Il primo giorno della tartaruga

Settembre 2016

Sirio Lubreto - Il primo giorno della tartaruga

Mentre se ne stava accucciato sotto il portico della Posta centrale di Napoli, Issa Youssoufou pensava alle tartarughe di mare.
  Le tartarughe Issa le aveva viste per la prima volta sulle spiagge del Mar Rosso. All’epoca trafficava ancora casse di superalcolici dall’Eritrea all’Arabia Saudita per conto di Gennaro Abdelghani, un contrabbandiere di madre napoletana e padre egiziano che operava nel quadrilatero compreso tra Port Sudan, Gibuti, Aden e Gedda a bordo del suo “Forcella”, un vecchio peschereccio con più doppi fondi del baule di un prestigiatore.
  Lo spazio compreso tra la pubblica virtù e il vizio privato promette guadagni da capogiro a chi ha coraggio e mezzi per sfidare i divieti, e così, dal Vaticano alla Mecca al Varanasi, alcol e fica non conoscono crisi da duemila anni. Abdelghani aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza tra Napoli, Alessandria d’Egitto e Tunisi, e da queste tre città aveva imparato un’infinità di modi per fottere il prossimo. Parlava correntemente una decina di lingue, di cui stuprava grammatica e sintassi in modo del tutto naturale e inconsapevole, e selezionava il suo equipaggio in base a tre semplici criteri: a bordo ci salivano solo scapoli, atei e morti di fame. L’ultimo criterio aveva una specificazione: non così morti di fame da non riuscire a immaginare una via d’uscita dalla miseria. Sfortunatamente, tutto era precipitato col suo arresto e il sequestro del “Forcella”. Con l’avvento della pirateria somala e il clamore mediatico planetario che si era scatenato, le acque del corno d’Africa avevano cominciato a essere più pattugliate di un’ambasciata statunitense in Medio Oriente. Quando la polizia saudita li beccò, erano attraccati nei pressi del porto di Gedda. L’intero equipaggio riuscì a scappare, riparando via mare in Sudan; il capitano Abdelghani, invece, venne acciuffato e di lui si perse ogni traccia.
  Adesso, sotto quel portico puzzolente, Issa rimpiangeva la cambusa del “Forcella”, che non gli sembrava più così fetida; ma, soprattutto, ripensava alle tartarughe di mare e al loro primo giorno di vita.
  Non c’è essere vivente che scopra il mondo e le spietate regole della selezione naturale in modo più violento e traumatico. Rompi l’uovo a testate poi, stordito e accecato, ti arrampichi su per un metro di sabbia bella compatta ed esci dalla tomba nella quale ti ha sepolto tua madre prima di abbandonarti per sempre. Metti la testa fuori e tiri il primo respiro, ma non hai il tempo di godertelo perché senti volteggiare sopra di te centinaia di uccelli che aspettano eccitati: tu e i tuoi fratelli siete il loro banchetto. Strisci più svelto che puoi verso il mare, vedi la schiuma delle onde che imbianca la battigia, mentre tutt’attorno a te si muove un luna park di uccelli che piombano in picchiata e si rialzano in volo con il becco pieno. Il rumore del mare ora è vicino. Provi ad andare più veloce, ma le pinne sembrano pesare come macigni. Quando senti la sabbia umida, finisce la giostra pennuta e comincia quella di carapace con miriadi di granchi famelici che ti corrono incontro facendo schioccare le chele come colpi di frusta. Scarti di lato e pensi di avercela fatta, ma l’onda infame ti ricaccia più volte indietro e devi scartare ancora e ancora gli stessi avversari. Poi una risacca più forte ti trascina in mare. Stavolta ci credi davvero, sei salvo! Invece ti sbagli, perché adesso ci sono i paguri a darti la caccia, e poi ancora i pesci. Finalmente arrivi alla barriera corallina, ora puoi rifiatare. Vorresti festeggiare lo scampato pericolo insieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, ma ti guardi attorno e ti accorgi di essere rimasto solo; dei tuoi duecento compagni di nidiata sei rimasto solo tu, tutti gli altri sono vissuti da tartarughe e morti da sushi nel giro di un paio d’ore.
  Tornato a Zinder, nella casa paterna, Issa aveva cercato di resistere ai numerosi richiami, ai rimproveri, alle domande inevase su cosa avesse fatto durante l’ultimo anno e sul perché non adempisse più al dovere delle cinque preghiere quotidiane. Dopo neanche un mese aveva preso tutti i suoi risparmi e si era deciso a partire per Napoli. Città in cui, a detta di Abdelghani, un contrabbandiere si sentiva come un musulmano alla Mecca. Aveva un paio di contatti lasciatigli dal suo ex capitano e quella fiducia cieca nelle proprie possibilità che può avere solo chi non ha ancora capito nulla della vita.
  Il viaggio di Issa dal Niger all’Europa era stato come il primo giorno di vita della tartaruga di mare, solo che al posto di ventiquattro ore era durato dieci mesi: in camion da Zinder a Sabha, il grande approdo sulla sponda settentrionale del Sahara, proseguendo poi per la Tripolitania fino a Sabratah, da dove si era imbarcato per attraversare il canale di Sicilia. Il tutto inframezzato dalle bastonate dei poliziotti di due paesi diversi, da una prigione, due centri d’accoglienza, un naufragio sulle pianure desertiche del Ténéré a causa di un guasto al camion che lo trasportava con altri ottanta uomini-tartaruga, e un altro con un barcone marcio al largo di Lampedusa. E alla fine di tutto ciò, perduti i propri averi, una decina di chili e qualsiasi barlume di fiducia nel prossimo, al posto della barriera corallina Issa aveva trovato Napoli, quella vera, non la versione romanzata di Abdelghani.
  Travestita da città, questa enclave del terzo mondo nel primo rapisce la vita dei suoi abitanti e chiede in riscatto sudore e fatica in comode rate giornaliere. E visto che a Napoli il talento e l’intelligenza non costituiscono un’opportunità ma l’esponente che moltiplica l’entità del proprio fallimento, non esistono progetti che possano scampare al naufragio, né sforzi per tenersi a galla che vengano ripagati. Tutto viene trascinato inesorabilmente verso il fondo, e tutti, durante la lenta discesa, dimenticano o fingono di non ricordare il naufragio e la deriva. Quando poi si tocca il fondo, ecco riemergere la coscienza di una sconfitta irrimediabile. Il fondo di Issa era il lercio portico della Posta centrale, la sua zavorra i ricordi e il vino da due soldi che si scolava con meticoloso accanimento.