Sventola la libertà

Novembre 2015

Rubenlaur - Sventola la libertà

 

Per celebrare i settant’anni dalla Liberazione Ruben Laurendi fa un incursione nella storia dell’arte; in altri tempi si sarebbe parlato di citazionismo e, in modo ancora più appropriato, di anacronismo, quella corrente che sbarcò alla Biennale di Venezia, per essere consacrata sul finire degli anni ’80, come tipica espressione della nostra cultura postmoderna. Che Laurendi sia al corrente di tutto questo, oppure no, poco importa; quello che è singolare è che un ventenne del XXI secolo affidi alla figurazione pura il suo operare artistico, coltivi la pazienza dei maestri di altri tempi, delegando al disegno il suo tempo. Come è singolare il fatto che decida di richiamare esplicitamente il celebre dipinto di Eugène Delacroix “La libertà che guida il popolo” e lo fa come un copista, però non si accontenta semplicemente di realizzare una copia fedele sia perché le “cronache” in questione, quella di Delacroix e la sua, sono per molti versi diverse, sia perché il suo sguardo diventa profondamente riflessivo e non può soltanto accontentarsi di attualizzare i colori della bandiera (nel dipinto è quella francese mentre nel suo disegno è ovviamente quella italiana) e la sua operazione trascende e travalica i due contesti storici. In un’opera, quello che conta, è sempre quello che vediamo e, si sa, che questo dipende anche da quello che sappiamo ma, pur non sapendo né leggere né scrivere, le immagini parlano sempre e, quello che vediamo è la libertà che sventola la bandiera. Quello che manca è il popolo e non possiamo neppure pensare che questo possa dipendere dal formato quadrato del suo lavoro (altro fedele tradimento rispetto al dipinto originario). La libertà avanza in primo piano (insistendo sulla diagonale visiva), occupa la scena, un po’ come se dicesse “io ci sono”; quello che manca è il popolo, i futuri cittadini, che l’hanno conquistata. Direi che la riflessione visiva che ci propone Ruben Laurendi è esplicita e, intelligentemente, ci pone un bel problema.

Marco Filippa
(Critico d’arte e curatore)