Arrenditi Dorothy!

Dicembre 2015

Marilena Renda - Arrenditi Dorothy!

Un estratto dal libro Arrenditi Dorothy!, pubblicato per L'orma editore.

 

DI CALMA, DI AMORE O DI NIENTE

Una volta era diverso. Una volta i capelli, gli occhi, il collo e le mani stavano vicini, rispondevano agli ordini, erano riconoscibili come i capelli di, gli occhi di, il collo di, le mani di. Tutte le parti del corpo avevano un aspetto e un proprietario, e se le chiamavi accorrevano. Se fotografata, la faccia era la faccia di, chiunque la conoscesse l’avrebbe riconosciuta. Le parti stavano raccolte, cercavano di non disperdersi nel mondo, sapevano che altrimenti per loro sarebbe stata una specie di morte, perché il mondo reclama i suoi diritti ma non sai che forme ti fa assumere.

Poi è successo che le parti hanno ceduto di schianto. Si sono allontanate per le diverse direzioni dell’aria ognuna per suo conto, e ora non c’è parte che sia uguale a prima, che se la vedi la riconosci, che se la incontri dici: queste sono le mani di, sempre belle le mani di.

Le parti non si lamentano, l’hanno voluto loro di andare ognuna per la loro strada, ora non possono dire niente neanche se volessero, anche se certo, ogni tanto si spaventano.

Ogni tanto passano attraverso l’aria come se passassero sotto l’acqua, o si abbassano quando dovrebbero sollevarsi. Non dicono niente ora, né al mondo né alle altre parti. Ognuna sta in silenzio, e si prende la sua parte di freddo o di caldo, di fretta o di calma, di amore o di niente.

 

IO È JOHN MALKOVICH

Ci sono uomini e donne che non esistono. La loro consistenza cangiante ne fa delle smorfie di legno, marionette che torcono il corpo in danze che disfano la laccatura, che lacerano la frontiera tra acqua e ba- stone, tra metallo e sudore, tra burattino e burattinaio, con un gioco fragile che non paga mai i suoi conti.

La danza del burattino è oscena come i lamenti d’amore di Eloisa e Abelardo, perché il dolore spaventa gli animali e li fa stringere più forte agli attori lasciando credere a entrambi che la finzione è finita e siamo finalmente in un ordine di realtà più vero.

Ci sono molti generi di miracoli: alcuni ti fanno credere che puoi diventare un bambino, uno scimpanzé, un uomo e una donna insieme, un artista, un marito, un attore: una figura riconoscibile da desiderare noi per primi, una faccia in cui riconoscersi quando al buio si piega la smorfia.

Quando arriva la rivelazione di chi siamo, alcuni non la sopportano: è il fulmine durante la pioggia se stai facendo il bagno in mare, ti intride le ossa fino a cambiare la materia di cui sei fatto. Passa tutta nel corpo: il corpo di uno che è corpo di tutti, campo di battaglia della percezione, specchio in cui il corpo sociale riconosce e sbeffeggia, adora e ingoia i suoi fantasmi.

Io è un altro per non essere costretto a essere se stesso. Io vuole stare nella pelle di un altro, nel suo stomaco e nella sua lingua, avere la sua fetta di gloria, essere il tappeto rosso su cui poggerà i piedi e il bicchiere che porterà alla bocca. Entrare in un altro è parlare una lingua che non esiste ed entrare in un luogo inconcepibile alla logica. Eppure, a partire da un dato momento, la lingua comincia ad emettere suoni prima inauditi, la schiena accetta di curvarsi sotto il peso dell’assurdo, la pancia si fa traghettare verso grembi stranieri, le parole dette alla rovescia si fanno leggere in mille direzioni, si ospitano cento altri nel proprio carapace.

Meglio essere altri, impossibile essere noi. 

 

IO È IL NOME CHE AVEVO

Io è il nome che do a quest’altra. Io è il nome che avevo. Io ero ciò che sono.

La cenere si scioglie sul tappeto. La voce di un attore cinese sottotitolato in tedesco è la colonna sonora di stasera, e la testa è piena di mattoni che si sono depositati proprio in cima, una muraglia in bilico.

Cos’era questo film? Una volta ho sentito dire che è un film sul silenzio, su ciò di cui non si può parlare, su ciò che non si può dire e nemmeno sapere. Adesso non solo non lo sappiamo, questo qualcosa che non si può dire, ma lo pronunciamo perfino in un’altra lingua, quindi non possiamo nemmeno tradurlo in un linguaggio, per quanto inventato.

Come se non bastasse, il file del film era infetto. Il computer mi dice: lo vuoi distruggere? lo vuoi mettere in quarantena? lo vuoi ignorare?

Ogni volta valuto le possibilità, ogni volta penso che se lo ignoro ritorna, se lo metto nell’ospedale dei virus resta un’infezione che può rientrare in circolo, e se lo distruggo muore.

Se dovessi dire che cos’è, il film intendo, direi: la buccia di una pesca, il passo della mancanza che si nutre di sé fino a illudersi di non essere vuota, il desiderio che non si confessa e non si compie per non fiaccare la sua forza, e per questo si contorce in una pienezza apparente.

Gli amanti di In the Mood for Love sono ventriloqui che non sanno dire le parole dell’amore, la lingua occidentale dell’abolizione della distanza tra due corpi e due menti.

E Maggie Cheung porta negli occhi i nostri anni gloriosi passati come fiore.

 

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