Tre io

Dicembre 2015

Mario Rossi - Tre io

Un estratto dal libro Tre io, pubblicato per NEO. Edizioni

Dante

                                       

Non ricordo più cosa si prova a non detestare il proprio corpo. Mi faccio forza. Vinco la repulsione a guardarmi ma comincio piano, dal basso, portando lo sguardo sui piedi. Le dita sono ritorte e compensate in sequenza come i pezzi di un puzzle. Ognuna, negli anni, si è assoggettata al volere dell’altra e tutte insieme hanno preso la forma dei miei anfibi di cuoio: scarpe che ho portato a lungo e proprio nel periodo della crescita. Nel profilo globale i miei piedi formano un ovale perfetto. Singolarmente le dita hanno perso ogni forma piacevole e, pressate dal rigido cuoio degli anfibi, si sono distorte ed evolute in ossa e cartilagini complementari, repellenti. Ho trentanove anni e i piedi di un ottantenne.

I polpacci, una volta torniti, sono pelle atrofizzata aggrappata all’osso.

La pancia è deflagrata e, ironia della sorte, forma nella sua interezza una ciambella adiposa che mi aiuterebbe a restare a galla se avessi il tempo di andare al mare. Ho preso la forma di un rombo la cui diagonale maggiore passa per il mio giro vita.

Percorro la strada alberata che congiunge l’inguine al petto e trovo due mammelle da latte. Avevo pettorali di ferro e facevo cinquanta vasche in piscina. Ora è già tanto se non mi slogo una spalla facendo la doccia.

E, come se non bastasse, secerno umori.

È un’amara consapevolezza questa.

Emetto materie organiche.

Muco dal naso. Cerume dalle orecchie. Sudore dai pori. Il rum di qualche ora fa mi ristagna nello stomaco e contribuisce ad emanare un tanfo pestilenziale dalla bocca. Mangio e bevo espellendo concime senza badarci... come una bestia. Mi taglio le unghie. Perdo i capelli. Sono ciò che più odio. Sono portatore sano d’immondizie. Ho il superfluo in me. Sono un fabbricante d’inutilità e come me tutti gli altri. 

Come può un essere umano piacersi?

E come fa a proporsi agli altri, ad offrirsi conoscendo la propria putredine interiore? 

Mi ficco in doccia. Miscelo l’acqua usando manopole distinte. La tecnologia qui non è mai arrivata.

 

Lascio che il getto tiepido mi massaggi la nuca. Magari per qualche minuto riesco a non pensare.

  

 

Giulia

 

Bella, sì. Lo sono ed è un dato di fatto. Con me il tempo è stato clemente. Non ha rigato la fronte di rughe. Non ha assecondato la forza di gravità. I miei seni sono ancora sodi. I glutei si mantengono alti. Soltanto il ventre, appena pronunciato, non si è mai ripreso dalla gravidanza. Conserva un gonfiore accennato che non guasta, anzi mi dona un’aria di maternità che mette insieme due aspetti intriganti e ambivalenti. Madre e figlia. Moglie e amante. Santa e puttana.

Vista così sono la donna perfetta. E stasera voglio irradiare il mondo di me. Voglio fare di un uomo un uomo e attraverso lui sentirmi di nuovo donna.

Squilla il telefono. Rispondo e mi fingo sorpresa. A dire il vero la puntualità con cui i gesti ricorrono nella mia vita è avvilente.

«Sì?» dico alla cornetta quando avrei potuto benissimo rispondere con un: «Dimmi Marcello».

«Ciao amore».

«Ciao, volevi dirmi qualcosa?»

«Sì. Volevo dirvi che il volo è andato bene, che sono già in albergo e poi volevo sapere come state».

«Io sto bene» rispondo. «Elisa dorme a casa D’Aquino. Hanno organizzato una festa con le amiche e poi dormono tutte nel salone. Non ti preoccupare. Ho fatto uno squillo alla signora per assicurarmi che stessero bene».

«Brava amore. Io dovrei tornare domani in serata. La conferenza è alle tre del pomeriggio, poi prendo l’aereo e volo da te».

«Va bene. Non vedo l’ora di riabbracciarti».

«Anch’io. Mi manchi».

«Anche tu. Allora... a domani».

«A domani».

Un attimo d’esitazione. «Giulia...»

«Dimmi caro».

«Mi ami?»

«Da morire».

 

 

Andrea

 

«Cin cin!»

Merda! Speriamo che sia l’ultimo. Se continua così mi prosciuga. Quei bastardi della fabbrica ci hanno messo in cassa integrazione e sono già due mesi che non lavoro. Non ho più un centesimo. A sentire quel rompicoglioni di mio padre: «Vai in fabbrica che ho un amico politico. Ti fai un paio di mesi e ti assumono». Mi sono fatto cinque anni in catena di montaggio, turni del cazzo, sveglia alle 4 di notte e adesso? Il posto sicuro mi lascia a casa. Glielo dicevo a mio padre che merito di più, che dovevo fare un’altra cosa. E lui giù a dirmi che così mettevo da parte i soldi, che se non facevo come diceva lui mi sbatteva fuori di casa. E che ho adesso? Niente. Metà dei soldi li porto a casa dei miei, l’altra metà in palestra e a fare serate. Non me ne frega niente di metterli da parte. Se devo farmi un culo così per una vita allora voglio godermeli. Voglio vivere come dico io. E andassero affanculo mio padre, la fabbrica, la cassa integrazione. Se crolla tutto me ne vado in Germania o in Svizzera, che ci vuole. Io stasera voglio solo spassarmela. E neanche sono sicuro di farmela questa stronza. Manda vibrazioni negative. Forse è troppo vecchia per me. Forse mi sfrutta solo per farsi pagare da bere. Magari non vuole altro che un po’ di compagnia. Alla fine mi saluterà con un bacio sulla guancia o, peggio, sulla fronte. Non posso farmi prendere per il culo così. Non qui. Non davanti a tutti.

 

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