Chiudi gli occhi e guarda

Marzo 2016

Nicola Pezzoli - Chiudi gli occhi e guarda

Un estratto dal libro Chiudi gli occhi e guarda, pubblicato per NEO. Edizioni

 

Quelle giornate dall’andamento marzolino lasciarono il posto a un bel caldo ventilato e secco.
Essere lì, ed esserci con quel clima, e farne una pelle di sole e di Mare tutti i giorni dall’alba al crepuscolo era per me qualcosa di così vicino all’idea di Paradiso che non potevo evitare di fare “Tiè!” col braccio nel pensiero a tutti i miei compagni cuviaghesi in campeggio alpestre insieme a Don Gioele e ai catechisti del put. (Figurarsi, farmi chiamare Scrofa anche d’estate e patire il freddo in montagna: non c’ero mai andato, non ci sarei andato mai).

Al Bagno Italia mi feci presto una compagnia di coetanei o giù di lì. Giocavamo a bocce e a calcio balilla. A carte e a ping pong. Facevamo correre le biglie sulle piste di sabbia. Se avevamo voglia dedicavamo anche due ore a costruire il percorso, pieno di salite, ponti, trabocchetti e paraboliche. Altre volte invece si prendeva uno per i piedi e si tracciava la pista col suo culo, bell’e pronta in dieci secondi, però asciutta e bruttina a vedersi. Le biglie erano grosse e fatte di plastica, mezza sfera colorata e mezza trasparente, con dentro i nomi e le facce di “ciclisti più o meno famosi, che dopo un po’ si vedevano male perché la superficie si sporcava e si rigava. Avevo un Van Springel triplo, e non sapevo nemmeno chi diavolo fosse. L’assortimento di corridori a disposizione era quasi infinito, ma in ogni sacchetto di sei o sette biglie che compravi al bazar ci trovavi dentro un Van Springel.


E ci sfidavamo a colpi di testa. Come pali, due basi per ombrellone piazzati su nella parte disabitata della spiaggia, dove quei ceppi facevano pensare a cimiteri militari, ed era molto più bello che giocare a colpi di testa in strada davanti a casa mia: perché eravamo in tanti, perché potevi fare i colpi di testa in tuffo e grandi parate spettacolari se eri il portiere, e soprattutto perché non c’erano vetri frangibili in mezzo ai maroni.
Quello con cui mi trovavo più a mio agio si chiamava Claudio e veniva da Alessandria, però non d’Egitto, l’altra. Poi c’erano tanti piciorla intercambiabili, ma i più assidui erano: Marcello, un piangina con l’accento ligure che era molto rognoso e se appena non gliela lanciavi perfettina come voleva lui l’abbrancava con le mani e diceva «Me lo rifai, anche» (poteva succedere dieci volte di fila e per dieci volte lui avrebbe bloccato il gioco e ripetuto la stessa manfrina: «Me lo rifai, anche»); Roberto, che tutti lo chiamavano “Roberto tricolore” perché aveva una pelle strana del viso che in certi punti si abbronzava, in altri diventava solo rosa e in altri ancora rimaneva bianca e a me anche se non volevo mi faceva impressione; Marco, uno della mia zona con la erre moscia, che tutte le volte che mi presentava a qualcuno della sua famiglia lo informava con fare trionfante: «Covvadino conosce Movosolo!» perché avevo commesso l’errore di dirgli che sapevo dell’esistenza di quel suo paesotto, anche se per me in realtà Morosolo era solo un nome sopra un cartello a una stazione delle Ferrovie Nord per andare a Varese (manco aveva una stazione tutta sua, ’sto Morosolo del put, la scritta diceva MOROSOLO-CASCIAGO). Questo Mavco con la erre moscia di Movosolo aveva una famiglia molto sterminata e molto danarosa ed erano tutti un po’ bizzavvi e molto nobiliavi, tutti con la evve moscia e puzzanasi. Secondo me erano davvero autoconvinti in comitiva che il posto dove abitavano si chiamasse Movosolo, e se uno di loro diventava sindaco faceva correggere i cartelli. Strani erano strani. Per esempio lui la madre la chiamava “Tuba” che sarà stato un soprannome fra loro (ma copricapi alla Paperon De Paperoni non gliene avevo visti), comunque già da quello capivi che era meglio essere prudenti e girare un po’ alla larga, da quegli svitati.


Sia come sia, al contrario di ciò che avevo pensato prima di partire, sentivo che nessuno di loro sarebbe diventato un amico per la vita. Erano solo compagni di giochi dentro un fugace sogno d’estate. Poi sarebbero evaporati.

Restava da risolvere il mio terrore riguardo al non toccare in quelle acque da Fossa delle Marianne Puttanne e Potenzialmente Assassine. Avevo chiesto alla mamma di comprarmi un salvagente gonfiabile ed ero stato accontentato, ma poi mi vergognavo come un ladro a metterlo. Allora le chiesi dei braccioli e lei poverina dopo un sospiro da martire mi comprò pure quelli. Diventò viola per gonfiarmeli ma poi mi vergognavo a metterli. In terza battuta le chiesi un giubbotto di salvataggio che costava carissimo (e che probabilmente mi avrebbe fatto vergognare uguale) ma lei si alterò un pochettino (un pochettino tantino) e la cosa finì lì.
Così poi me ne stavo in sicurezza nella striscia dove si toccava, e nuotavo in orizzontale col mio stile autodidatta vicino alla riva, stando attento a non farmi accorgere da tutti che avevo paura e stando attento a non andare troppo storto e vaffanculo.

Una delle cose belle dell’essere al Mare è che riprendi confidenza con tutte le parti del corpo, con parti che a casa frequenti poco e non ti ricordi neanche di avere per colpa dei maledetti vestiti. Le dita dei piedi. Le unghie dei piedi! Che bello sapere sempre, per tutto il giorno, che hai le unghie dei piedi, che anche loro sono lì con te, che anche loro si possono godere il sole, la sabbia, la vacanza, la spensieratezza. Che male hanno fatto le unghie dei piedi per nasconderle sempre sotto i calzini?
E il buon odore di libertà che sprigionavano le creme solari.

Con la coda dell’occhio non perdevo di vista la mamma sotto l’ombrellone, perché c’era un porco sposato milanese, brutto e peloso e con tre figli, che andava a ronzarle attorno ogni volta che la moglie si allontanava, come se si fosse messo in testa di avere un emoscambio con lei. Secondo me lui li picchiava, i figli, e picchiava anche la moglie cornuta. Il peloso somigliava a Videla ma di un trilione d’anni prima, un Videla di Neanderthal, come se gli fosse rimasto incollato addosso l’interno di un sacco a pelo grezzo. Tutti quei peli erano un affronto alla vista, una vera indecenza, ma lui ne andava parecchio fiero. Se il Sacco a Pelo si fosse azzardato a importunare con quei peli la mia mamma o a sfiorarla con un dito cespuglioso l’avrei ammazzato.
Non sapevo come diavolo, ma l’avrei ammazzato.

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