A mente libera

Gennaio 2013

piANoDfoRtE - A mente libera

(01/06/2010) “Ancora grazie. Lei è sempre molto gentile.” “Si figuri. Non c’è problema.” [… tutti sono già fuori maledetti io ultimo qui a fare questa fottuta figura di lecchino ma crepassero tutti infami e questa sempre con le sue stupide frasi di rito false come come come come uno specchio di carta bella metafora banale l’inchiostro sul tessuto macchia ma che scemenze mi passano per la testa e mi viene da ridere di tutto magari quel che dice lo crede ed ora me la sto prendendo per futili stupidaggini paranoie che riempiono di botto fuochi d’artificio le mie occhiate di sistemi filosofici che non servono a nulla se non a complicare le idee alla gente ma che mi importa alla fine della gente che mi importa delle frasicciuole audace di stupida lode che mi importa dopo tutto di me stesso sono stato cresciuto da bambino da genitori che mi hanno amato bella questa cosa vedo ancora quegli unici fotogrammi la felicità i sorrisi gli abbracci ed anche la dolce assenza di memoria ricordi che non feriscono il silenzio dei miei dubbi la lealtà la fedeltà il rispetto altrui il sacrificio la fatica il merito l’autocritica l’amore di sé la fede nel proprio agire l’amore mi hanno insegnato con l’unico sorriso sincero che forse ho mai visto su un volto di uomo perché mi sembra di avere già pensato questi pensieri frutto di una mente contorta e irrazionale eppure si eppure si si mi sento proprio l’unico sfigato di turno vecchio e obsoleto come i fogli di appunti di mio nonno lasciati tra le pagine dei libri di tedesco e latino fragile foglia ridere secca esposta al vento d’autunno d’autunno che vento c’è non lo so che ignorante eppure mi lodano per il sapere sapere cosa se non polvere dell’universo senza provvidenze cui sono in balia perché esisto esisto in funzione di cosa di una stupida morte e senza senso è senza senso sono uno stupido un rametto fragile che l’ho già usato questo aggettivo patetico e assolutamente inutile che col suo suo nerbo tenace nerbo della gioventù di tito livio ma che cazzo penso ma a che serve la rabbia che su di sé reca germogli verdastri minuscoli il giorno inesistenti e pesanti la notte e allora penso di pensare che ci faccio qui al buio con questo inutile peso che nessuno vuole aiutarmi a portare o non può umanamente perché l’uomo che può da un animale portare tanta gente sembra gelosa dei miei valori tende a distruggerli sotto un mare di stupide ragioni la ragione a che serve se non alla pazzia l’adulto mi loda per partito preso non perché ci crede e allora sta’ zitto non serve a nulla parlare a parlare ci fraintendiamo perché non vogliamo capirci nel nostro maledetto egoismo mi vedo uno zoppo che i sani non aspettano uno zoppo talmente imbecille da essersi azzoppato di suo eppure quando certa gente si prende una storta maledetti opportunisti che si pentono per poi peccare con più foga rende l’idea della bastardaggine mia e umana in genere non ci voglio più parlare hanno paura di numeri di lettere di frasi di periodi di paradigmi di sentenze di insulti di verità scomode e ringraziano la mia cazzo di filantropia che sembra giustizia ma è fottuto relativismo vengono a dirmi che senza di me son perduti senza una guida senza un traguardo o un obiettivo in realtà disprezzando il mio modo di essere di vivere di pensare come stupido e autolesionista allora non fate i ruffiani allo sfigato per sembrare o essere sinceri tanto siamo un nulla più nulla della polvere perché pensiamo allora dove sono amici e nemici ho il vizio di innamorarmi dei nemici perché non so quel che nascondano il mio desiderio di avido sapere amore semplice contatto tra corpi colti nel massimo godimento egoistico e piaceri libertini epicurei che si crogiolano nell’essere-apparire per zittire i silenzi del dubbio animali che non siamo altro pazzi come un properzio mi infiammo di casta gelosia per quella musa venere libertina di cui non bramo che le carni in un silenzio di morte quando muore il pensiero voglio smettere di pensare smettere di essere voglio smettere di dubitare tanto non ne cavo che male la tosse che ho adesso e altro dubbio loro mi passeranno al fianco con maschere di cera che non si sciolgono con labbra male stampate a baciare falsamente la sventura di un folle che parla di arsi e tesi di morte di rinascita dalla polvere quello stanco aiace che sente l’essere vero scivolargli sotto i piedi come le risate di un monaco disilluso qui finisce qui finisce qui crepa qui il confine sono tutti dei falsi e funesti che mandano mali che fanno passare come sante benedizioni di glorie future capricci morbosi di frutti immaturi tra ridere e piangere non c’è differenza due modi differenti di farsi nulla dipinto con dignità d’un artista che nell’altro non trova che inferno o paradiso perdono vi chiedo perdono foga più grave se libera penso che allora... ] "Allora prof., ci vediamo mercoledì?" "Certo; mercoledì"