Il paziente crede di essere

Aprile 2016

Marco Giovenale - Il paziente crede di essere

Due estratti dal libro Il paziente crede di essere, pubblicato per Gorilla Sapiens Edizioni

 

Il paziente crede di essere

 

Il paziente crede di essere

— un’aquila in volo  

— un aerostato

— un topolino indifeso

— un minacciato indistinto

— di nuovo un’aquila

— un’operazione di salvataggio

— una difficoltà percettiva

— un testimone di eventi raccapriccianti

— un inseguito

— una linea in terra

— un foro indistinto in terra, in cui la linea si interrompe

— l’arrivo imminente (parla in astratto, non riesce a  spiegarsi)

— un particolare impiegato, dotato di nome e cognome, tuttavia ignoto

— un treno giocattolo

Si riscuote. Parla amabilmente con il dottor Lacroix, ospite come me nella struttura.

ore 16 Il paziente riferisce di aver patito molto, e visto delle nuvole importunarlo infiltrandosi nella stanza.

ore 16:40 Il paziente ha indossato un largo mantello scuro e si aggira per la stanza piegato quasi a terra. Il fenomeno dura già da qualche minuto.

ore 17:30 Incredibile energia. Continua tutt’ora. Gira per la stanza con le ginocchia quasi ad angolo retto, senza fermarsi un istante. Il mantello batte in terra.

ore 19:30 Continua freneticamente. Richiudiamo lo spioncino e andiamo a mangiare.

ore 23:30 Idem. Si va a dormire.

mercoledì, ore 9:30 Squilla un telefono fisso in camera del paziente. Non ha telefono né fisso né mobile e la cosa ci insospettisce. Sentiamo anche un paio di acuti di sassofono, o di qualcosa che gli assomiglia. Apriamo lo spioncino e già al primo sguardo ci rendiamo conto che è avvenuto qualcosa di orribile

 

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Periodi in cui

 

Al calar della sera in città si organizzavano degli incontri culturali.

Questi incontri recavano una incomprimibile gioia.

Essa era il motivo disinteressato per cui venivano organizzati.

Una gioia esplosiva o garbata, da ciascuno vissuta diversamente.

Quasi tutti questi incontri, io ricordo, erano degli incontri di scrittura, o di scrittori.

Non venivano chiamati letture o incontri di lettura.

Questo perché non vi prendevano parte dei lettori, ma solo degli scrittori.

Era una regola non scritta, dagli scrittori, e tuttavia ferrea.

Il funzionamento o meccanismo che animava tali incontri era semplice.

Sono in grado di spiegarlo.

In sostanza uno scrittore veniva presentato da uno scrittore.

Oppure da un critico o da un giornalista che però nel fondo del cuore era innanzitutto uno scrittore, e tale veniva considerato, per muto accordo.

E, appunto, funzionava così, ricordo: che uno scrittore presentava velocemente e brevemente uno scrittore agli scrittori, utilizzando parole efficaci.

Una volta presentato dallo scrittore al pubblico degli scrittori, lo scrittore spesso sorrideva, e sempre si avviava al tavolo o leggio accuratamente preparato per l’occasione.

Da lì, dal tavolo o leggio, lo scrittore ringraziava.

Tutti applaudivano, o forse avevano già applaudito e lo rifacevano, comunque spesso con allegria, e sorridevano a loro volta.

Si trovavano a loro agio, era il motivo per cui si producevano in questi sorrisi.

Era il motivo degli incontri, anche: tutti noi desideriamo sentirci a nostro agio.

Dalle efficaci parole dello scrittore presentatore, non di rado intessute di garbato umorismo, tutti erano stati ben disposti, benevoli verso lo scrittore presentato.

Si percepiva una diffusa e condivisa affabilità, come un appetito, o curiosità un poco languorosa e ottimista: cosa mai andrà a leggere? ne sentiremo delle belle? ascoltiamo.

La lettura aveva inizio, essa costituiva l’incontro di scrittura.

Approfittando del tempo che allo scrittore era necessario per organizzare i suoi fogli sul tavolo o sul leggio appositamente predisposto, tutti gli scrittori presenti in sala, chi per un motivo chi per un altro, chi armeggiando al cellulare, chi avvertendo sete o bisogno, uscivano alla chetichella dalla sala in penombra, e la sala alla chetichella si svuotava.

Lo scrittore, rimasto solo soletto nella sala, dava due tre colpi col dito al microfono e iniziava a leggere con grande cura i propri testi.

Poco prima della fine della lettura, tutti gli scrittori alla chetichella e un po’ curvi rientravano nella penombra della sala, e la sala alla chetichella si ripopolava.

Allora esplodeva l’applauso conclusivo, che dava a tutti, appunto, come detto, una gioia esplosiva. Forse esagero. Una gioia.

Lo scrittore tornava a sedersi fra gli altri scrittori, felice per il suo quarto d’ora di solitudine.

Toccava poi allo scrittore successivo, e tutto si ripeteva.

Non erano incontri assai frequentati, anzi, in genere in sala si contavano al massimo dell’affluenza, cioè nello spazio tra un autore e l’altro, quattro o cinque scrittori, sei o sette era già un numero di successo, baccanale.

Per il resto erano incontri mediamente vuoti, non si sa perché, e tuttavia di grande importanza, per qualche motivo (oltre al fatto di generare, questo sì, una rilassante sensazione di svago).

Essi, gli incontri, erano infatti parte della letteratura nazionale, e sulla loro base venivano scritte o riscritte le storie della letteratura nazionale.

Alla fine di ognuno di questi incontri di scrittura, gli scrittori andavano a cena per parlare un po’ fra loro, cementare o disfare accordi, e anche per capirsi e spiegarsi, dato che in sala, a chi per un motivo a chi per un altro, era sfuggito un tratto, un grammo di qualcosa.

Durante la cena venivano disturbati da una chiamata o da un bisogno, e dal chiasso del ristorante, per cui non si sentivano tanto bene, ma questo non impediva loro di esprimere ciascuno la propria opinione, scattare una fotografia.

Era il bello di questi incontri.

Di questi incontri di scrittura, o di scrittori.

 

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