La mia maledizione

Aprile 2013

Telsib - La mia maledizione

La mia maledizione Mi copri Maschera, mi copri beffarda! Toglierti non riesco e piango lacrime di sangue,il cuore mi si squarcia, non mi libero di te, non posso; la luce non vedo da tempo, la mia anima è imprigionata, la vita non assaporo, la pelle mia il sole più non tocca, quanti sguardi che vedo ma a causa tua non incrocio; Maschera! Maledetto il giorno in cui ti indossai! Credevo che tu mi avresti protetto, ora sei la mia maledizione, è dunque questo il prezzo? Voglio morire piuttosto che esser protetto così, piuttosto che trascinare le mie stanche membra perennemente nella tua ombra, non sono io più ad essere, ma tu! Tu dunque vivi e io muoio, io dunque cammino, ma tu riluci al posto mio, gli altri mi guardano; mi scrutassero meglio, poveri stolti, vedrebbero la verità, ma non vogliono, non sanno, mi abbandonano a Te, sazi di un mero sguardo superficiale, non vogliono farsi carico del mio fardello, anche loro probabilmente con le loro maschere sulle proprie anime che gli impediscono di aiutarmi, di aiutarsi a vicenda. La prima volta mi copristi quando quell’uomo dall’oscuro volto mi prese a forza, contro ogni mia volontà, accecato dai suoi appetiti mi trascinò per lunghi vicoli maleodoranti fra la sporcizia, lì mi gettò, come immondizia, in un angolo buio, sconvolgendo il mio animo; ti indossai, si ti indossai per vergogna, perché non volevo che gli altri sapessero con che marchio la mia anima e il corpo mio erano stati deturpati. Provai orrore nel nascondermi, nel celare il marchio che il turpe uomo mi aveva lasciato, non confidando invece ai cari le mie triste vicende; non vedevo persone amate, se non Te, oggetto Tu stesso di immensa vergogna, ti credevo rifugio sicuro. Una seconda volta credetti che mi avresti protetto indossandoti quando mia moglie mi tradì, ella spezzò il legame del talamo nuziale che mi univa a lei, con chi poi? Se non con quell’uomo, quell’uomo che anni prima aveva sconvolto il mio corpo e l’anima mia, che mi trascinò ferendomi per ogni vicolo buio, maledetta lei e Tu, maledette entrambe, maledette! Mi servii di Te, troppo il dolore che mi cinse, non volevo che gli altri mi vedessero debole, che dinnanzi al dolore mi sarei piegato! Fui uno sciocco,un ingenuo, solo ora lo ammetto. Fui sdegnato nel riprenderti. Infine ti ghermii per l’ultima volta quando alla morte della madre il dolore mi trafisse, come un pugnale scagliato su un corpo inerme durante le tenebrose ore del riposo, uccisa da quell’uomo che aveva violato la mia anima e il mio corpo, riducendomi ad un corpo immerso nella più totale apatia, mi aveva derubato dell’amata moglie, rifugio, credetti allora, di sicurezza e serenità. Ora quell’uomo, quel tormento sempre presente, ti aveva portata via madre, e mi ti indossai nuovamente, oh Maschera! Il tempo passava e io mi abituavo a tenerti sul mio volto, mi abbandonai al tuo dolce cullare, alle tue nenie solitarie, al tuo proteggermi da ogni cosa, da ogni persona, da ogni emozione, da ogni proposito di cambiamento; più il tempo passavo in tua compagnia, più sentivo un’enorme voragine aprirsi dentro di me, ormai inaridito, sterile di ogni emozione, di ogni contatto umano, mi carezzavo il volto sentendoti vicina, oh Maschera, come l’unica che veramente mi amava. Gli anni scorrevano veloci e crudeli, io ormai solcato dalle rughe, sorridevo di tanto in tanto, perché mi credevo protetto da Te; Tu che eri invece maledizione di ogni mio giorno! Vedevo come gli altri si affannassero di fronte alla vita, soffrissero, piangessero, si disperassero, mentre io ero nascosto dietro di Te, rassicurato dai tuoi dolci mormorii. Il tuo inganno non è durato tutto il soffio di una vita, ma solo il tempo necessario affinché io mi accorgessi dei tuoi macchinosi intrighi, oh Maschera mia. Un giorno, ormai al crepuscolo della mia vita, passai sbadato, -ti ricordi Maschera vero? Certo che te lo ricordi!-dinnanzi ad un baluginio argenteo, uno specchio, lì mi riflessi, e stetti a guardare quell’orrenda figura che ormai incurvata sotto il peso delle sofferenze si ergeva a malapena di fronte all’argenteo riflesso. Orrore, disgusto, odio. Questi tre turbamenti cominciarono a vorticare furiosamente nel mio corpo prima e nel mio animo dopo, quando capii. Tu mi avevi sempre imbrogliato! Quell’uomo non era che la paura che tu stessa infondevi in me, la paura che ogni giorno provavo quando cercavo di affrontare la vita con le mie capacità, con le mie idee, con le mie convinzioni giuste o sbagliate che fossero, dunque mi cinsi di Te, Maschera, perché il mio fragile animo era stato violato dalla durezza della realtà quotidiana, troppo debole per reggere al raffronto con gli altri, ai giudizi di una società aliena ormai da ogni sentimento umano, composta se non da uomini che ad ogni buona occasione volevano pugnalarmi, prendersi gioco di me, non lo sopportavo e in Te mi ero rifugiato. Il mio volto incominciò a bagnarsi lentamente, una sola lacrima si affacciava timidamente. Mia moglie non mi tradì, non mi tradì con un uomo, scappò; scappò perché io ebbi troppa paura di renderla felice, e ti indossai per credere che invece mi tradì per gioco o per gusto, non volli capire che se ne andò per dolore, quel dolore che provava tutte le sere quando volendo fare l’amore io le davo le spalle nel letto per paura di sbagliare, per paura che l’avessi ferita durante la giornata, preferivo il semplice mutismo ad un qualsiasi dialogo, credendomi pago e sicuro in questa fortezza di velluto e vetro. Ella avrebbe sicuramente preferito mille volte che io sbagliassi che lasciarmi abbandonare alla paura dello sbaglio. Il volto mio ora era completamente rigato da lacrime che sempre più veloci lo bagnavano. L’ultimo pensiero giunse poi alla madre mia che non era stata uccisa se non dalla preoccupazione per la mia sempre presente paura di tutto, ella si preoccupava troppo per me, per il fatto di sapermi diverso da quello che in realtà dimostravo agli altri di essere, di sapermi migliore, ma fragile; stanca dei troppi anni che come fardello la opprimevano sulle sue spalle cadde esausta, sfiancata. Tu la uccidesti! Tu la uccidesti infondendo nel mio animo la paura che mi fece morire quasi ancor prima di nascere. Tu, diabolica Maschera, che per vivere, dovesti uccidere, che per gioire dovesti seminare paura nel mio corpo e nella mia mente ancora infante. Eccomi, in ginocchio dinnanzi ad un semplice specchio, ad uno strumento che freddo mi aveva rivelato la verità di una vita, che semplicemente ad un suo riflesso tutte le cose tornavano al loro posto con logica impressionante. Io ero inerme di fronte alla realtà delle cose che per lungo tempo avevo celato dietro una maschera. Maledirti ora? Per che cosa? La colpa è mia che ti indossai, che cingendomi il volto, sapevo a quali negazioni della vita andavo incontro. Lo evitavo, lì vigile guardiano, immobile, appeso alla parete, osservava attentamente ogni mia mossa, lo schivavo ogni volta, portando i miei occhi dalla parte opposta, non volli mai guardarlo, ed ora mi sbeffeggia, irridendomi quasi, mettendomi sotto la mia stessa vista la dura realtà dei fatti, la mia non vita.