Il destino di un giocatore di briscola

Luglio 2013

rikowski - Il destino di un giocatore di briscola

Non mi ricordo come io abbia cominciato. Era una delle tante sere estive, e stavo facendo un giro oppresso dal caldo. Vicino a me gente sfreccia sulla sua Volkswagen, fieri di poter finalmente trascorrere le loro vacanze programmate già da molti mesi. Surrogato del nazismo. Ero stremato da questo caldo umido, e si era rotto il condizionatore… Mi intrufolai in diversi bar, ma tutti trasmettevano una partita di calcio e non c’era occasione di conversare per deviare il pensiero del caldo. Alla fine trovai un locale dimesso, angusto, come travolto da un’orda barbarica pochi minuti prima e sul punto di crollare. Ma nella sua quiete, persisteva immobile. “Ventitré anni, e spreco le mie serate in un posto come questo”. Chiesi se era aperto, ma non trovai risposta. Provai ad entrare. Muffa. Seduto al tavolo un vecchio. Sua compagna, la bottiglia di vino. Gli chiesi se potevo entrare, rispose con un cenno. Dato che il barista non compariva, mi sedetti al tavolo con lui. Volto sciupato, barba incolta. Occhiali rotti. Tirò fuori un mazzo di carte. Cicatrici sulle mani. Unghie rotte e livide. Cominciò a mischiare le carte. Non sapevo giocare, ma non volevo interromperlo. Quel suo movimento mi aveva ipnotizzato. Lo fissavo. Come un ebete. Mi sveglio un colpo secco dato sul bancone. Siccome era tornato il barista, ordinai. Birra. Aumenta il caldo. Stavo per correggere il mio ordine, quando il vecchio lo fece per me. Parlò sottovoce al barista. Una caraffa di vino rosso. Ecco, proprio l’ideale… Ne presi comunque un bicchiere. Mentre lo bevevo, il vecchio sorrideva. Denti neri. Rotti. Ventitré anni, e mi ritrovo a giocare a carte con un vecchio. Un piede nella fossa. Rughe. Dovete sapere che ho sempre odiato gli anziani. Anziani che si alzano presto al mattino senza un motivo preciso. Che passano le giornate affacciati alla finestra a guardare la gente che passa per strada. Come se il loro sguardo potesse bloccare il tempo, e nel caso potessero fare ciò che han sempre desiderato. Anche se si fermasse davvero, cosa potrebbe fare una persona che non riesce a scendere le scale? Prendere l’ascensore, forse. Attaccamento alla vita. Paura di morire. Persone che hanno sprecato la gioventù pensando alla vecchiaia, e che moriranno senza aver concluso niente. In certe serate mi sento uno di loro. Bloccato qui, come da una forza invisibile. O forse è solo la paura di partire. Non ho nulla da lasciare, eppure questo nulla non sono disposto a perderlo. E come tutti passo le mie giornate a lamentarmi. Come la gente che si procura sofferenze per potersene lamentare. Matrimoni di convenienza. Litigi serali. Divorzi firmati con coltelli. La convinzione che non ci sia altro di meglio che esporre il proprio dolore agli altri. Rendersi ridicoli per essere ascoltati. Ormai la nostra cultura risiede nella superficialità. Il vecchio ha posato il mazzo. Emette un suono gutturale: “Brrrrrriscooola”. Siamo sicuri che sia dotato di polmoni funzionanti? Gli noto nel taschino della giacca un pacco di sigarette. Come volevasi dimostrare. Di nuovo, stavo per dirgli che non so giocare. Rumori dalla strada. Clacson suonati all’esasperazione. Grida di gioia. Corteo di macchine. Abbiamo vinto la partita. Che strano usare il termine “abbiamo”. Io non ho fatto un bel niente. Nemmeno l’ho guardata quella partita. Sentirsi parte di qualcosa. Essere “italiani” per una sera. Butto giù un altro bicchiere. ‘Non me ne frega niente di questa merda’ – esclamo ad alta voce. Il vecchio mi dà tre carte, dopo averne voltata una e inserita al fondo del mazzo. Rifiuto la sigaretta e no, non ho l’accendino. Cominciamo a giocare. Questa è l’ultima sera, giuro a me stesso. Ogni volta. Eppure, giocare a carte con quel vecchio mi dà sicurezza. Come se lui fosse sempre stabile, e nemmeno io dovessi invecchiare veramente e diventare come lui. Una sera entro al bar e non c’è più. Addio, vecchio bastardo. Ma ora scusate, un altro giovanotto è entrato. Ho una partita da giocare.