino alla tua vecchia scuola elementare, l’Italo Calvino, che all’epoca si chiamava Edmondo De Amicis. Il prezzo era abbordabile e le lenzuola pulite, perciò aveva buon nome, e io come tutti la frequentavo per motivi d’igiene fisica e mentale. Sfortuna volle che una delle impiegate di codesto postribolo, una sgualdrina candida e vorace come un lattonzolo – si chiamava Diotima o Diomira, non rammento –, si prendesse una cotta per me. Ora, dai retta al nonno quando ti dice che una puttana innamorata è più pericolosa di una tigre alla fame. Cosa mi combinò Dionisia? Andò dall’Angelina spacciandosi per crocerossina (chi l’avrebbe ricevuta, altrimenti?) e le spiattellò che il signor Antonio Sauro Del Gatto era in relazione intima, prolungata, persino spregiudicata con tale Diodata Grisù, che di mestiere faceva nientepopodimeno che la – CRAC!– senz’altro aggiungere, grondando sangue dal naso spaccato dal pugno lesto della mia fidanzata, Diodora se la diede a gambe. Angelina mandò a dire che aveva la pistola e giurava me la scaricherebbe in pancia a vista. Le credei, e fu quanto.

Una lacrima rigava la guancia del nonno, mentre continuava a tagliare a dadini il polpettone.

Tua madre non era da meno. Mi dispiace dirlo, perché era tua madre, e perché era mia figlia. Ma non è un segreto, lo sai che io e tua madre non andavamo d’accordo. Non siamo andati d’accordo da quando aveva più o meno l’età tua. Così presto imparò a mentire. Era né più né meno come tutte le altre, tua madre. Né v’era da aspettarsi altrimenti.

La cena finiva in silenzio. Il nonno tornava ai suoi appartamenti col montascale, impettito, simile al capitano di una nave quando si innalza con la poppa mentre la prua cola a picco. Io andavo a dormire con la testa piena di sgualdrine candide e voraci.