Fame Plastica

Maggio 2017

Nicola Brizio - Fame Plastica

Arrivo da BG. BG è il mio dottore e nel suo campo è il numero uno.

       Sono anni che mi rifila gustose pastiglie di Slink, l'antidoto. Suono tre volte il citofono con le mani che tremano e gli occhi sbarrati come un gufo maschio allucinato nel più fitto dei boschi. BG apre e io comincio a salire le scale a due gradini per volta mentre vedo le pareti crollarmi addosso e il marmo capitombolare negli inferi sotto i miei stivali.

       Ho la bava alla bocca ma sono al quinto piano, busso a BG con la serissima intenzione di buttare giù la porta se non si sbriga.

       Lo mando al diavolo fra me e me mentre lo sento che si avvicina lento, con il passo di chi non ha fretta, quando io sto cacciando le unghie fino a farle sanguinare e col rischio di farle schizzare via dalle dita come schegge da manicomio.

       BG non prende lo Slink, o almeno dice di non prenderlo, sostiene di essere una delle poche persone al mondo che nell'anno del Signore duemilacinquantatre non è afflitto dal male di vivere. Non gliel'ho mai detto per paura che si offendesse e si rifiutasse di darmi altro Slink, ma io credo che anche lui ne sia un assiduo consumatore oppure che lo propini a noi, disgraziati pazienti, per vedere l'effetto che fa. Il ricciolo canuto in camice bianco mi apre e fa capolino dalla porta.

«Ehilà, come andiamo questa settimana?» mi domanda.

«Come vuoi che vada dannato maiale? Va come va a uno che deve correre da te per scampare alla fine del piccolo e fragile mondo» vorrei rispondergli, ma mi limito a seguirlo lungo il corridoio del suo tetro studio, muto e con gli occhi tondi e scrutatori.        Sono convinto che gli occhiali di BG lo portino a vedere il mondo in una maniera diversa da quella in cui lo vediamo noi poveri addolorati. Le sue lenti sono drogate fino all'eccesso, due lenti quadrate in overdose che consentono a quella specie di scienziato folle di vedere i suoi pazienti come gli abitanti spaesati di una dimensione quasi normale.

        Entriamo nell'ufficio in fondo al corridoio, è così luminoso che quasi mi acceca. Raggiunge la sua scrivania e apre un piccolo cassetto, prende una confezione da trentatré di Slink e me la lancia sorridente. Io sono rimasto nei pressi della porta, non sono pronto e nonostante il mio tentativo repentino la scatoletta cade a terra su di una piastrella nera (nello studio del dottor BG ci sono piastrelle disposte e colorate come in una scacchiera).

        Per un attimo ho l'impressione che in quel nero ci sia il vuoto e che le mie amate pillole ci stiano per finire dentro senza possibilità di ritorno. Un brivido mi trucida la spina dorsale e come un felino mi lancio a terra sbattendo le ginocchia e salvando il mio Slink da quel buco privo di fondo.

        Con fare protettivo le infilo in tasca, al sicuro da tutto lo schifo che sta al di fuori dei miei jeans e al quale posso sopravvivere solo grazie a loro. Guardo malissimo BG.

«Non farlo mai più» gli sibilo. Lui continua a sorridere, sorride sempre e si rafforza in me la convinzione che anche lui consumi Slink dalla mattina alla sera senza dirlo a nessuno. «Dovresti rilassarti» commenta «sai, il mercoledì tengo delle piccole riunioni a casa mia. Siamo un gruppo di dialogo, dovresti venirci una sera.»

        Voglio andarmene ma tento di prendere tempo per individuare il cassetto nel quale BG tiene lo Slink per essere pronto nel caso prima o poi volesse smettere di procurarmelo e fossi costretto a rubarlo.

«Ah sì?» gli domando ancora scosso dallo spavento precedente, «e di che cosa parlate?»

         Si lascia sprofondare nella poltrona di pelle scura che sta dietro la scrivania.

«In un gruppo di dialogo si parla di tutto, di qualsiasi cosa. Ultimamente parliamo volentieri di musica, di Bach soprattutto. Ti piace?»

«Preferisco Shostakovich» gli ringhio «mi piace Waltz numero due.»

         Giro i tacchi ed esco evitando di pestare le piastrelle nere, dove tiene lo Slink l'ho capito, dove mi sta portando ancora no.

         Scappo nella direzione dalla quale sono venuto e mi fermo soltanto un attimo sul pianerottolo del secondo piano a guardare un tipo strano. È grasso e gronda sudore dalle spalle coperte di peli, è seduto a terra nudo con le gambe incrociate e sta mangiando una mela verde.

         I capelli sono spessi come corde e sembrano bagnati come la barba che gli copre il viso a chiazze, ha la pancia così gonfia che insieme alle cosce del colore del latte gli inghiotte il cazzo che grazie a Dio non gli si vede.

         Non si cura di me e io gli getto un ultimo sguardo schifato mentre rumina il suo frutto sbavando, sbrodolandosi e impregnando la barba rossiccia che inizia a colare sempre di più.

         Torno in strada, il caldo non ha cessato di opprimermi e il cielo è rosso come la pioggia che scende costante al ritmo della makumba urbana.

         Prendo subito una pastiglia di Slink e, per un attimo, mi sento morire un po' di meno. “Cosa fare ora?” mi domando “Dove andare a contare le ore che mancano alla fine del giorno e del mondo?” La risposta è scontata, andrò da Adam.

         Non ho nessuna intenzione di tornare da dove sono venuto per assistere ai fratelli J che dopo aver giocato alla PlayStation si masturbano mentre guardano Andy infilare ed estrarre un dito dal culo di una quindicenne che piange in silenzio.

         Se raccontassi questa storia a tre quarti della città faticherei a trovare un uomo che non si ecciti, qualcuno mi chiederebbe addirittura dove si trovano i fratelli J e Andy per poterli raggiungere.

         Io non mi eccito, la piccola Kelly non ricorda affatto la persona che cerco. Io voglio soltanto trovare un passaggio e raggiungere Adam che, come tutti i pomeriggi di pioggia torrida, starà guardando vecchi DVD comprati in Autogrill mentre frigna isterico perché Eleonor l'ha lasciato.

         Cerco riparo sotto un cornicione che mi confessa che potrebbe sgretolarsi da un momento all'altro per poi finire col soffocarmi fra le sue macerie. Alzo la mano sinistra sperando in un passaggio che non tarda troppo ad arrivare, è una Mercedes grigia di grossa cilindrata.

         Senza badare alla faccia di chi sta al volante mi fiondo sulla maniglia e mi siedo al posto del passeggero. A fianco a me, alla guida di quel mostro c'è una donna con grandi occhiali neri e un foulard in testa che le copre i capelli.

         Mi dice di chiamarsi Siria e che è venuta dalla Giordania per sposarsi. Sui sedili posteriori c'è un pargolo ancora in fasce seduto su un seggiolino, Siria mi dice che si chiama Benedict e che è suo figlio ma secondo me le somiglia pochissimo.

         Le chiedo se può lasciarmi all'angolo tra il parco pubblico T. Eriksenn e Mercer Ovest e dato che lei sta raggiungendo il Palazzo del Mistero che si trova appena un paio di isolati più avanti mi risponde che non c'è problema.

             Passiamo i dieci minuti di viaggio facendoci, ognuno all'interno della propria testa, assurde domande su chi è seduto a fianco a noi e quando scendo ringraziandola nei pressi del T. Eriksenn mi rendo conto che forse, grazie alla sua tenera età, il piccolo Benedict è riuscito a sfondarci il cranio e a leggere quel che avevamo all'interno e ora, al sicuro legato nel suo seggiolino, si starà concedendo grasse risate mentre Siria guida a tutta