La stagione degli sguardi sfumati: Mario

Luglio 2013

vienz - La stagione degli sguardi sfumati: Mario

La aspettava. Ancora una volta era autunno e la aspettava. E nel frattempo rimuginava su come il freddo delle 5 del pomeriggio fosse sempre stato un freddo un po’ particolare. Non ti attaccava di petto, ma sorrideva dondolando, prima vicino, poi lontano, come se si divertisse a crogiolarsi con la sua preda prima di affondare il colpo durante la sera. Era esattamente così che si sentiva nei confronti della propria vita: un corpo estraneo, un’ombra che la osservava dondolando avanti e indietro come un ebete, dicendosi che prima o poi l’avrebbe fatta sua. Erano 44 anni che dondolava, tra gli elementi di un suo plausibile fascino doveva ormai annoverare le rughe se non voleva considerarle un difetto, eppure ancora la sua vita non gli apparteneva, non del tutto, mai completamente. Si tormentava. E già che c’era la aspettava, la donna che amava. Si accese una sigaretta col suo solito fare scoordinato e buffo che caratterizzava ogni suo gesto, capace di conquistare solo il cuore di una ragazza dalla risata immensa, proprio come piacevano a lui. I capelli scuri più lunghi della media erano arruffati a destra e a manca da un vento incoerente e la cosa gli procurava ansia…doveva essere perfetto per lei. Lasciò sfilare via un soffio di fumo dalle narici, il quale da bravo nuovo arrivato si aggiunse all’aria e a tutte le cose che compongono questo schifo di mondo, poi si alzò dallo scalino freddo su cui stava e schiena curva cominciò a passeggiare su e giù come un’anima in pena, che avrebbe fatto pietà anche a un politico se fosse passato di lì. Ma non sarebbe passato nessuno, e la ragione era semplice: quel posto non era da nessuna parte. Si è vero c’erano gli scalini di un marciapiede su cui sedersi, e c’era anche il marciapiede bello e buono a dirla tutta, ansioso di farsi percorrere. Ma a parte ciò nessuno avrebbe potuto dire che altro ci fosse di preciso in quel posto, né in quale città si trovasse. Solo il baluginare dei fari di automobili su una strada lontana e la cenere ardente della sigaretta che richiamava attenzione ad ogni tiro scalciavano tra loro per sfuggire al buio incombente, ma soltanto i fanali riuscivano a schiaffare a terra l’ombra del suo viso ansioso in quello scuro pomeriggio autunnale. Era un luogo quello che aveva scelto con cura e per una ragione ben precisa: era sicurissimo infatti che nessuno si fosse mai dato appuntamento lì, nessuno aveva mai chiuso una telefonata dicendo: ‘Allora ci vediamo là dove c’è…bè…là dove non c’è niente di chè!’’ Era distante dalle città, defilato dalle strade percorse e non c’era né un campo in cui fare picnic nelle giornate estive, né una fabbrica caduta in disuso in cui i fanciulli si divertissero a tirare di fionda, né la casa di un qualche contadino isolato….era solo un marciapiede, con il suo scalino e con un po’ di ghiaia a fare da contorno. Da qualche parte sarebbe pure andato quel marciapiede, ma per adesso se ne stava li dove non c’era nulla di ché. E Mario aspettava proprio lì il suo amore, capelli arruffati (maledizione) e sigaretta accesa. Non lo faceva perché volesse essere particolarmente originale nell’occasione, ma perché semplicemente l’aveva già aspettata ovunque. Davanti al cinema, nel bar in centro, al parco..erano 4 anni che aveva deciso di aspettarla e lei non si era mai presentata in nessuno di questi posti. E così, trovandosi un giorno a scrutare allibito un cieco che piangeva il suo cane morto mentre quello gli sonnecchiava di fianco , aveva pensato che se lei non era andata in nessuno di quei posti classici per gli appuntamenti doveva trovarsi in un posto DA CUI non volesse avviarsi, magari proprio per paura di incontrare lui, o per paura di incontrare qualcuno che la aspettasse in generale, e doveva quindi aver scelto di stare nel posto meno classico e quindi meno rischioso in assoluto. Ora era il suo obiettivo. E oh sì, l’aveva trovato, era quello il posto, non c’era dubbio. Non che fosse contento DAVVERO di averlo trovato, anzi, era per la prima volta in quattro anni piuttosto preoccupato che la donna che amava arrivasse davvero, di ritorno magari dopo aver fatto la spesa, con il sorriso in volto di chi ha una vita molto impegnata, ma trova lo stesso tempo per sognare. Per quanto riguardava il suo volto non aveva idea di come apparisse, di quale magia antica richiamasse il ricordo, ne conosceva la sua altezza o il colore dei suoi capelli, e tanto meno il suo nome. La verità è che Mario aveva capito molte cose un giorno, un giorno come gli altri in cui non gli era successo niente di particolare e si sentiva triste per questo. Si era allora accorto quel giorno che aveva passato la vita a porsi obiettivi, obiettivi, obiettivi, e ancora obiettivi. Ce n’erano di banali, di molto profondi, di raggiungibili e di utopistici, ma in tutto questo guazzabuglio di obiettivi non si era mai accorto di una cosa, e cioè che non si era mai fermato, nemmeno quando a casa risposava guardando la tv, lui desiderava sempre: una lattina di birra, i soldi per pagare le bollette a fine mese, un nuovo partner al lavoro, capire il senso della vita, che suo padre fosse ancora vivo. Non c’era il raggiungimento di uno solo di questi obiettivi che avrebbe pacato il nascere del prossimo e la catena sarebbe proseguita fino al giorno in cui pazzo o morto non avrebbe pensato più. In quel momento si era sentito preso in giro, si era arrabbiato moltissimo e per qualche giorno non si era presentato al lavoro, standosene semplicemente tutto il giorno nel letto a cercare di non desiderare senza riuscirci affatto. Ma poi l’aveva fregata, chi o cosa non lo sapeva, ma l’aveva fregata eccome. Per ben 4 anni aveva desiderato una e una sola cosa, la donna che amava, che ancora non aveva incontrato, ma che da qualche parte doveva pure esistere. Ci credeva a questo, ci credeva eccome! Ci aveva sempre creduto e prima, sempre più vecchio e solo, aveva vissuto la sua vita dicendosi che prima o poi sarebbe arrivata, che avrebbe incrociato il suo cammino casualmente e si sarebbero riconosciuti subito. Tuoni fulmini e cori angelici, nessuno avrebbe potuto fermare il loro amore allora! Come una reazione chimica prevista tra composti di un certo tipo, tutto sarebbe stato inevitabile. Lieto fine, per tutto sarebbe valsa la pena. Che irrimediabile idiota, quante possibilità c’erano che succedesse davvero? Era ovvio, banalmente infantile, se voleva una cosa doveva cercarla! Ma aveva paura di cercarla, una paura fottuta, perché una volta trovata ecco che sarebbe nato un nuovo obiettivo e allora che lieto fine sarebbe potuto essere se non era propriamente una ‘fine’ ? E allora l’avrebbe aspettata. L’avrebbe aspettata sempre, senza fare nient’altro in vita sua, senza soldi, senza lavoro. Sarebbe stato il suo unico desiderio mai realizzato, il suo chiodo fisso, e per questo l’unica cosa che avesse mai amato realmente, fino alla fine. L’unica donna della sua vita. E cosi si trovava li, con la sigaretta quasi finita, e se non fosse stato cosi impegnato ad osservare se per caso si avvicinasse una figura femminile all’orizzonte certamente ne avrebbe desiderata un’altra. Cominciava a fare veramente buio, ma da quando non aveva più una casa non gli faceva paura il buio. Aveva conosciuto molti senza tetto da allora e pochi piangevano, questo era vero. Ma nemmeno riuscivano a ridere senza essere ubriachi. Lui invece era sereno, aveva il suo desiderio, la sua meta e la amava più di ogni altra cosa, era sicuro che sarebbe stata l unica donna della sua vita e qualcuno avrebbe potuto fare un romanzo sul loro amore. Solo mentre dormiva, nelle notti più tiepide, a volte era agitato,. Nel sonno brontolava irrequieto tra la barba incolta e in sogno vedeva avvicinarsi una sagoma femminile, una bellissima donna dalla risata immensa che arrivava davvero.