Vivere alla macchia

Luglio 2013

KOLLETTIVO KAPOLINEA  - Vivere alla macchia

Mi manchi amore mio. Ora sì, posso dirlo senza indugi: sono un partigiano. Sono un partigiano perché sto da una parte e faccio la guerra a un’altra parte. Sono partigiano perché parteggio per il bene di questo nostro Paese, si capisce. Mi sembra quasi impossibile non poterti vedere, anche se siamo solo lontani una ventina di chilometri. Qui la vita non è semplice. Non è affatto facile vivere alla macchia. Stiamo sempre nascosti, con gli occhi bene aperti e le orecchie sveglie. Il nostro comandante, che di stranome fa Trozchi, dice sempre che bisogna nascondersi al demonio, che lui ha la vista come da falco… Adesso è scuro come nella bocca del lupo. Gli altri dormono quasi tutti, tranne Trozchi che se ne sta da solo a bruciare una sigaretta, seduto sopra a un ceppo, mentre guarda la luna. E poi ci sono io, si capisce, steso a terra sopra a una camicia sporca e insanguinata, con le mani dietro alla nuca, che guardo la brace rossa che è ancora rimasta e che assomiglia tanto ai tuoi occhi accesi. Non avevo mai sentito prima d’ora il puzzo del mio sangue. O forse non ci avevo mai fatto attenzione. Ieri mattina mi hanno preso. Stavamo risalendo la collina del Puciu, belli ruspanti. Trozchi aveva ricevuto delle informazioni, che dicevano che di là dalla collina del Puciu stava una squadra di crucchi. Allora siamo partiti, che non era ancora l’alba. Mentre il gallo cantava, ci siamo levati (in verità io ero già sveglio perché non riuscivo più a dormire. Mi succede quasi tutte le notti.) Trozchi ci ha diviso in quattro squadroni: A-B-C-D. Io sono capitato nello squadrone B, che aveva l’obiettivo di risalire la collina del Puciu e fermarsi nelle castagne di Cichet per fare da guardia, si capisce. Insieme con me c’erano Peru, Stech, Lupo e Cesare. Zitti zitti ci siamo incamminati su per il sentiero cercando di non fare baccano coi nostri scarponi fracassati. Non so, è strano, ma mentre salivamo mi passavano per la testa pensieri che non c’entravano niente con la missione. Per esempio pensavo alla LIBERTA’. La libertà, si capisce. Non avevo mai pensato così tanto alla libertà. Ed era curioso pensare che la libertà c’è e allo stesso tempo non c’è per chi vive alla macchia. Nel senso che c’è perché vivi fuori dal paese, non ci sono i tuoi che ti sgridano, si capisce; e puoi dormire dove vuoi, anche sopra alle piante! Ma però sei obbligato a stare sempre rintanato, con il cuore che ti batte sempre forte. A volte non sai neanche a chi ti devi nascondere, ma è un ordine e allora bisogna obbedire… E poi pensavo a te, amore mio, come la maggior parte del tempo da quando vivo qui, alla macchia. Ad ogni modo continuavamo a salire, con le ginocchia piegate e la schiena giù, per non farsi vedere, si capisce. E intanto calpestavamo le foglie secche che ricoprivano la terra. (Pensavo che poteva darsi che c’erano anche dei funghi, là sotto). In meno di un quarto d’ora siamo arrivati alle castagne di Cichet e ci siamo seduti. «Dammi una cicca» ha urlato, però a bassa voce, Lupo a noi tutti. «Ma sta zitto!» gli ha detto Stech, «Non si può fumare qui!». «E chi l’ha detto, il parroco?!» «Sì, l’ha detto il parroco!... Adesso stai zitto, cristo!». «Allora…la sigaretta?» «Oh cristo!Dategli ‘sta sigaretta se no lo ammazzo…». Allora Peru gli da la cicca. Lupo l’accende. Passano, io non so, cinque secondi e dall’altra parte della collina i crucchi sparano. Ci alziamo in fretta e furia e corriamo di nuovo giù come delle lepri. Ma mentre scappiamo a Peru gli cade la mitraglia. Io che sono l’ultimo me ne accorgo e mi abbasso per raccoglierla, si capisce. Bam! «Mi hanno preso». Un proiettile mi rasenta la spalla. Non urlo. Piglio la mitraglia e riparto, e vedo gli altri che sono già lontani. Sento un male boia, come un fuoco che brucia, e mi rendo conto che esce tanto sangue. Ma non dico niente agli altri e continuo a correre. Una volta ritornati alla base chiamiamo Fungo, che è sempre fisso alla base. Appena mi vede fa:«Cristo, ma ti hanno preso!». Mi hanno fatto sedere e mi hanno disinfettato il braccio, si capisce. Perché Fungo è abbastanza in gamba con la medicina. E mentre mi medicavano sentivo questa puzza di sangue, che era insopportabile. Entrava proprio nel naso, e sapeva come di ferro e chiodi di garofano. Anche adesso la camicia puzza ancora di sangue. Al momento vado meglio. Tengo il braccio fasciato e non lo muovo mica tanto. Ma gli altri mi danno una bella mano. Trozchi ha deciso che devo rimanere anch’io fisso alla base con Fungo e Beppe F. Ho iniziato a fumare. Qui fumano tutti. In principio non volevo ma dopo ne ho provata una, dopo un’altra e un’altra ancora e, si capisce, una tira l’altra, no?Come le ciliegie... So che non vuoi e neanche padre e madre vogliono, però quando avrò finito di fare il partigiano smetto, te lo giuro. Mi manchi, amore mio. E mi mancano tante altre cose. Non so, tipo il profumo del pane appena fatto che esce dal forno di mio padre, il vinello nostro, giocare al pallone elastico in piazza, fare una partita alle carte, andare a messa e giocare alle bocce con la compagnia... Ma più che altro, mi manchi tu. Non è facile vivere alla macchia. E sparare non è bello, né tantomeno eroico. Non mi piace proprio sparare, preferisco di sicuro giocare al pallone elastico. Ma è un ordine e bisogna obbedire... Devi sapere che nel nostro battaglione siamo in 21. Noi ci chiamiamo “Volpi Rosse” e siamo comunisti. Io non sapevo cosa voleva dire essere comunisti. Allora me lo sono fatto spiegare e tutti mi hanno detto: «Come non sai cosa vuol dire essere comunisti?!» E io rispondo: «No, non lo so!(Altrimenti non te l’avrei chiesto, no?)». Una volta ho detto a Lupo: «Ma essere comunisti vuol dire che hai fatto la comunione?» E lui si è pisciato addosso dal ridere. So solo che qui ci sono diversi battaglioni, tutti con dei nomi diversi. Non lo so, ci sono “Le Poiane”, “Le Brigate Ardenti”, “I Tritacarne”... Così. Ognuno si prende un nome che sia bello. Ma non tutti i battaglioni sono comunisti. Ci sono i repubblicani, i socialisti, i cattolici... E non si vogliono mica tutti bene allo stesso modo! Pensa che la settimana passata il comandante dei “Tritacarne” ha sparato alla gamba di uno delle “Poiane” perché le ostie non le vogliamo noi, gli ha detto. Per me quello là è tutto matto. «E’ la politica...», mi ha detto Stech, «non ci puoi fare niente». La politica fa schifo, amore mio. Spero che tutto finisca presto e che noi due possiamo di nuovo abbracciarci e baciarci. Un bacio. Buonanotte.