L'esame

Ottobre 2012

piANoDfoRtE - L'esame

(marzo-aprile 2010) a Le. P. Era seduto su uno sgabello, vecchio di qualche anno. Di fronte, una tastiera. Tutto attorno, un silenzio taciturno, di quelli che stanno a guardare. Un silenzio ben diverso da quello che una mezz’ora prima aveva invaso la saletta in fondo al corridoio del primo piano, al numero 11a di Via Mazzini, nel centro di Torino. Aveva aperto la porta, l’aveva oltrepassata, timidamente, poi richiusa. E d’un tratto la sua mente si era affollata di ricordi, ricordi che, uno dopo l’altro, facevano capolino tra i suoi pensieri. Il pianoforte Steinway là sulla pedana, e il pomeriggio della settimana prima passato in sua compagnia, a prepararsi psicologicamente per l’esame. Quella dozzina di sedie bene in fila, anche quel giorno vuote, che era solito far occupare al proprio perfezionismo, severo e intransigente sull’approccio all’interpretazione di Bach. Quell’altro pianoforte mai visto aperto e l’organo, spettatori abitudinari di ogni temuta esecuzione. E infine le scomode poltroncine tardo-rococò, sulle quali, qualche anno prima, preso dall’euforia – e dall’orario del treno –, aveva dimenticato la cartella con gli spartiti. Con un lieve sorriso, aveva accarezzato il bisbiglio dei suoi ricordi. Se ne era inebriato e poi, salutandoli, era ritornato alla cruda realtà: la scrivania, l’unica che non avesse attirato la sua attenzione, era presieduta dai sette commissari d’esame. Rispondendo al “buonasera”, Andrea si era avvicinato, aveva appoggiato per terra la sua cartella e aveva consegnato il suo programma. Mentre due dei maestri davano un’occhiata al foglio, uno di loro se ne era saltato fuori con un commentino sadico sulla scelta della Sonata di Beethoven: Andrea era stato al gioco, e aveva risposto che sicuramente avrebbe eseguito i tre tempi in modo patetico, approccio che ormai gli era abituale. Stemperata la tensione dei preliminari, [… almeno questa volta non sono andato nel pallone…] i commissari l’avevano invitato a sedersi alla tastiera e ad iniziare dal pezzo che preferiva. Dopo aver ricordato il solito “salto-i-ritornelli”, spostando la cartella su una delle poltroncine, aveva deciso che avrebbe cominciato con l’esecuzione delle scale. Fatta l’assegnazione, Andrea si era seduto al pianoforte e aveva chiuso gli occhi. Le mani sudate come sempre, [… bene…] il respiro e il battito cardiaco regolari, poi una veloce occhiata alla cassa armonica, in cerca di complicità, un’ultima sbirciata ai suoi pensieri. E via a suonare. [… strano che mi sia soffermato così poco oggi a liberarmi dai miei pensieri eppure mi sembra di aver dimenticato qualcosa si eccola quella maledetta paranoia aspetto la pausa tra terze e seste e me ne libero subito…] Quella strana sensazione non sembrava volerlo abbandonare. Per ogni esecuzione gli era necessaria la completa assenza di pensiero, o quanto meno di distrazioni volontarie: in questo modo, era il pianoforte a guidarlo sui tasti, un piacevolissimo senso di abbandono. Ma quel giorno, per quanto si sforzasse, non sembrava riuscire a non pensare. C’era qualcosa, nella sua mente, che non voleva lasciargli tregua. [… andre oggi non puoi permetterti di aspettare fa’ in fretta non perdere tempo c’è qualcuno che attende là fuori devi suonare suonare suonare non devi andare non puoi andare devi ascoltare ascoltare ascoltare…] Una volta terminate le scale, Andrea aveva tentato di riprendere fiato, di controllarsi, cercando di impedire alla sua pignoleria di enfatizzare quella terza sbagliata all’acuto e la velocità non certo ottimale. [… tutto per colpa di quella maledetta increspatura nello specchio dei pensieri se fossi stato attento non avrei ciuccato quel bicordo ma basta col perfezionismo chissà però che stanno pensando adesso di uno che sbaglia la tecnica base che nervoso…] I pensieri non demordevano, anzi si ingigantivano man mano che cercava di schiacciarli. [… va bene ora ci sono abbastanza a controllare si certo ce la faccio abbastanza decentemente se ora riuscissi a fare fuori questo coso eh ma se continuo così devo stare zitto magari fa da solo…] E allora aveva deciso di continuare lo stesso, con il XV Preludio e Fuga del Klavier I di Bach, e poi con la fantastica Bizzarria di Clementi: al suo flusso di coscienza non aveva fatto molto caso e si era accorto che col brio delle due esecuzioni il disturbo era scemato un po’. Questo però non gli aveva impedito di sporcare l’ingresso di una delle tre voci nella Fuga, e neppure di evitare il solito errore di incastro tra duine e quintine. [… al diavolo la mia pignoleria l’importante è che abbia reso dal punto di vista dell’ascolto e ancor più importante che mi sia tranquillizzato un po’…] Si era convinto di aver sconfitto il suo avversario, ma in realtà, appena aveva iniziato la Patetica di Beethoven, questo si era ripresentato, quasi come intermezzo tra i vari tempi. L’impeto del I e del III tempo non sembravano esserne scalfiti, ma quella settima… [… guarda che ghigno di disgusto ha disegnato sulla faccia del commissario a destra non poteva andarmi peggio oggi mannaggia…] Nel complesso l’esecuzione non era stata male, ma il suo respiro era aumentato di frequenza. E in quelle condizioni non poteva – aveva pensato – affrontare lo Studio n. 4 dell’Op. 10 di Chopin, un pezzo di tecnica sfavillante e di drammaticità romantica. Si era asciugato le mani sui jeans neri, sfregandole con calma apparente, aveva preso fiato e aveva cambiato il libro sul leggio. Aperto alla pagina giusta, aveva attaccato il pezzo, in modo – per lui – obbrobrioso. La tecnica era buona, [… decente…] ma il tocco così nervoso che il pianoforte suonava più come un clavicembalo che uno strumento a corda ribattuta. [… NON POSSO PIÙ CONTINUARE COSÌ devo trovare un maledetto modo per concentrarmi decentemente e finire dignitosamente questo pezzo ma quanto odio la mia retorica anche quando sto rimuginando non mi abbandona…] Quell’urlo di disperazione, gridato con forza nella sua testa, era rimbombato e sembrava d’un tratto avere scosso quel pensiero. [… ok andre ora posso lasciarti andare ormai la strada la sai già sempre dritto fino alle ottave finali e poi vedrai corri corri corri…] Avvertita quella breccia, Andrea aveva deciso di sfruttarla. Partendo dal pianissimo dell’ultima pagina, cominciò ad impostare un crescendo ben graduato: sentiva che il disturbo scemava a poco a poco. Determinato a finirla una volta per tutte, pestò come un dannato gli accordi che introducevano gli arpeggi finali e con un sentimento che prima non aveva mai provato si gettò sulle decime di Do diesis minore, per poi ricadere con la giusta enfasi sulle due ottave al basso. [… questo grandissimo fantastico ma dove l’ho tirato fuori cavolaccio…] Si era appoggiato su quella corona con un lungo sospiro di sollievo. L’aveva lasciata sfumare e allora, solo allora, si realizzò quel silenzio taciturno che d’improvviso gli sgomberò la testa. [… ecco dove volevo arrivare mezz’ora fa (…) A mente lucida, spero di riuscire a interpretare bene il mio ultimo pezzo, no, anzi, i miei due ultimi pezzi…] Quei quindici secondi per Andrea durarono una eternità. Il tempo sembrava essersi dilatato e per la prima volta durante quell’Ottavo di pianoforte ebbe la possibilità di non pensare. Finalmente il respiro era di nuovo tranquillo, la mente completamente vuota. Tornò a fissare il fondo della cassa armonica e involontariamente il suo sguardo fuggì senza motivo alla maniglia della porta. Non capì il motivo di un tale interesse, ma vi si abbandonò e lentamente la sua testa si riorganizzò. Realizzò che il suo esame stava terminando e che quella maledetta paranoia l’aveva abbandonato disarmato e stanco di fronte al suo più grande ostacolo. [… certo che complicarsi da soli la vita è divertente…] Sui tasti del pianoforte lo attendeva ancora un’impresa non indifferente. In accordo col suo maestro, Andrea aveva deciso di presentare all’esame, come pezzo romantico o moderno, non una Ballata, una Polacca – già di per sé complesse –, ma due estratti dalla suite Miroirs di Ravel: il I tempo, Noctuelles, e il IV tempo, Alborada del Gracioso, naturalmente fuori programma. Non che lo avesse fatto per una questione di narcisismo tecnico o artistico, non con motivo di orgoglio. Li aveva scelti perché vicini alla sua sensibilità e perché gli altri pezzi da preparare erano particolarmente indietro. Andrea, tuttavia, era convinto di essersi complicato la vita. “Esegue l’ultima parte a memoria, vero?” gli chiese uno degli esaminatori. Annuì e osservò la cura morbosa con cui l’insegnante abbassava il leggio del pianoforte. Sfregò di nuovo le mani sui jeans, poi l’una sull’altra e infine le riscaldò con l’alito. Si assicurò ancora una volta di avere attorno a sé un silenzio taciturno e rispettoso, quella condizione trascendentale che permetteva alla ragione di innestarsi sul sentimento. Quel momento in cui la regola e la sregolatezza diventano arte. [… perché che cos’è l’arte, se non un continuo abbandono all’utopia? L’uomo, creatura del limite, di mezzo tra tutto e nulla, tra l’essere Dio e polvere, sente il bisogno insaziabile di ricercare un altrove, un luogo dove non sia ancora arrivata la sua mania per l’ordine, per la certezza smodata e matematica…] [… tutti noi, in fondo al nostro cuore, siamo coscienti di essere un mistero: tanto vicini alla regola universale – … misura di tutte le cose… –, quanto all’eccezione che la conferma. E l’arte non è altro che questo continuo sodalizio di cuore e ragione, uno spazio, temporaneo, forse inutile, in cui ognuno di noi scopre un qualcosa di più su di sé. Siamo costretti a muoverci, siamo mutamento inesauribile, in continua tensione, vanamente, verso uno dei due assoluti…] [… siamo l’essere che ha avuto la dignità unica e senza senso di rodersi della sua inutilità, aspirando perennemente ad un qualcosa che è oltre se stesso. Tutti viviamo in conflitto con noi stessi, ricercando a volte l’ordine assoluto, a volte l’assenza di tale ordine. Noi, imprigionati nella nostra fredda ragione, siamo destinati alla crisi, all’odio profondo per ciò che siamo…] [… per questo ci lasciamo andare, perché desideriamo sempre quello che non siamo, quello che non abbiamo, quello che non rappresentiamo. E forse solo l’arte ci permette di dimenticare, di raggiungere quel luogo selvaggio, incontaminato: non una natura incontrollabile, minacciosa, bensì rispettosa e tollerante dei confronti della tragedia d’esistere. Un momento, un silenzio…] [… questo è l’unico modo che ho trovato per continuare la mia sfida. Correre, correre, correre, per cosa? Per nulla, forse, sempre dietro all’altrove. Tanto vale allora smettere di pensare, smettere di osare, e lasciare che da solo il mistero si sveli. Dobbiamo avere il coraggio di essere e non essere. Dobbiamo avere la forza di abbandonarci nelle mani di cosa mai comprenderemo. Abbandonarci nelle nostre mani…] E fu proprio quell’abbandono che lo fece iniziare a suonare. Attaccò: quartine alla destra e terzine alla sinistra, una ritmica e un’armonia complesse, ma profonde, evocative. E proprio grazie al cantabile della mano destra, nella parte acuta della tastiera, nella sua mente vuota cominciò a dipingersi una scena notturna. Fu subito tentato di respingerla, non fidandosi di un possibile scherzo della sua coscienza, ma presto si accorse che nella sua condizione non avrebbe potuto averla vinta. Lasciò quindi che quell’impressione di quiete penetrasse lo scudo della sua razionalità. Dinanzi ai suoi occhi, ora chiusi, accompagnata dall’acuto e stridulo canto delle nottole imitato dal pianoforte, nella mente cominciò a distinguere una piazza scura, illuminata da luci a terra, che creavano un’atmosfera sospesa e sognante. Tra gli alti palazzi settecenteschi, vedeva aggirarsi un gruppo di dodici, tredici persone. Il cielo era limpido. Da lontano sentiva ogni tanto il canto di qualche rapace notturno. Soffiava un vento lieve, dolcissimo, e le foglie degli alberi nella piazza frusciavano come arpeggi di settima minore. Cosa lo colpì immediatamente fu un’occhiata rivolta verso l’esterno della piazza, un quadro notturno con una collina ricoperta da alberi, silenziosa e placida: una natura selvaggia e incontaminata. Un sorriso gli si dipinse sulle labbra: ricordava perfettamente la scena. Le mura della Bastiglia, a Parigi: quella notte era stata “importante” per lui… Aveva diciassette anni, e quell’anno la gita era stata programmata nella romantica Ville Lumière. Erano le undici di sera, e la prof.ssa A. aveva deciso di fare uno strappo alla regola e aveva portato la sua classe sui ruderi della Bastiglia. Tra quei dodici ragazzi c’era anche lui, e, come tutti i diciassettenni, stava ardendo di passione per una dolce fanciulla, [… mi viene proprio da ridere a pensarci, ma tanto vale stare a guardare: è una parte di me…] ed ella [… la bella M. …] ricambiava, anzi, era assai contenta di ricevere la corte [… da me, ci credi? …]. Quella sera Andrea aveva una mezza intenzione di dichiararsi, e [… l’ambientazione era perfetta…]. I due avevano quindi lasciato che la maggior parte del gruppo si allontanasse, in modo da concedersi qualche metro di intimità. Intanto sui tasti del pianoforte riecheggiavano le note di un placido Non troppo lento. [… e allora l’ho persa per mano e le ho chiesto quanto le piaceva quel silenzio notturno… Sto per ridere… In lontananza ho avvertito il verso delle nottole e poi…] Poi, ancora con gli occhi chiusi, rivide la scena: quel giorno come allora non capiva cosa gli fosse preso. Ritornando al tema principale, si riosservò mentre, intimorito, si separava senza un apparente motivo dall’amata M. . Eppure così era successo, e, con quell’amaro sorriso sulle labbra, concluse il tremolo che terminava Noctuelles. Nei pochi secondi di silenzio ripensò non tanto a M. – che alla fine si era rivelata ben poco adatta alle sue attenzioni –, quanto a cosa aveva creato col suo ricordo: aveva trasformato quella severa saletta con la moquette in un silenzioso paesaggio notturno, dove le nottole squarciavano il silenzio con il loro stridulo verso. Per un momento, il conservatorio, la regola per eccellenza, era diventato quel magico luogo, razionale e irrazionale, umano e disumano, dove sboccia l’arte. [… e se fossero state le nottole? Effettivamente erano l’unico elemento che … strideva! Ma infatti cosa centrano quegli … strani uccelletti con una dichiarazione romantica? Ma non è che importi così tanto, ora… Forse avrei avuto qualche possibilità in seguito, ma… va beh…]. Seppure con qualche rimpianto, abbandonò il ricordo, svuotando la sua testa un’altra volta, per prepararla all’ultima esecuzione. Ormai non era più preoccupato del risultato meramente tecnico del pezzo: anche allora voleva creare qualcosa di tangibile. Un’emozione. Con un tocco secco e netto, cominciò ad arpeggiare gli accordi staccati della Serenata all’alba del Giullare. E di nuovo la sua mente dipingeva: non più la notte, ma una fresca aurora. All’orizzonte una corona di luce incornicia dolci colline, a poco a poco il sole si innalza e illumina la cime degli alberi più alti, spruzzandole d’oro. In lontananza, un gallo cantare, accompagnato dalle scale fulminee e precise del pianoforte. Un quadro bucolico: la natura, lentamente, si risvegliava, rinasceva. [… rinascere? …] Poi, all’attacco del Più lento, qualcosa sembrò mutare improvvisamente, come se una nuvoletta avesse coperto la luce del sole. Ma Andrea s’accorse che non era semplicemente un’ombra all’interno del paesaggio idilliaco, bensì un suo pensiero, concreto e tangibile. Era la presenza, l’idea di qualcuno. Di una persona… di una ragazza, anzi. Ne avvertì la dolcezza, al naturalezza, la leggerezza. Ne fu invaso. Poi quando la destra riprese ad eseguire ampi arpeggi, d’improvviso si ritrovò a guardare con intensità due occhi di un blu profondissimo. Li fissava, tentando di scoprire qualcosa di più su quella misteriosa emozione. La musica allora prese ad intensificarsi, attraverso alcuni glissando di doppie note vivaci e sostenuti. Così come s’erano mostrati, gli occhi scomparvero, lasciando spazio al sorgere del sole ed al ritorno distaccato e spensierato del primo tema. Con ripetuti accordi dissonanti il pezzo si spegneva in un accordo di Re maggiore all’acuto, con un inatteso fortissimo. Andrea tenne il pedale del forte abbassato, fino a quando il suono non svanì nel silenzio. Solo allora riaprì gli occhi e vide che ancora una volta il suo pianoforte aveva parlato, aveva comunicato qualcosa. Lo deduceva dalle occhiate complici che gli esaminatori si scambiavano l’un l’altro. Con un finto distacco, quello che evidentemente era il capo-commissione gli disse che il suo esame era concluso, e che doveva solamente attendere la pubblicazione dei voti, che sarebbe avvenuta di lì a qualche minuto. Andrea ringraziò uscì dalla saletta: era contento di ciò che aveva fatto. Non solo dare un esame, ma fare dell’arte: comunicare, vivere, conoscere, conoscersi. Si accorse di aver dimenticato dentro la cartella, ma si ripromise di prenderla alla lettura dei voti. E d’un tratto gli si avvicinò qualcuno. Volto lo sguardo, vide di fronte a sé una ragazza, poco più bassa di lui, d’un colorito perlaceo, dai lunghi capelli neri e dagli occhi d’un azzurro profondo. Ricordò: quella cara ragazza, di cui nemmeno conosceva il nome, gli aveva tenuto compagnia nella mezz’ora prima della prova. Suonava anche lei. Ella gli chiese: “Tutto bene, l’esame?”. Rispose timidamente: “Si, penso, o meglio, spero di si”. E allora ritornò indietro: ecco cosa voleva fargli capire la sua anima, incalzandolo durante le scale e compagnia bella… Guarda caso era stata proprio quella ragazza l’unica persona al mondo, l’unica sconosciuta che mai gli avesse fatto fare un discorso aperto su se stesso, sulla passione del pianoforte, in poche parole sulla sua vita. Era per lei che voleva aprire la porta, una volta suonato Chopin. La sua coscienza aveva tentato di dargli una nuova certezza, un nuovo inizio, da ricercare nella fiducia negli altri e in se stessi. Corri corri corri, aveva detto la sua coscienza, ascolta ascolta ascolta. Sentiva di avere capito tutto, o quasi. Sorrise, ma non ebbe il tempo di esprimere a parole la sua felicità: i commissari chiamarono dalla saletta i due che attendevano. La ragazza e Andrea entrarono. Lessero per primi i suoi voti: buona la tecnica, Bach e Clementi, un bell’otto e mezzo di Beethoven e eccellenza di Chopin e Ravel. Ma gli importava poco: sentiva che erano solo conferme. Presi gli spartiti, fece per uscire dalla saletta, ma il suo sguardo incontrò quello della ragazza: in un tacito scambio di occhiate, ebbe il coraggio di dirle che la aspettava fuori per sapere della sua prova. Ella annuì, un po’ preoccupata, ma sorridente. Andrea prese ad attendere andando avanti e indietro per il corridoio. Quando sentì la porta aprirsi, le andò incontro e, abbracciandola, fu contento di condividere il momento di gioia: anche lei l’aveva superato, meglio di lui. D’un tratto si ricordò di guardare l’ora: un quarto d’ora alla partenza del treno. Allora, senza perdere la calma, prese dalla sua cartella gli spartiti di Ravel e li pose in mano alla ragazza: “Così ci ricorderemo l’uno dell’altro”. E con un timido saluto, si dileguò lungo il corridoio. Andrea, dirigendosi verso la stazione, si chiedeva se mai l’avrebbe rivista, ma teneva viva la speranza che quell’incontro gli e le avesse lasciato qualcosa, un qualcosa che andava al di là di un semplice spartito. Sapeva solo di doverla ringraziare. Forse, anche, di doversi ringraziare.