La metafisica dei vermi

Aprile 2015

KOLLETTIVO KAPOLINEA  - La metafisica dei vermi

ABSTRACT

 

non so più cosa aspettarmi dal mistero che arrugginisce i miagolii delle finestre corrose dalla tempesta di erba ma dopotutto il prezioso violino si è fatto più epico e le sue note marciscono alla vista del tuono così come le ultime onde della marea si spaccano in un lucente lago di sangue anche se il prezzo della nostra sorte è rimasto attaccato al colletto del nostro cappotto senza che nessuno ma dico nessuno provasse almeno a staccarlo perché il giro delle nostre vite era il risvolto dei loro calzoni a zampa quando gli alieni giravano in jeans e la refurtiva non era ancora stato sigillata dato che il suono dei nostri clacson rimbombava nella ztl nonostante il futuro si stesse sfaldando a colpi di cannoni virtuali e perdite di coscienza improvvise o annunci in presa diretta. il pianto aveva il gusto della vittoria e il sale si spargeva come un segno di imminente resa.

 

ci si potrebbe aspettare chissà che cosa da un giorno senza luce. il miglior rimpianto del giorno è quello di una sigaretta lasciata a metà. w la doppia vu[1], canterà il mio rimorso. i sani collaborano alla redenzione dei malvagi, persuasi dall’eterno ritorno del diverso. dopotutto il borghese non ha mai sparato a nessuno. se il vento pregasse sarei soltanto polvere. se il sole splendesse mi rinchiuderei in una caverna. ma è la pioggia a scaldare gli arti, affievolita nel suono e nel profumo, che confonde i residui di morte con un lugubre risveglio posticcio. un aspetto eccessivamente riscoperto della questione esistenziale è che i topi non si affacciano ancora sulle problematiche delle trappole. un giorno vi scoprirete inutili, e avrete finalmente capito il perché.

 

 

La metafisica dei vermi

 

Allegro moderato. Vivo ad libitum.

 

1.

Oltretutto[2] siamo dei prestigiatori, quando finiamo per tirare fuori dal cilindro Bugs Bunny. Alice non era ancora giunta nel paese delle meraviglie; nel frattempo, trascorreva le sue giornate a iniettarsi eroina. La vidi durante un tramonto, all’uscita del supermercato[3]. Coccolava tra le mani lunghe e corrose dai denti il suo walkman. Ovviamente aveva il cappuccio. Tra l’altro si può ridere molto più sinceramente con un cappuccio in testa, quando le Dr. Martins le aveva già fatte diventare grigie. Il mondo era grigio, necessariamente. Ecco non avevo in mente la nozione di mondo. Ma qualcuno ha davvero visto il mondo? Io non l’avevo mai visto. Me lo fece visitare Eidos, una mattina, di fretta. Perciò avevamo tagliato la scuola, tanto non interrogava nemmeno quel giorno, che eravamo quasi ai pagellini e aveva finito il giro (così la De Magistris se ne stava in cattedra a sfogliare il settimanale dei vip). Eidos mi passa[4] a prendere in Fifty e mi porta ai giardini della stazione. A quel tempo il buon Eidos girava con i capelli rasati sotto e lunghi sopra, con la riga in mezzo, per forza. Ci siamo seduti su quella panchina là, dove adesso i morosi incidono coi cacciaviti (a stella, che altrimenti non vale). Eidos tirava fuori dal sellino del cinquantino una bustina di simil-tè. Io i filtri e le cartine. E il resto della storia è contenuto nella Genesi. Mia mamma mi portava spesso a servire la messa. Non mi dispiaceva. Tanto in tv a quell’ora della domenica mattina c’erano solo cartoni animati demenziali, ovvero manga dalle lenti rosa. Quegli altri cartoni (a loro modo animati), invece, li conobbi più avanti con l’età. Mi interessavano le prediche di Don Graziano, certamente meglio delle lezioni della De Magistris. Me ne stavo verso il fondo della navata laterale, intento a scannerizzare i robot seduti sulle panchine, i quali, perfettamente sincronizzati, riuscivano a genuflettersi contemporaneamente e a ripetere anche quelle stesse preghiere con i medesimi gesti. Il tono delle voci era cavernoso e metallico, specialmente quello delle femmine. I canti non erano male. Comunque adoravo le fiamme delle candele. Chiaro che mi sono scottato con l’accendino! Eidos aveva scaldato il bordo per circa 30 secondi, mentre Er mi teneva fermo il braccio. Era estate. Quindi mi marchia[5] sulla spalla. Bruciava. Cristo quanto scottava quella merda! Dopo un mese mi usciva il pus. Dopo due c’era la crosta. Adesso c’è la cicatrice e mi piace. Dalla pelle trasparente di Alice si vedeva l’aurora boreale in certe nottate di luna piena.

 

2.

In buona fede, pronunceremo una laudatio funebris per tutti i gatti investiti sulle corsie di strade provinciali, regionali e statali. Pregiudizi e compromessi formavano il nostro personale kit di sopravvivenza provinciale. Le foto le facevamo. Ovviamente non c’era nulla da fotografare. Cioè le cartoline non le vendevano al bar della stazione. Er aveva quella polaroid verde acqua. Tra l’altro non mai visto l’acqua di colore verde. A 7 anni mio padre mi aveva portato al mare. In macchina. Io, mio padre, mia madre, mio cugino, la morosa di mio cugino. Non mi era piaciuto il mare. L’acqua era troppo viscosa e decisamente troppo salata. Avevo preferito starmene in sala giochi, dove c’era un bambino grasso che batteva ogni record a Pacman. Poi il sole mi aveva ustionato l’epidermide. Da quel giorno siamo ancora andati ogni tanto al mare. Non con la mia famiglia, chiaramente. Anche perché, a quanto pare, eravamo costretti ad andare in ferie la settimana di ferragosto e a frequentare autogrill a cinque stelle tra un bollino nero e l’altro. Il bollino nero eclissava il solleone d’agosto. La nostra adolescenza era rigorosamente segnata dal bollino rosso. Al mare c’erano le cartoline, ma le nostre foto erano indiscutibilmente più belle. C’era il Luna Park con le montagne russe (chissà come le chiamano i russi). Per cui ci eravamo ubriacati a ferragosto e Monade vomitava sul sedile dell’autoscontro in mezzo alla pista. I gettoni li si trovava ancora sotto gli scalini in ferro, dove la gente si sedeva per aspettare il proprio turno quando c’era coda. Le pupille catarifrangenti dei gatti sono evidentemente frutto dell’evoluzione, dal momento che servono per avvisare a distanza gli automobilisti in marcia su carreggiate poco illuminate. L’arcobaleno Alice l’aveva nell’iride dell’occhio.

 

 3.

A quindici anni odoravamo di spirito adolescenziale e fondamentalmente costruivamo aeroplani di carta. La città era arancione, come i semafori che lampeggiavano. Credevamo nell’estate e nella possibilità di un’esistenza normale; nelle feste all’aperto come luogo di aggregazione giovanile e di inserimento generazionale. Volevamo le risate sguaiate del bullo protetto dal branco e il sesso disfatto delle puttanelle di quartiere, senza doversi chiedere ogni volta: «Ma che cazzo ci stiamo a fare qui?». Fino a quando capimmo che i giovani non erano i bulli e le puttane. E nemmeno noi, d’altronde. Sovente passavamo dal Via, senza ritirare nemmeno un centesimo dalla Banca Centrale. In compenso, Imprevisti e Probabilità non mancavano affatto, anche se il giro era inevitabilmente e fatalmente lo stesso. In questa Monopoly abusiva, quando ci toccava il terzo turno, lanciavamo i nostri dadi truccati, pur consapevoli del fatto che, comunque, le pedine eravamo noi stessi. Allora tiriamo avanti con le nostre riservatissime feste a bordo pozzanghera. Pratichiamo sport in modo assiduo durante la brutta stagione, specialmente il nuoto, nelle nostre personalissime pozzanghere olimpioniche. Infatti, finita la festa, ci ritiriamo per il pernottamento, solitamente previsto nei nostri sedili a due piazze. C’è chi parla anche di improbabili sedili a castello nell’auto di Eidos, dove ho visto, tra l’altro, gli optional più sofisticati della gamma. I tergicristalli erano il metronomo che teneva il tempo alle nostre performance automobilistiche. Dormivamo le nostre otto ore al giorno, in pieno pomeriggio, per cui la salute non ci preoccupava più di tanto. Pur tuttavia, ogni volta che fumavo una canna mi sentivo una merda e finivo con l’avere l’asma e vomitare bile verdognola, per non parlare dell’iperventilazione. Eidos dice che sono allergico al THC. La De Magistris e la tv mi hanno detto che anche le sigarette sono da considerarsi droga a tutti gli effetti. Fatto sta che gli effetti delle mie diana blu non sono affatto paragonabili a quelli delle stupefacenti. Dopo aver fumato, comunque, il passatempo migliore restava l’ipnosi davanti ai colori allucinogeni del televideo. Tant’è che al primo anno di itis la De Magistris ci aveva già portato in gita. Sul foglio di autorizzazione che teneva in mano mio padre, la stampante dell’aula computer aveva impresso come titolo “AUTORIZZAZIONE VISITA AL MUSEO”, in grassetto nero maiuscolo allineamento centrato. Mio padre, pertanto, arrischiava col proferire parole sconnesse quali: «Finalmente vi portano a vedere un po’ di cultura» (ora sinceramente non ricordo se avesse pronunciato anche il punto esclamativo). 1) Secondo me voleva dire “coltura”, dal momento che il pullman attraversava i campi che ci dividono dalla Città. 2) La cultura non si può vedere! 3) Ancora una volta mio padre aveva firmato nello spazio adibito alla data. Cosicché trovo ripugnanti i musei in toto. Insomma, forse ripugnanti è un eufemismo: diciamo pure banali[6]. Esporre i prodotti artistici su scaffali allestiti secondo una logistica inoppugnabile, con tanto di scadenza e codice a barre. L’anima incatenata in uno sterile ipermercato. Stetti per l’intera mattinata fuori dall’edificio a chiacchierare coi muratori che ne risistemavano la copertura con sagacia e delicata fattura, fumando diana blu[7]. E il presentimento che l’amore sia solamente un’illusione adolescenziale, quando il rimmel di Alice colava in lacrime.

 

 4.

La disperazione tipica dei cacciatori-raccoglitori ci spingeva ad incidere con le unghie smaltate e coi denti ingialliti i nostri graffiti rupestri dai colori più improbabili, sui muri della stazione piuttosto che sui vagoni delle diligenze a rotaie – come moderni primitivi erranti sopra a un deserto di luci e cemento. Ogni giorno era il far west: gli indiani pellediversa chiusi in riserva; i cacciatori di taglie fuorilegge tallonavano i pusher che rifornivano gli sceriffi; i cow boy galoppavo il toro meccanico del luna park. Dio esiste, per forza; quando detrae l’anima dalla tara. Ricordo di aver raggiunto la maggiore età troppo presto, in un lago di vomito oltremodo maleodorante. Qui la maturità si conquista a shortini di vodka alla menta e pugni sugli zigomi. Effettivamente il mio stomaco riprovevole non era stato adeguatamente informato mentre, in fondo, i globuli rossi presidiavano l’assedio in maniera stoica. Di conseguenza, la mia personale ontogenesi è una proiezione della filogenesi del gruppo. Quando poi la piazzetta s’illuminava di anabbaglianti iniziavano le dolci stronzate della compagnia. Per cui è ovvio che l’Amicizia è un sentimento molto più profondo dell’amore (posto che si azzardi a definire l’amore un sentimento). Monade asseriva già ZZZ prolissi e i tori, che hanno il piercing al naso, non erano ancora diventati completamente daltonici; in compenso i pesci rossi del luna park cominciavano a impartire lezioni di retorica. Lo zucchero filato era filo spinato per i nostri canini arrugginiti. Ma usavamo le tempere al posto del dentifricio, indi per cui gli apparecchi li mettevano ai nostri nonni. Ed erano acustici. I più, mi pare, scrivevano ancora “acquerelli” senza “cq”, di modo che io sono intossicato dalle omeomerie degli evidenziatori e dei bianchetti che mia madre comperava al discount oltre ferrovia. I treni raramente sono puntuali, eppure i pendolari continuano a lamentarsi. Il rito di iniziazione passava ancora per il pungi ball. Le cabine telefoniche erano dei totem e i capitribù collezionavano carte telefoniche. Avevamo una paura folle che il fuoco elettrico si spegnesse da un momento all’altro. La linea di mezzeria serviva da spartiacque sempre che Mosè si decidesse a buttarsi giù dallo spartitraffico. La calligrafia dell’Immobile risulta pessima, come si può constatare dall’incomprensibilità fatiscente delle nuvole, che escono dalle ciminiere della zona industriale. Fortunatamente, temperini d’altri tempi forgiano ancora in maniera ineluttabile la grafite del vecchio Monade, mentre la china sdrucciolevole impasta le domande di assunzione al centro per l’impiego. Alice, il profumo di benzina ti stava benissimo addosso.

 

 5.

Stormi di astronauti del primo turno fanno colazione presso la Via Lattea, inzuppando pan di stelle nell’acido lattico. Pipistrelli stremati ricorrono all’aerosol e al cortisone per combattere l’asma da sforzo. E’ fuori discussione che i panda se le sono prese durante un sound system al circolo, oppure dietro alle transenne della giostra a catene. Renne col rene policistico erano periodicamente costrette a superare, arrancanti a fare i salti mortali, le transenne collocate lungo la corsa a ostacoli delle strenne natalizie. Adoro il natale e non trattasi di antifrasi. Le mantidi religiose condannate al rogo per eresia. I corvi affetti da raucedine cronica. I veterinari speculavano sulle cure obbligatorie dei bulldozer domestici. La luna ulula ai licantropi di questa medio - grande città[8]. I cani se ne stanno in branco a condividere le loro pulci[9]. Trascorrevamo interi pomeriggi chiusi in camera a studiare ‘Antropologia socio-culturale dell’universo verosimilmente giovanile’ sulle slide che il professor Facebook forniva gratuitamente come dispense sulla sua piattaforma informatica. Inoltre avevamo l’obbligo di frequenza per il corso en plain air di archeologia, presso la discarica, in cui sezionavamo elettrodomestici fatti a ceppi, sbattuti di casa e decapitati; siringhe urticanti, ormai prive di pungiglione, che si putrefacevano tra mozziconi brulicanti nel terreno e lattine accartocciate. I funghi soffocavano sotto ai un profilattici usati, mentre fertili gomme da masticare servivano da radici all’asmatico canneto. In mezzo alle sponde del fiume è ora sorta un’isola ecologica, ricoperta da bulbi d’immondizia e steli di scorie, foglie di pattume e petali di souvenir. Saranno questi, in fondo, i reperti più duraturi della nostra contemporaneità. A maggior ragione, pornografia era la nostra materia preferita. A metà settembre avevamo gli esami di riparazione di microeconomia: ripartiva l’asta del fantacalcio. Quel cane di Eidos l’anno scorso compilava la rosa scegliendo solamente giocatori slavi, mentre l’anno prima soltanto giocatori il cui cognome iniziava con la A o con la Z. Chissà quali imperscrutabili sorprese ci riserverà in futuro. A calcio ho il numero 8. Gioco in mezzo al campo e vivo di polmoni. Il mio pallone è gonfio di lividi e di botte, mentre la divisa sa di sudore, fango, sangue. Gli arbitri non arbitravano, gli allenatori non allenavano, i giocatori non giocavano. In verità, le amichevoli celavano un’ostile inimicizia. La paura va scacciata via in un attimo: novanta minuti e poi la morte. L’anima degli scarpini evaporata attraverso i calzettoni. Nel rettangolo verde la democrazia, sugli spalti l’anarchia, la tirannide nello spogliatoio. I guardalinee astigmatici tracciavano righe contorte lungo il codice penale. Il colore dei cartellini era sbiadito e, per lo più, male interpretato. All’interno dell’area non si fanno i colpi di tacco, per forza. C’era chi si faceva il segno della croce durante l’ingresso in campo e un minuto dopo bestemmiava in maniera diabolica – la bestemmia come catarsi dall’alienazione dell’esistenza. C’era chi non metteva i parastinchi, eppure picchiava duro. C’erano gli infortunati cronici, i diffidati a tempo indeterminato, gli squalificati precari. La fascia da capitano avvolgeva il bicipite dei capitani. Mica si arrivava con gli scarpini sporchi alla domenica! Quando il grasso animale lo si metteva anche in faccia, sperando che il ghiaccio istantaneo non finisse mai. Successivamente i meriggi domenicali erano celebrati in curva sud a strisciare tra gli striscioni scurrili e i fumogeni illegali, chiedendoci se i lacrimogeni degli sbirri fossero, in fondo, così legali. I tamburi sacrosanti percuotevano le recinzioni e il megafono del capo ultrà evangelizzava, dal suo pulpito, le sciarpe e il bandierone. La vita è l’attraversamento pedonale di una tangenziale a infinite corsie, le cui strisce sono momentaneamente sbiadite. La tristezza è un pomeriggio assolato trascorso a giocare a solitario; ovviamente, senza vincere una partita. Una persona diventa veramente influente nella tua vita quando conosci a memoria il suo numero di telefono. La noia è tale non appena le sigarette perdono qualsiasi sapore. E’ una cosa brutta mettersi a letto e non prendere sonno perché non si è abbastanza stanchi. Si diventa vecchi quando al mattino, per svegliarti, hai necessariamente bisogno di un caffè. Alice, l’esistenza è lì: tra il tuo mascara e il tramonto.

 

 6.

I volatili, da noi, emigravano durante l’estate, per sfuggire al martellante tormento del tormentone delle radio[10]. Le spiagge si riempivano di ombrelloni scettici, di sdraio epicuree, di corpi plastificati. Gli spaventapasseri entravano in cassa integrazione quando i sindacati lasciavano i loro nidi. I cuori davano le dimissioni. Il magazziniere dell’anima assunto come stagista; licenziati i giardinieri della flora intestinale. Pesci Samurai, Stalagmiti e Galassie, Meduse immerse in mondi geometrici®. Pertanto, il mio ingresso ufficiale nella società civile avvenne senza intermediari. Riconobbi immediatamente il mio istinto metallizzato e mi intrufolai sagacemente nei polmoni della routine. La macchina mi stava assorbendo meccanicamente, incastrandomi tra i suoi ingranaggi cigolanti, tra le brugole lestofanti e gli irritanti bulloni. Eravamo tanti in quell’eden dismesso, a rantolare tra i neon ad altissimo consumo energetico, ignari dei contratti stipulati tra dei e titani. Lo sciopero bianco ricordava la neve dei film americani; quella “vera” era poca, liquida e grigio-topo. Lo sciopero a gatto selvaggio ci fa sentire più umani. Lo sciopero a singhiozzo era ricorrente per chi, prima del lavoro, passava da Sofia per un corretto al bar della stazione. Lo sciopero a scacchiera: noi le pedine, come sempre. Ora, gli amplessi burocratici con Sofia erano questione di ormoni. D’altronde, la sessualità altro non è che un rimaneggiamento del genotipo di due individui. Il bacio è nient’altro che uno scambio di germi e saliva. Il condom, a forma di condor (sic!), calzava a pennello, grazie al condono. L’aria condizionata condizionava i condomini in maniera consensuale. I divorzi tra preti e figli ricorrevano in appello. All’appello della De Magistris Eidos rispondeva, per lo più, russando; a quello del direttore di gara era l’unico che non diceva né buongiorno né tantomeno grazie. E’ interpellando Eidos che ho trovato il mio codice fiscale. Ho fatto l’occhiolino ad Alice, in modo da immortalarla in un’eterna polaroid.

 

 7.

Cinciallegre malinconiche ansimano all’interno della mia gabbia toracica[11]. I fiori sono ermafroditi e vanno incontro all’autoimpollinazione. I trans sfilavano sulle passerelle di catrame fumante, tra gomme da masticare, mozziconi, siringhe. Noi ci masturbavamo cotidie. L’apparato digerente più semplice che ci sia è quello delle torpedini marine: è un semplice sacco a fondo cieco che si apre con un’unica apertura funzionante da bocca e da ano. Non solo le meduse avevano la faccia come il culo. L’unica data storica che ricordo è il 1492: 7 novembre – un meteorite di 120 kg si schianta in Alsazia. D’altra parte, abbiamo assistito al parricidio dei figli dei fiori e all’aborto in massa dei padri pellegrini. Abbiamo visto no-global sfegatati ingurgitare con foga e soddisfazione gustosi happy meal con carne biologica e coca cola light al McDonald del centro, dopo a un corteo di protesta contro le multinazionali. Abbiamo visto assessori no profit(erole) intingere il loro pollice verde nell’inchiostro della questura per lasciare un’impronta sulla propria fedina penale. Abbiamo visto fricchettoni in armonia con l’intero universo e amanti della natura vagabondare liberi per i campi coltivati, a bordo di fumanti furgoncini del popolo anni ’70, recanti il segno della pace come marchio di fabbrica. E senza marmitta catalitica. Abbiamo visto i netturbini raccogliere le tonnellate di rifiuti lasciate dopo al concerto del primo maggio. I poeti avanzano un sacco di spazio bianco, sprecando un mucchio di carta. Il sesso occasionale degli angeli caduti riempiva le bocche degli intellettuali. Bukowski interprete del bidello del quarto piano. I dietrologi si scoprirono affetti da aerofagia e il loro slogan preferito divenne: «Vade retro!». Ovviamente, chi non è in grado di risolvere i propri problemi personali si sente in dovere di risolvere almeno quelli del mondo. L’acne ci cresceva persino sui capelli, tra le doppie punte, nei bulbi del cuoio capelluto. Ci accorgeremo dell’apocalisse dallo sbraitare degli allarmi antincendio e dalle sirene degli antifurti. Avete già pensato sulla scialuppa di salvataggio di quale yacht salire, quando si scatenerà il diluvio universale di piogge acide? Un minuto di silenzio per la scomparsa dei dinosauri. Quindi, l’unico modo per scampare alla morsa dell’arsura estiva nonché agli incubi ricorrenti era rivoltare il guanciale dall’altro lato, ancora fresco. Intorno al letto a castello stavano i coccodrilli che presidiavano il ponte levatoio verso gli incubi notturni. L’assedio dei rimorsi mandava in frantumi le mura di cartapesta del nostro ego. Generalmente, i generali in divisa affrontavano questioni di genere, del genere ‘degenerazioni generazionali’. I satelliti dell’atollo satollo monitorano lo shopping degli outlet metropolitani. Il prurito della stratosfera era parzialmente placato dalle antenne dei grattacieli. La stella di Kochab fungeva da occhio di bue per le gesta dimenticate di questi attori infreddoliti che recitano sul palcoscenico d’asfalto. I radar non riconoscono le coordinate della periferia, tantomeno i sonar. Eppur ci muoviamo[12].

 

 8.

Giocoforza, Monade faceva i cerchi col fumo quando Er contemplava i cerchi nel grano. Il nostro cervello circonciso con una sega circolare entrava spesso in corto circuito con la catena di montaggio, malgrado le catene alimentari restassero principalmente un circolo vizioso. Il circolo degli artisti, con le curve ristrutturate, inaugurato prossimamente al circolo polare artico. La maga Circe del circondario circuiva gli spettacoli circensi con assegni circolari. Le biglie di newton scandivano il ciclo mestruale del tempo. La sfera celeste sfiorava le zoppicanti gru a torre e le impalcature traballanti. Meteoriti ovali rotolavano giù dallo scivolo dei giardinetti; sulle altalene roteavano rotoli di carta igienica. La forza centripeta degli zar era vertiginosa. Il Punto G è il buco dell’ozono o, in ogni caso, un buco nero. L’equatore sta ad indicare il girovita di un mondo obeso, ovvero la cintura di una donna gravida tarchiata dalla gravità. Le telecamere a circuito chiuso controllavano il necessario giro di vite. Un compasso tracciava il cerchio della vita. Concettualmente i cerchioni dei tamarri erano in lega. Decriptando acronimi sul viso pallido di Alice, scannerizzato dagli occhi suoi palindromi.

 

 9.

Il dialogo sopra ai due massimi sistemi nervosi.

EIDOS (ubriaco, alzandosi in piedi): «Cani, promettetemi che non diventeremo sbirri o professori!»

MONADE (ubriaco, fronte appoggiata al tavolino): «…Nemmeno arbitri o guardialinee.»

EIDOS (risedendosi): «…Che per smettere di fumare non ci compreremo i cerotti alla nicotina!»

ER (ubriaco, guardando fuori dalla vetrina): «Promettetemi che non paragoneremo mai la nostra donna a un angelo…»

EIDOS: «…Che l’ultimo giorno di scuola non faremo gavettoni…»

ER: «…Che da grandi non diremo: “Ai nostri tempi era diverso!”, perché ai nostri tempi fa schifo come da sempre.»

MONADE: «…che il giorno del mio matrimonio non tirerete il riso per aria, non strombazzerete i clacson e, soprattutto, che non farete degli striscioni del tipo: “Sei ancora in tempo!” oppure “Torna indietro!!!”»

EGO (ubriaco, di scatto): «Ma non sentite anche voi la mancanza di qualcosa? Un vuoto che non può essere riempito né da un bel film né da un gran gol in rovesciata né da una ciucca mortale? Un buco che nemmeno 1000 sigarette possono riempire, nemmeno una bella sega...»

 Il padre di Alice mandava spesso sua figlia a letto senza cena, dimenticandosi che fosse anoressica.

 

10.

Le cicogne portano i neonati, fasciati da giubbotti catarifrangenti, nei cantieri, mettendoli poi a dormire dentro alle betoniere. In questa jungla semi-urbana i lampeggianti turchese delle gazzelle rincorrono le sirene blu delle ambulanze, mentre il cosmo cascava col caos dei clacson. Il casco dei black bloc era omologato. Nottetempo, il nostro incubo più terrificante restava l’ombra nera dei buttafuori. L’uomo nero era anche il nostro angelo custode part-time. Il nero dei black bloc smagrisce. Ora come allora il rimborso spese in nero era il minimo sindacale. La fontana sulla rotatoria nei pressi del polifunzionale era fosforescente e, a giorni alterni, vomitava il detersivo che quelli delle medie versavano a mezzanotte. Il potere d’acquisto è l’unico superpotere del nostro supereroe preferito, Super Mario. La benzina è super. I mercati pure. I contabili regolano i conti per la strada, smanettando i polpastrelli sui moschettoni e i manganelli. I mosconi OGM andavano a sbattere il muso sulle vetrine psichedeliche, defecando sulle insegne dei saldi tirate a lustro. I manichini dei grandi magazzini entrarono improvvisamente in sciopero, decretando il panico generale dei commessi: decine di clienti suicidati. I flipper della ludoteca si mobilitarono finalmente per un black-out generale. I sogni rottamati in discariche abusive[13]. I sogni nel cassetto ce li avevano morsicati le tarme. Le pietre artificiali partorite in maniera distocica. I pioppi sfogliavano rabbiosamente il loro libretto d’istruzioni per attivare la fotosintesi clorofilliana. I piccioni schizofrenici, distesi sui cornicioni, al rapporto dall’analista. A carnevale i bambini indossavano poliedriche maschere antigas e, ad ogni ricorrenza, declamavano: “Cioccolattoli!”. All’Epifania solo carbone per il barbone. Ci vendevano l’adrenalina in flaconcini da 12 cl. Pertanto pernottavamo perennemente con una perpetua pertosse. Anche i mangiacassette sono diventati anoressici. Ho parlato con il sole: mi ha detto che fa caldo. Così ho dato una pulita allo specchio, per sembrare migliore. All’uscita dei supermercati ci puntano un laser per vedere se abbiamo la coscienza pulita. Paura di scordarci il codice del bancomat o il pin del cellulare; inserisci la password per potermi parlare. I nostri anni buoni sono solo quelli bisestili e i mesi sono numeri. I bambini stressati e i vecchi imbalsamati, i ventenni assonnati, coi polmoni stuprati. Le emozioni conservate in blister, i nostri cuori cianotici, le coscienze in polistirolo. Ci avveleniamo con i farmaci. Gli sniffatori ad aspirare le polveri sottili. Le persone solari si sono ustionate. I cittadini del mondo non sanno più dove andare. Giocheranno a bowling con le nostre ossa; traghetteranno le nostre anime su navi crociera. Venderanno come gadget i nostri organi vitali. Arriveranno a farci lo scontrino tutte le volte che compreremo un bambino. Collegheranno con cavi USB le nostre menti curate a LSD. E non c’è niente di più poetico di un dizionario. E i supermercati sono i musei più suggestivi delle città. E non c’è niente di più poetico della lista della spesa. Nel centro, i camerieri servivano cocktail a base di rum e cicuta frattanto che l’elleboro veniva somministrato ai randagi della stazione. I netturbini erano angeli apteri in azione tra i semafori a intermittenza. I citofoni toccavano quota magnitudo 9.8. I ragni prediligono le zone notte. I topi da biblioteca portavano la peste; i collari cervicali avvolgevano le giraffe dopo l’incidente nucleare. Le pulci zampettavano sui carboni ardenti. Il calcestruzzo si riproduceva allo zoo comunale. Gli ungulati avevano la french. L’odore di vernice ci mandava in trance. Il complotto dei metereologi. I bagarini svendevano gli ultimi biglietti disponibili per assistere all’incontro-scontro tra i gatti del quartiere. Le nostre gomme da masticare rendevano i marciapiedi allegramente a pois. A carnevale rischiavamo l’asfissia per colpa dei coriandoli in gola e la pelle si abbrustoliva a contatto con la schiuma; per le ragazze, lo scopo era sentirsi la più figa in base alla quantità di schiuma sui capelli lerci. Le stelle filanti colavano dai panini del porcaro all’uscita della tangenziale, dopo la balera – ma chi si ricorda se avessimo poi davvero ballato. Deh, le note a piè di pagina saranno infine calzate da anfibi rinforzati da suole a carro armato. O Eidos, cane bastardo, trascorreremo i pochi giorni della nostra misera pensione a raccattare i mozziconi di sigaretta alla fermata del bus urbano, a mettere i lucchetti alle nuvole, sottolineando l’orizzonte con un indelebile nero, ossia a inchiostro permanente – per dipingere le stelle di nuove prospettive. Coi denti serrati, intoneremo a squarcia gola il nostro Inno Provinciale. Le occhiaie fungevano da contorno occhi per Alice.

 

 11.

Il viaggio più lungo che abbia mai fatto è stato dal mio letto al cesso. Conosco così bene le pareti della mia stanza che potrei perdermi. Le spie della S.p.A. erano facilmente riconoscibili a causa di spiacevoli spie intermittenti. Le fiamme gialle ci tenevano a debita distanza dietro alla linea gialla. Le stazioni di servizio erano oasi di un deserto assai poco servizievole. I benzinai sputavano lingue di fuoco[14]. Quelli delle medie sputavano giù dal cavalcavia. Le pompe della benzina divennero lanciafiamme utili per le pompe funebri. Sofia facea il pieno di pompini grezzi durante l’orario continuato. Alle trivellatrici non restava che il solito self-service. Probabilmente i mangiafuoco anonimi erano anche bulimici. Sulle scale antincendio dell’itis scoppiavano liti accese da sedare coi petardi e, in aggiunta, si bruciavano spinelli che manco i piromani d’estate. Alcuni cercavano l’anima gemella negli oroscopi; altri inviando sms; altri ancora la compravano direttamente dalle macchinette automatiche, situate accanto alla videoteca porno (spesso con lapsus coscienti). Monade componeva “La tristezza dell’happy hour” in do diesis minore nel tempo di una sigaretta. Il nostro destino era provvidenzialmente segnato dall’empatia e dalla cirrosi epatica. L’acidità ci corrodeva lo stomaco, e anche lo spirito. Sedavano le nostre menti tenendole sotto spirito. Ci prudeva in continuazione il cervello[15]. L’alba al tramonto era ordinaria amministrazione festiva. Dodici paia di nervi cranici e nemmeno uno stimolo che secerni una cazzo d’idea. Un crampo all’encefalo. Nei parcheggi a pagamento versatili poeti versavano sugli scontrini versi in endecasillabi: la critica letteraria apprezzò in modo particolare lo starnazzare in rima delle pettinatrici e i camionisti maledetti che articolavano i pensieri per sillabe onomatopeiche. Gli aedi più audaci poetavano in terzine elogiando le formidabili gesta del terzino sinistro, il quale aveva la terza media. Gli operatori dei call center, invero, cantavano liriche in sestine invocando la cinquina del superenalotto. Le puttane della sopraelevata fungevan’ da muse e l’alloro si svendeva col 3x2. I 4x4 marciavano tra le palme farisaiche e al terzo casello resuscitavano. Nel fine settimana si muore – e non solo per le stragi del sabato sera o per i pirata della strada. Gli sponsor facevano a gara a chi riusciva ad accaparrarsi l’esclusiva per i decessi più spettacolari. Le nascite in diretta assicuravano un picco d’ascolti straordinario, garantendo ampie percentuali di share. L’insegna del “Pronto Soccorso” rappresentava il faro delle nostre odissee notturne. Durante l’attività onirica, diventavamo dei registi/attori porno formidabili e le nostre prestazioni valevano approssimativamente cento talleri. Nondimeno, mettere gli accenti sulle consonanti sarà un gesto consolatorio. Alice, dicono che il cuore di un uomo abbia un ritmo fisiologico di circa 70 battiti al minuto e che ogni uomo ha un cuore destinato a compiere, in media, 3 miliardi di battiti – pagherò gli straordinari.

 

 12.

E quando la plastica avrà soffocato ogni cosa. Quando la nostra pelle sarà un impermeabile strato di pellicola domo - pack. Quando la neve brucerà come soda caustica. Quando ci cresceranno capelli di nylon e unghie di eternit. Quando distilleremo cocktail di acido cloridrico, bile e succhi gastrici dal nostro sudore. Quando piangeremo lacrime asettiche di sale e limone. Quando misureremo il PH della nostra umami amarezza attraverso scoregge soporifere e il grado della nostra disumana freddezza tramite l’irrigidirsi dei nostri capezzoli. Ci accontenteremo di supposte supposte adeguatamente sovradimensionate.

 

 13.

Ovviamente siamo felici. Come si fa a non essere felici in un posto come questo? Per sopravvivere qui dentro dobbiamo necessariamente conviverci con la felicità. Sennò è finita. La felicità è un dovere inalienabile. L’infelicità è un lusso che solo i benestanti e gli sfigati possono permettersi. In secondo luogo, non c’era tempo per essere infelici. (infelicità ≠ tristezza). Il nostro personale zibaldone ce lo avevamo stampato in faccia – bastava leggere tra le rughe – e pure sulle cicatrici della nostra pelle a quadretti coi margini rinforzati. Tutto sommato, eravamo e siamo, ceteris paribus, mestruazioni di Dio. Corteggiando le tenie della città, che si annidano sui sedili del bus, sui corrimano dei tram, nei vagoni di treni sfigurati. Calpestando capelli a doppie punte sui sampietrini maldestri del centro, sui marciapiedi di fumo e cemento. D’altra parte, i vermi solitari uscivano oramai in gregge per andare a fare le vasche nel centro storico e sul tardi prenotavano il tavolino per andare a ballare. I ticket delle consumazioni erano evidentemente consumati. Noi gareggiavamo a pisciare sui cassonetti dell’immondizia. Le porte spalancate anche d’inverno degli eleganti negozi di abbigliamento e delle rinomate profumerie erano cosa gradita ai vari barboni che si accomodavano davanti per far asciugare la muffa dalle loro ossa. Intanto, i bassi ad altissimo volume delle autoradio coprivano gli acuti degli artisti di strada, usignoli scansati dai passanti come piccioni infettivi. Nero candido nel basso dei cieli. Nema. Alice ha appena barattato il suo abito talare con un eskimo liso e sdrucito.

 

 14.

Il mio silenzio logorroico discute col silenzio di mio padre. Gli echi delle sue bestemmie rimbombavano tra le pareti del nostro alloggio peudo-popolare, facendo tremare l’ulivo che mia mamma incastrava dietro al crocifisso in cucina e ai calendari porno sopra il letto di mio cugino. Durante i pasti, quando la tv ci lasciava parlare, entrava in scena sua maestà il silenzio. I nostri genitori si regalavano vicendevolmente cristalli liquidi nelle ricorrenze più importanti, come ad esempio le nozze di amianto. La dote matrimoniale era una dote rara fintanto che la tassa patrimoniale era prassi assidua. Infine, la condivisione dei beni comprendeva il corredo cromosomico. Ad ogni modo, mi sposerò con un avverbio. I viaggi di nozze venivano organizzati dalle agenzie di rating: li portavano su razzi e siluri last minute, quand’anche su isole ecologiche da sogno (lucido). Dopo anni avevamo finalmente capito che l’Isola che non c’è altro non era se non un’isola ecologica a scomparsa. I televisori a schermo piatto rassomigliavano alle tette delle nostre sterili compagne mentre quelli al plasma subivano abbastanza di frequente abbondanti trasfusioni. A ben vedere, un giorno Monade mi disse: «…e la vita fino a oggi mi ha insegnato all'incirca tutto ciò che non vorrò mai più rifare.» N.B. e P.S. farò incidere sulla mia lapide. Scriverò il mio testamento su di un post-it. Prenderò a cinghiate la mia ombra. Prima di addormentarmi indosserò occhialini 3D. Del mondo l’inventario compilerò questa notte. L’ancien regime verificava la nostra condotta attraverso la gabella del Sali e Tabacchi. I giullari del reame, ogni 27 del mese, rubavano il rame in stazione o nella necropoli. Le guerre spaziali si combattevano di trantran finché non fu firmato un patto di non belligeranza tra i naziskin trapiantati e gli squatter del collettivo finanziato dal Rotary. L’area 51 era lo spogliatoio femminile della palestra e i marziani erano semplicemente extracomunitari immigrati da rispedire tosto a casa. Il cartello dei lavori in corso adornava l’ingresso del girone degli assuefatti. Rammento in ogni modo con piacere le avventure di questa galassia.

 

15.

Dopo tutto vantavamo un curriculum di tutto rispetto: occhiaie a vista d’occhio, occhi rossi, occhiate compiacenti durante i compiti in classe, occhioni dolci di tipe col diabete, occhiatacce dei morosi bulli, consequenziali occhi neri, quattrocchi privi di assicurazione cristalli pestati a sangue, trauma cranici, botte formato famiglia, mandibole fratturate in più punti, punti di sutura, punti neri, punti e record al flipper[16], punture di zanzare tropicali (evolutesi grazie ad autan tropicali), sigarette scroccate, sigarette offerte, sigarette nei cessi, sigarette smezzate in sacre alleanze, ultime sigarette, sigarette magiche (leggi canne), siringhe, pastiglie, sbronze celestiali, seghe, pompini all inclusive, ditalini, risate, scommesse, commesse arrapanti, meretrici precettrici (in ambo i casi), neologismi, forme idiomatiche a random passim, figure retoriche inconsapevoli, figure di merda perfettamente consapevoli, stronzate, amici stronzi, stronzi marroni immortalati e misurati, cleptomania, zapping compulsivo, turpiloquio congenito, tendenza all’inquinamento, antisemitismo goliardico, razzismo, nichilismo integralista, misoginia, omofobia radicale, acidità di stomaco, vomitate, sputi, bolle con le gomme da masticare, sgommate, freni a mano, note sul diario, compiti di recupero, giustificazioni falsificate, domeniche a dormire, domeniche a ricordare davanti a un litro di acqua minerale, domeniche a capire, palle piene, pieni di benzina, impennate, gare clandestine contro i clandestini, motorini elaborati, finestrini spalancati, specchietti distrutti, capelli ossigenati[17], acqua ossigenata su ferite da taglio, pizze al taglio come colazione, strade tagliate, tagli fuori moda che fecero tendenza, tatuaggi artigianali, piercing fai da te, bombolette spray, partite all’inglese su cortili di cemento all’inglese. Nondimeno, ricordo un’epoca in cui la bellezza non era necessariamente una virtù ma solo un attributo; in cui i canoni estetici erano tutt’al più consigli di bellezza e non imperativi morali. Orbene, i flashback e i sogni ad occhi aperti ci terranno in vita ancora per un po’.

 

16.

Beninteso, noi non cambieremo il mondo – non combineremo mai nulla di buono. Ci raseremo la barba; ci laveremo i denti; ci taglieremo le unghie; ci puliremo il deretano con la carta igienica in offerta; chiaveremo quando non ci sarà più bisogno di masturbarci. Invero, è rincuorante constatare che le zanzare mi considerino ancora qualcosa di utile buono vivo. Mai col punto fermo dovrebbe concludersi un trattato, ma sempre con un punto interrogativo o con puntini di sospensione.

I parassiti si rinchiudono all’interno del loro capside, al confine tra il mondo vivente e il mondo non vivente. I vermi strisciano, ergo sono.

 

Ringraziamenti speciali: all’anestesia, alla morfina, agli antibiotici, ai cerotti antidolorifici, alla vaccinazione, alla coagulazione del sangue, ai guanti chirurgici, al dentifricio, ai cotton fioc, ai deodoranti, a rimmel e fondotinta, all’anticellulite, a profilattici pillole anticoncezionali contraccettivi in genere, al water di scarico a sifone, al sistema fognario, allo scaldabagno, al frigorifero, alle carrozzelle per invalidi, al nastro adesivo, alla penna biro Bic, al videoregistratore, all’autoradio, agli accendini, alla birra, alla stele di rosetta, ai numeri (in colore) immaginari, al principio di indeterminazione.

 

 

 

 

Fabio Dellavalle

 

[1] Non c’è più nulla da festeggiare – niente per cui valga ancora la pena esclamare con giubilo ed euforia: «Alleluia», «hurrà», «osanna».

[2] meta-fisica.

[3] COLPO DI FULMINE. Poi un lampo squarciò l’occhio/ e vita, sì, vi entrò./ Vidi fuochi pirotecnici e unicorni arcobaleno;/ tigri dalle righe psichedeliche.

[4] alla faccia della consecutio temporum.

[5] ibidem.

[6] «Se c’è una cosa che è immorale/è la banalità» (Afterhours, Bianca)

 

[7] cfr. e procaccia Good Will Hunting, regia di Gus Van Sant

[8] Ascolta ed acquista 883, Con un Deca.

 

[9] cfr. e vivi Massimo Volume, La città morta.

[10] cfr. e percorri Afterhours, Milano circonvallazione esterna.

[11] PIL Le stelle sono fatte di idrogeno. /Il 63% dei nostri atomi è fatto di idrogeno.

[12] cfr. e consulta Guida per riconoscere i tuoi santi,regia di Dito Montiel.

[13] cfr. e studia Canzoni da spiaggia deturpata, di Le Luci della Centrale Elettrica.

[14] cfr. ad alta voce Howl, film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman.

 

[15] Confronta ed affronta Fight Club, film diDavid Fincher

[16] cfr. e osserva al rallentatore Subsonica, Nuvole Rapide, videoclip

 

[17] cfr. e circumnaviga Verdena, Valvonauta, videoclip.