La notte in cui suonò Sven Väth

Settembre 2017

Lucio Aimasso - La notte in cui suonò Sven Väth

   Oggi siamo eccitati perché finalmente abbiamo scoperto chi ci sarà quest’anno alla chiusura estiva del Mondo. Il flyer l’ha portato Pennello, che è sempre il primo a beccarli, e il nome scritto a caratteri cubitali è quello di Ricky Le Roy. Il Re. È la prima volta che viene al Mondo. 

   Quasi non riusciamo a crederci. Non è come dire Sven Väth, ma è già una bella botta avere Ricky. Solo Pennello, come al solito, fa finta che non gli freghi niente.

   - Capirai che re del cazzo.

   - Meglio Wonder?

   - Meglio tua madre.

   - Allora visto che non ti piace Ricky, dov’è che vorresti andare sabato sera?

   - A giocare a bocce con i vecchi, voglio fargli un culo così a quei rincoglioniti.

   - Sei talmente fuso che la boccia te la tireresti sui piedi.

   - Oppure nei coglioni a te, comunque se vengo al Mondo piscio contro il bancone.

   - Pennello, non puoi farlo ogni sabato, prima o poi ci beccano e sono cazzi.

   - Che ti frega, sono io quello che tira fuori l’uccello, il rischio è mio, anche perché tu non potresti, ce l’hai di gomma.

   - Almeno ce l’avessi decente, hai l’affare più piccolo che abbia mai visto.

   - Ha parlato Rocco.

   Finiamo per ridere tutti e quattro e mentre ho la bocca spalancata e le lacrime agli occhi, mi accorgo che si tratta di uno di quei momenti in cui siamo una famiglia. Li abbraccerei e gli direi che vorrei morire con loro, ma questo già lo sanno. 

   Sabato dobbiamo farci trovare pronti. Il dj set di Ricky Le Roy inizierà verso l’una, ma se non siamo dentro già a mezzanotte non entriamo più. 

   Quando ci sono gli special guest, quelli veri, con i nomi scritti a caratteri cubitali sui flyer, bisogna partire per tempo, sennò si rischia di rimanere in coda fino alle due e perdersi gran parte dello spettacolo.

   Il sabato sera però il mio problema si chiama Viper, il proprietario del Silver. Quando mi hanno beccato per la prima volta con del fumo addosso, il Pagliaccio ha iniziato a sbraitare che avevo tempo di fare stronzate in giro perché non facevo niente dal mattino alla sera, così mi sono anche dovuto inventare un lavoretto per farlo stare buono, e l’unica cosa che ho trovato è stato un posto come cameriere al Silver, il locale più sfigato della Chiusa.

   Quando entro, alle 17:30, il Silver è ancora vuoto a parte un vecchio, rannicchiato su una delle sedie rosse del dehor, perso in un calice colmo fino all’orlo di vino bianco scadente, di quello che Viper spaccia per frizzante del Trentino e mette a sei euro al bicchiere.

   Raggiungo il bancone che Viper sta pulendo con uno strofinaccio, la testa lucida di gel più appiccicaticcia del normale. Appena mi vede mette su un’espressione corrucciata e si avvicina a grandi passi.

   - Federico, dovevi arrivare mezz’ora fa.

   Guardo l’orologio facendo finta di non sapere che ora è.

   - Possibile che non sei mai puntuale?

   - Mi sono addormentato.

   - E questa dovrebbe essere una scusa?

   - Se vuoi ti dico che mia nonna si è rotta un femore.

   - Non fare lo stronzo con me, ancora un ritardo e ti licenzio.

   - Scusa, Antonio.

   - “Scusa Antonio” un cazzo, lo sai che mi chiamo Antony.

   Si chiama Antonio Sciannimanica, ma crede che Antony sia più adatto a un locale di tendenza come vorrebbe che fosse il Silver. È stato a Londra un paio d’anni a fare il lavapiatti e adesso si crede un barista esperto. Io continuo a chiamarlo Antonio solo per farlo incazzare, anche se fuori di lì l’ho soprannominato Viper, perché con i suoi scatti da un tavolo all’altro e la lingua sempre pronta a leccare i culi sembra una vipera. E adesso tutti dicono così: “Andiamo al bar di Viper”.

   - Tra poco inizia la ressa, sbrigati che c’è da preparare gli stuzzichini.

   Stuzzichini. In realtà si tratta di cibo freddo che sa di plastica: tramezzini all’acciuga, tondini di focaccia ammuffita e crostini con formaggio fuso di quello che compri al Lidl in offerta. E naturalmente peperoni fritti. La specialità di Omar, il cuoco marocchino. Tra i bar alla moda va a periodi. L’anno scorso andava La Brasilera, un altro bar del centro, si trovavano tutti lì, mancava solo più mio nonno con la zappa sulle spalle e un Martini-ghiaccio-e-limone in mano. 

   Quest’anno invece va il Silver, un buco senza finestre con un cesso ricavato in un ex scantinato e un dehor con le tende verdi che più che un bar sembra una casa popolare.