Il maggiore dei beni

Ottobre 2017

Valeria Caravella - Il maggiore dei beni

La mia è una storia fatta di tante ferite.

Sono nato da una ferita, quella di mia madre, e vorrei, un giorno non troppo lontano, andarmene senza ferire nessuno, ma soprattutto senza ferire me stesso. Intendo dire che non voglio sentire dolore. Una morte indolore desidero.

Mi chiamo Davide e sono un puro. Ho l’età che ho ma nei fatti sono vecchio di almeno sessanta anni. Sono nato vecchio e nel tempo continuo a invecchiare. I miei fratelli credono che io abbia quindici anni, ma loro non capiscono la mia vera età. Una persona che invece la capisce e che mi è cara come il cuscino la notte, è Anna, mia zia. Zia Anna, se non avessi lei sarei già morto. È la mia maga. Ultimamente mi sta insegnando a fare i tarocchi, anche se altre complicazioni sono giunte ora che ho conosciuto una scrittrice che ha voluto farsi promettere a tutti i costi che mi sarei tenuto alla larga dalla stregoneria. Ma quella non capisce che una cosa è la stregoneria, un’altra i tarocchi, l’interpretazione dei sogni e la psicanalisi. Io sono un fan di Freud, di Malika e di Myazaki.

Comunque, per farla contenta, perché mi dispiace visto che è una donna che come tutti ha i suoi problemi, le ho detto: «Farò come vuoi tu». Però quella stessa notte io e Zia Anna prima di addormentarci le abbiamo fatto i tarocchi scoprendo certe verità che, mamma mia, quanto mi dispiace, per il momento non le dirò. 

Essendo puro, non sono né bello né brutto, perché la purezza non sta né qua né là, sta sopra. Però certe volte mi guardo allo specchio e penso: che schifo.

Ho la pelle di un angelo, chiara, sottile, con le vene in trasparenza. I capelli nero corvino, naso, bocca e orecchie normali. Sono secco e lungo come uno spaghetto e dappertutto una peluria morbida color miele. Non è vero. I peli sono neri come i capelli e a niente è servito chiedere il miracolo alla madonna. Di bello non ho niente, gli occhi sono marrone lucido, come quelli della maggior parte degli uomini sulla faccia della terra. Si dice che ognuno è speciale a modo suo, io però volevo gli occhi azzurrini. Una maestra un giorno mi ha detto: «Hai la bocca a forma di cuore». Ho provato a volare. Per la felicità mi sono lanciato da una panchina corrosa dalla ruggine. Con la faccia della felicità poi sono andato in bagno, ho preso il rossetto di mia madre e mi sono truccato le labbra. Un cuore è rosso non è rosa. Mio padre mi ha dato uno schiaffo, i miei fratelli hanno cominciato a ridere e non la finivano più, insomma le solite scene famigliari. A me non è fregato niente, se pure non avevo gli occhi azzurrini, sintomo di bellezza suprema, avevo la bocca a forma di cuore.

La mia famiglia è onesta, se non fosse per qualche zio che però è di secondo grado. I parenti stretti sono tutte brave persone, come Zia Anna che lavora alla cartiera da tanti anni e che riuscirà ad andare in pensione. Né mio padre né io andremo mai in pensione. Mio padre perché la fabbrica dove lavorava l’hanno chiusa e quindi non farà in tempo a maturare gli anni poverino, io perché morirò molto prima.

Ammesso che la scrittrice abbia ragione, e che non morirò giovane ma vecchio come mio nonno, alla pensione non ci arriverò comunque perché non ci sarà mai nessuno disposto a offrirmi un regolare contratto di lavoro.

Frequento il liceo artistico, la scuola dove vanno a finire tutti quelli che sono strani, omosessuali o depressi, e con questa scuola al massimo puoi fare l’artista, un lavoro per cui non ti versano i contributi. E comunque io non mi ci vedo, lì tra i civili, a fare le cose che fanno loro, la spesa, l’affitto, la fila alla posta, proprio non si forma l’immagine nella mia testa, la scrivania, il telefono, il caffè alla macchinetta, è per questo che morirò prima, hai voglia quella a dire che no, non sarà così. Cosa ne può sapere lei? Crede di sapere tutto solo perché legge libri dalla mattina alla sera, ma non ha capito che la vita non sta scritta, la vita per capirla la devi soffrire, poi la devi ingoiare e alla fine sputare come un nocciolo. Troppo comodo altrimenti, uno legge e diventa saggio, senza traumi né niente. Ma per piacere! Io so molte più cose di lei, mo che se ne accorge ci facciamo due risate. Ma quella già ride, ride sempre, e dice - chi sa perché lo dice - che io la faccio ridere come nessun altro.

La verità è che ancora non ho capito se è bella o brutta. Ha un naso strano. Non è cattiva, anche se ha due occhi che, mamma mia, la prima volta che li ho visti ho urlato davanti a tutta la classe.

«Che ti urli?»

«I tuoi occhi, mi hanno fatto paura».

Si è messa a ridere come una scema.

Lasciando perdere la scrittrice, che forse è veramente una persona cattiva, e tornando alla mia famiglia: noi viviamo alle baracche. Un quartiere dove le persone si sono insediate con la prepotenza e si sono fatti la casa da soli. Se la sono costruita alla bell’e meglio. Poi da cosa nasce cosa e da casa nasce casa. C’è chi si è ingrandito e s’è fatto il garage, il giardino e la dependance. Mio padre e mia madre si sono presi soltanto un piccolo spazio di fronte al cancello di ingresso per farci uno sgabuzzino. Mia madre ogni tanto dice: «Meno male che teniamo quel coso che in casa non c’è più spazio nemmeno per le mutande». Siamo cinque, quando vengono Zia Anna e mia nonna sette. La casa è un corridoio largo invece che stretto. Appena entri ci sono soggiorno e cucina insieme, poi la stanza dove dormo io e i miei due fratelli, il bagno, e alla fine quella dei miei genitori. Per andare in camera mia devi per forza passare dal soggiorno, per andare in bagno devi per forza passare dalla cucina e dalla camera mia, per andare in camera di mamma e papà ti devi fare il tour di tutta la casa, non hai altra chance. Fuori, tra il cancello e la porta di ingresso, c’è uno spazio esterno coperto da un tetto di lamiera dove ci facciamo i battesimi, le comunioni, le cresime e i compleanni. Mio fratello grande, che ultimamente si è fissato con la palestra, ci ha messo una panca con il bilanciere.

Noi i soldi non li abbiamo mai visti e non li vedremo mai. Giusto perché non si può mai sapere, compriamo un Milionario una volta ogni tanto. Se mio padre lo gratta subito divento una bestia. Urlo e strillo come una femmina isterica. Per tutto il tempo che lui riesce a resistere io immagino che il gratta e vinci è vincente di centomila euro e mi godo la felicità pura. Vado a scuola con un altro spirito, perdo lo sguardo critico e do consigli saggi a chiunque incontro. Io, l’unico grande desiderio che ho, dopo quello di morire giovane, ma tanto quello si avvera punto, è di diventare ricco. Pure malato mi va bene, ma ricco. Storpio, ma ricco. Ignorante, omosessuale, solo come un cane, ma ricco. Cieco a un occhio, ma ricco. Mi sta bene che mi succede quella cosa che è successa a Gregor Samsa, di svegliarsi scarafaggio - ultimamente la scrittrice si è fissata con questo qua - ma ricco. La ricchezza mi darebbe le ali per volare oltre i confini della mia baraccopoli. Infatti, se fossi ricco, la prima cosa che farei è comprare un biglietto aereo per la Bolivia.


Una volta sono caduto nel pozzo. È una metafora, non è che sono proprio caduto nel pozzo che non sono sciocco fino a sto punto e poi pozzi non ce ne sono più. Il senso è che sono finito dentro una sofferenza nera, profonda e vischiosa. Quando finisci nel pozzo è molto difficile uscirne, specialmente se arrivi alle mani. Una volta che sei lì ti puoi fare pure il segno della croce. Quelle ti trattengono e oltre a non lasciarti andare ti spingono giù verso il basso più profondo, dove non c’è più luce e ti dimentichi di essere vivo.

Io sono arrivato alle mani una sola volta quando avevo circa dodici anni e proprio l’altro giorno ho messo in guardia la scrittrice che mi pare sia andata a finire pure lei nel pozzo, poverina. L’importante è che non arrivi alle mani, le ho detto, ma non so se ha capito. Io saprei come tirarla fuori visto che ci sono caduto, poi però ci sono uscito e quindi so come si fa, ma non mi fido di lei, è crudele, si capisce da come muove quelle mani secche e zozze.

I miei giorni dentro il pozzo non sono stati tutti da buttare via, almeno lì dentro mi sentivo al sicuro, protetto da altri pericoli. Se stai male davvero per una cosa è garantito che non puoi stare male pure per un’altra. Quando mio nonno è morto mia madre si è ridotta a una pezza, pochi giorni dopo la sorte le ha portato via pure un caro amico, ma lei, pur essendo una buona di cuore, non ci è riuscita a stare male per tutti e due. Soffriva per mio nonno e basta.

Nel pozzo mi nutrivo di musiche tristi, pensieri tristi, cibi tristi come pasta e piselli. Tenevo la faccia di un angelo immacolato e vestivo a lutto. Per anni ho portato il lutto in quel modo fino a quando Teresa del sorriso mi ha comprato una sciarpa, celeste con fili oro e argento. Non ho resistito, l’ho messa al collo e ci dormivo pure la notte. Teresa del sorriso, che Dio la benedica. 

Mi hanno picchiato fino a farmi sanguinare. Mi hanno lasciato morto a terra. Guardavo il cielo e dicevo fra me, rivolgendomi al supremo di tutti gli uomini, che prima pensavo fosse Dio: perché, perché hai fatto nascere i grezzi? Lì per lì non mi sono accorto che il fatto era grave, ma proprio grave. Infatti non gli ho dato nemmeno la soddisfazione di mettermi a piangere. Mi sono fatto picchiare, certi ragazzi mi toccavano lì, per sfottermi. Alcuni spingevano oggetti in direzione del mio ano. Altri mi tenevano la bocca aperta, non so perché, o forse lo so ma non voglio dirlo. Quelli mi colpivano e io ho deciso di fare una faccia del tipo, fate un po’ quel che volete basta che lo fate in fretta. Mi sono comportato come uno snob e quelli mi hanno picchiato ancora più duro. Io mi toglievo ogni espressione dalla faccia e loro mi toglievano ogni indumento, mutande comprese, e nudo come un verme, mi hanno finalmente lasciato in pace. Il giorno dopo non lo dimenticherò mai. Ho capito di essere finito nel pozzo quando ho aperto la porta di casa e mi è sembrato che nel mondo non ci fosse più aria, che la notte se la fosse respirata tutta. Per non morire soffocato, che tra le morti possibili è quella che mi piace di meno, sono tornato subito dentro e ho cominciato a fare il matto. «Dove sono le chiavi», urlavo con il panico addosso, «dove sono?» In casa non c’era nessuno, allora ho cominciato a infilare le mani nelle tasche dei cappotti, delle giacche, delle borse vecchie di mia madre, ma niente. Non ci riuscivo a trovare le chiavi e ho dovuto spostare il mobile del televisore sulla porta per barricarmi in casa.

Ci sono rimasto per qualche mese.

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