Mailand

Luglio 2016

Nicola Pezzoli - Mailand

Un estratto dal libro Mailand, pubblicato per NEO. Edizioni

 

La partita a Risiko era sempre lì che aspettava, insieme al bottiglione di Coca, alle lattine di birra, alle rimanenze di focaccine dolci con crema e uva passa del panettiere all’angolo, alle sigarette che Marco mal sopportava.

Quei due bastardi s’erano di nuovo coalizzati. Come sempre negandolo, rivendicando la casualità della cosa. Ciò da una parte mi lusingava (era un’ammissione della mia superiorità strategica) ma dall’altra mi centrifugava i maroni.

Sulla sinistra del planisfero, entrambe le Americhe stavano sotto il dominio delle mie armate. Dai Territori del Nord Ovest all’Argentina non scorgevi altro che i miei carrarmatini gialli. L’Alaska, praticamente inespugnabile, grazie al saldo avamposto asiatico in Kamchatka. Lo stesso dicasi per la Groenlandia, con truppe attestate a protezione in Islanda. Il Brasile non godeva di nessuno scudo africano, ma in compenso era difeso da un numero spropositato di armate: una quarantina – venti carrarmatini e due bandiere. Non solo, ma in caso di débâcle sudamericana, in seguito a un temerario attacco via mare, i più importanti possedimenti nord americani sarebbero stati imprendibili grazie alla strozzatura del Centro America, in cui avevo lasciato ammassate per ogni evenienza altre otto armate, che a ogni giro aumentavano. La situazione mondiale era completata dai viola di Marco, attestati nell’Europa continentale, in Gran Bretagna e nella zona mediorientale, nonché padroni assoluti dell’Africa, e dai blu di Beniamino, signore di tutta la rimanente Asia e dell’intero continente oceanico.

Mi credevo in vantaggio e destinato alla vittoria, grazie alla rendita di sette armate a giro contro le tre spettanti a Marco per l’Africa e le misere due di Beniamino per l’Oceania. Ma, c’era un “ma”. L’altra fonte di rinforzi in quel maledetto gioco, discontinua, aleatoria ma più decisiva, era costituita dalle combinazioni di carte. E il diritto a pescare una carta alla fine di un turno l’avevi solo se conquistavi un territorio. Questa eventualità, a me, era preclusa da tempo. I miei avamposti erano assediati, e tentare una sortita mi avrebbe esposto al rischio di contrattacchi devastanti. Quindi, carte nisba. Rimanevo con un jolly e un cannone, una tristissima coppia che non avrei mai trasformato in un tris. Loro, invece, continuavano a usare l’Afghanistan per il giochetto “della puttana”: a ogni turno uno di loro lo conquistava e poi ci lasciava una sola armata alla mercé della riconquista dell’altro. In questo modo, la carta era assicurata per entrambi.

Quella sera fu interlocutoria. Loro andarono avanti per due ore a puttaneggiare, mentre io puntellavo la mia situazione di stallo difensivo: a ogni giro avevo diritto a dodici armate di rinforzo e ne piazzavo tre in Brasile, due in Kamchatka, una in Centro America, una in Alaska, due in Groenlandia e tre in Islanda, dopodiché passavo la mano a Marco senza colpo ferire. L’Islanda stava per affondare sotto il peso del mio esercito, ed era chiaro che prima o poi sarebbe stato da lì che avrei sferrato il mio attacco. Chissà quando, però. Magari fra una settimana o un mese. Comunque, nemmeno loro si scoprivano: si limitavano a tenermi sotto assedio, senza mai rischiare di perdere una sola armata in assalti scriteriati. Ammassavano truppe che premevano ai miei confini: Marco in Africa del Nord, Gran Bretagna e Scandinavia; Beniamino in Jacuzia, Čita, Mongolia e Giappone. I dadi giravano solo per i fugaci blitz della vergognosa prostituzione afghana.

I loro mazzetti s’erano fatti talmente massicci che avrebbero potuto giocarci a briscola. Rimanevo il più forte, ma se uno di loro avesse fatto breccia nel mio Impero Americano sarebbe stata una catastrofe da cui non mi sarei ripreso. Né, a meno di miracoli, avevo modo di forzare la vittoria: il mio obiettivo diceva: “Europa, Oceania più un terzo continente a tua scelta”.

Come nelle guerre vere, alternavamo fasi diplomatiche, vol-te al confronto e alla trattativa:

«Puttane afghane!»

«Cazzinculo!»

«Troie».

«Cossiga».

 

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