La passione secondo Matteo

Marzo 2017

Paolo Zardi - La passione secondo Matteo

Matteo era perplesso e indignato. Ancora cercava di capire il motivo per il quale il padre li avesse voluti lì. Prima che uscissero, Giovanni aveva chiesto, giàchè erano dalle parti dello zoo, che provassero a contattare un italiano, Michele, o Mike, che di solito gironzolava in quella zona. Giulia non aveva battuto ciglio. Probabilmente in cucina avevano parlato anche di quello.

Mentre erano in autobus – un furgoncino da una decina di posti – Matteo provòa formulare alcune ipotesi su quella situazione: la piùsensata era che Giovanni fosse impazzito – ma Giulia non gli dava retta. 

L’entrata, alta una decina di metri, prometteva piùdi quello che la visita avrebbe mantenuto. Alla cassa c’erano due donne uguali alle capotreno della mattina: le assunzioni avvenivano su base lombrosiana. Il biglietto costava un euro; un euro e mezzo se il visitatore voleva fotografare gli animali. 

Dentro, una stradina asfaltata si infilava tra le gabbie. C’erano scimmie grandi come topi, suricati esagitati, tre lemuri con gli occhi sbarrati dalla meraviglia; un gregge di capre contendeva l’accesso a una vasca d’acqua a dei maialini pelosi alti una trentina di centimetri. Davanti a una gabbia vuota, un cartellino con la foto del gatto selvatico. A Matteo quel giro allo zoo ricordava la modestia della sua infanzia e qualcosa di indefinito legato al suo lavoro. 

La stradina inizio a costeggiare un recinto di legno. Oltre la staccionata, coperto da un albero spoglio, una specie di bufalo cercava inutilmente di montare una mucca; un toro, forse giàbue, osservava la scena con uno sguardo vacuo e incurante per quell’umiliazione interrazziale. Una cavalla e un puledro dal manto sauro camminavano con eleganza da nobili decaduti – anni prima, ai bolscevichi doveva essere sfuggito qualcuno nel loro processo di purificazione nazionale. Poi, zebre, gazzelle, un ippopotamo con problemi di flatulenza; due struzzi curiosi; un piccolo gregge di pecore nere; uno sparuto branco di kudu; un gufo mezzo rintronato che comunque mostrava il numero della testa girevole; tre mufloni arrampicati lungo il fianco di una piccola montagna artificiale. A tutti veniva garantito un surrogato della vita precedente. Quando la strada fini, erano al rettilario.

Giulia non voleva entrare – diceva che i serpenti le facevano impressione; Matteo aveva insistito per senso del dovere: avevano pagato il biglietto, e dovevano vedere tutto. Era una stanza rettangolare, calda, con una decina di teche per lato. 

Matteo e Giulia seguirono il perimetro della stanza in senso antiorario. Oltre ogni vetro i rettili se ne stavano immobili, a cuocersi sotto lampade incandescenti; qualcuno seguiva con gli occhi i loro movimenti ma in generale sembravano indifferenti al mondo che li circondava. Nella classificazione del regno animale, erano al terzo posto tra i vertebrati, sotto i mammiferi e gli uccelli, sopra agli anfibi e ai pesci. Bastavano solo due gradini per sprofondare in quel mondo silenzioso e privo di pensieri.

I serpenti piùgrandi tendevano a nascondersi meglio. Giulia rabbrividiva ma anche Matteo, che avrebbe dovuto farle coraggio, avvertiva la minacciositàdi quei rettili. Un istinto antico lanciava segnali di allarme. Arrivarono davanti all’ultima teca. La scenografia era piùarticolata: alcune pietre, un bonsai, il poster di un cielo azzurro malamente attaccato allo sfondo. Attorcigliato alle radici dell’alberello, un serpente verde scuro li puntava immobile. Dopo qualche secondo, nella parte alta del cielo di carta si apri una porticina dalla quale usci un topolino bianco, grande come un pollice. Inizio a scendere sul pendio della montagnola, annusando tutto; ogni tanto si metteva sulle zampe posteriori e fiutava qualcosa nell’aria. Il suo sguardo era quello di tutti i mammiferi: vigile, presente, curioso. Giulia si avvicino a Matteo, si appoggio a lui. Matteo la abbraccio. Il topo continuo a scendere, avvicinandosi sempre di piùal serpente, inconsapevole che nel giro di qualche minuto sarebbe stato inghiottito vivo da quel tubo luccicante.

≪Andiamo via≫ disse Matteo, ma come la sorella era ipnotizzato da ciòche stava per succedere. L’uomo, che per primo tra gli animali aveva definito il concetto di vita (che idea potevano averne le formiche, le sardine o le iguane?) si era organizzato per allontanare dagli occhi lo spettacolo della morte: una singola vita, vista da vicino, finisce sempre per sembrare irrinunciabile. Perfino quella di un topolino. Ma il serpente, quando la sua cena gli annuso il naso, si mosse appena; scosto la testa di lato e torno a dormire. Matteo e Giulia tirarono un sospiro di sollievo: anche se la condanna a morte era solo rinviata, quella salvezza sembrava definitiva.