Marlene

Agosto 2013

vienz - marlene

L’acqua sciaborda lieve sulla chiglia del gommone incurante del fatto che la io la fissi ormai da ore. Non c’è nulla di diverso dal blu oltre l’imbarcazione, non c’è nulla di diverso dal blu da sempre credo. Delle migliaia di viaggi per mare che l’uomo ha narrato c’è un’improvvisa evidenza, sconcertante e sublime, che è sempre stata l’elemento più profondo dei racconti: la totale noncuranza di questo pianeta nei nostri confronti. Poco importa se fosse mostrata tra le parole d’odio del potente Poseidone o nella semplice sequenza d’eventi meccanici che porta uno tsunami ad abbattersi sulla tua zucca. O anche solo nella monotonia dell’orizzonte che ora mi stava facendo impazzire. Sicuro è il porto, ma la vita è il mare. Forse proprio perché la vita consiste nel lottare, ed ogni viaggio è una lotta contro la strada che di te ne sbatte altamente. Un rumore alle mie spalle mi dice che non è ancora arrivato il momento di perdersi tra le nuvole, sulle ali dei pensieri; ora sono qua e per vivere non devo più immaginare, devo sopravvivere. E con gente come quella che mi accompagna sopravvivere significa piantare gli occhi dove devono stare piantati. Eppure non posso fare a meno di tornare al mio ultimo viaggio, quello prima. Senza quel misero viaggio (che allora mi era sembrato talmente lungo da strizzarmi l’anima dentro le ossa) non avrebbe avuto luogo questo, e chissà quanti altri, prima e dopo. Tutto è collegato e il tempo non è che una culla che dondola, ma allora perché ho la chiara e netta consapevolezza del preciso momento in cui è iniziato tutto? Il mondo indispettito si mise a fare le giravolte, e borbottando disse che non avrebbe smesso finché non avessi mandato giù l’ultimo sorso d’assenzio. Lo feci, poi posai il bicchiere. Tutto ciò che mi circondava cambiò semplicemente direzione e riprese a ruotare nel senso opposto. Mi sentii deriso. Volti, parole, luci intense, mormorii. Tutto mi mulinava ancora intorno e mi derideva. Forse era questo il senso giusto delle cose che girano, forse no, ma comunque ricordo che pensai di dovermi rilassare e godermi la panoramica perché opporre resistenza mi avrebbe fatto star peggio. Ovviamente non voleva dire assolutamente nulla, ma l’effetto placebo funzionò e riuscii a rimettermi in cammino. Mi aspettavano ancora un paio di kilometri abbondanti prima di arrivare alla Suerte, discoteca ligure, e cominciavo a sentirmi solo in maniera irritante. Ero sceso dal bus ad Alassio per evitare il terribile raid dei controllori, abbandonando i miei amici al loro destino, e ora mi ritrovavo ad affrontare un viaggio sterminato con un paio di scarpe strette e la voglia di cagare. La notte in movimento riflessa nelle gonne delle principesse del mare e nei discorsi insensati degli sbarbati mi schivava con cura. Sempre di fronte a me e alle mie spalle, ma mai dove stavo io. Ora ricordavo perché avevo deciso di fare una pausassenzio, quella camminata non finiva più, e la luce che mi indicava chiaramente la meta sembrava fuggire. Chiusi gli occhi e continuai a proseguire sperando di non finire in acqua. O in mezzo alla strada che era anche un po’ peggio. Mi pare d’aver percorso la maggior parte dell’ultimo tratto sulla spiaggia, con le onde un po’ più silenziose che cercavano di non svegliare gli abissi e i giochi gonfiabili dei bambini abbandonati a loro stessi tra la sabbia desolata. Immaginai che il coccodrillo e la barchetta-macchinina stessero discutendo animatamente sul problema della possibile corrispondenza tra virtù e felicità prima che io sbucassi da dietro un angolo di muro facendoli zittire bruscamente. Immaginai molte altre cose a dir la verità. La confusione fece da sceneggiatrice assoluta. Ma ciò che ricordo con certezza è a un certo punto d’essere arrivato, e quasi ne fui sorpreso. Un buttafuori nero dal contegno professionale ignorò la marea di puttanate che gli riversai addosso cercando di convincerlo a farmi entrare e mi disse che dalla spiaggia non si poteva passare. Ero ancora sulla spiaggia. Fu come riaffiorare da un incubo per prendere una boccata d’aria ed essere ricacciati sotto con una gomitata indolente. Sempre più seccante. Decisamente. Tornare indietro per fare il giro da sopra mi costò anni di vita e di bestemmie, in un qualche momento mi ritrovai addirittura a una festicciola sul lungo mare e sicuramente ci sarei rimasto se qualcuno mi avesse offerto da bere. Spinsi. Spinsi contro il vento, contro il micidiale muro di pigrizia che circonda ogni mia direzione da quando sono venuto al mondo. Spinsi per quella che mi sembrava un impresa solitaria, privo dell’aiutante buono della storia, non sapendo però di essere sospinto dal destino. O almeno dagli sciocchi che ci credono e l’hanno reso tangibile. E a forza di spingere prima o poi si smuove qualcosa, all’inizio un mattoncino, ma rischia sempre di venir giù una valanga, ogni volta che lo facciamo. Così finalmente, FINALMENTE, fui dentro la Suerte, incontrai persone, litigai con persone, ricominciai a bere, e mi sembrò che le cose fossero tornate se non nella norma, governabili. Mi sembrò che il viaggio fosse finito. Col cazzo. E’ curioso come a volte basti una cosa semplice, comune. Quella volta fu un muretto. Basti per cosa? Per tutto naturalmente, per tutto il resto. Io non lo so quanti muretti ho visto in vita mia, posso provare a stimarne centosessantaquattromilaeventisette, ma comunque se anche fossero un paio in meno resterebbero tantissimi. Nessuno di questi muretti, né dei muretti che ho immaginato, o di quelli che ho sognato, nessuno mi aveva mai regalato una speranza. Gli oggetti ti regalano una speranza quando ti fanno sognare, e quando osservo un treno che parte per l’ignoto o un ombrellino da cocktail non posso fare a meno di sentire i sogni irrompere in me prendendo il controllo del mio spirito. Ma il muretto sinceramente l’avevo schifato fino ad allora. Eppure ecco che su quell’essenziale strato di calce e mattoni in una discoteca che avevo già passato tante volte, sedeva stanca una musa. Ed era anche bionda. Di quel biondo, dico, che farebbe figurone in un quadro e quindi stava proprio bene ad una musa. Il fisico esile era solo la cornice a uno sguardo come ghiaccio rovente, che ora spossato stava fisso nel nulla, ma era chiaro: volendo avrebbe potuto promettere eterna vita, eterna ispirazione, eterno essere. Solo, però, se avesse deciso di accoglierti. E nel frattempo? Nel frattempo lei sembrava custodire delle bellissime risate, non troppo facili da arraffare, e quindi ancor più belle. Un passatempo degno di questa serata, pensai, cercare di far ridere una musa. E poi già le ero seduto vicino perché ero stanco anch’io. Viene da chiedersi come mai fosse proprio lì, su un muretto, e non tra le rosee curve d’una conchiglia o a bordo di un elegante giaguaro alato. Glielo chiesi, non potei farne a meno: lei aveva sete. Ho sete anche io. Mi volto verso la mia ciurma ansimando: «Ehi di bordo, chi ha un po’d’acqua?». Qualche sguardo rado si fissa su di me per poi distogliersi annoiato. Nessuno dei dieci individui neri come la pece, immersi nelle occupazioni più assortite, ha capito ciò che ho detto. Un tizio più allampanato degli altri con una bandana arancione sul capo sudato è intento a manovrare il gommone a scafo rigido. Mi fissa per qualche secondo sbraitando qualcosa in una lingua che sa di minaccia e poi, condendo il finale con un sputo a pelo d’acqua, torna silenzioso a puntare l’orizzonte. L’equipaggio non sembra di migliore umore. Alcuni dormono, altri maneggiano le armi o gli smartphone. Ma nessuno canticchia. Perché non canticchiano? Io sono quasi sicuro che i pirati canticchiassero spesso. Forse dopo 5 giorni in mare sto diventando pazzo? Provo a richiedere l’acqua in inglese e questa volta ottengo un secchio dal fondo ricolmo di liquido giallastro. Ondula al ritmo delle onde e del mio stomaco. Ma tant’è, non posso far altro che accontentarmi. Non sono avvilito, né spaventato. Mi sono arruolato su questa nave, li ho pagati! Certo anche loro erano rimasti sorpresi, ma suppongo abbiano valutato che un ostaggio a gratis li avrebbe fatto comodo e mal che vada mi avrebbero buttato in mare dentro a qualche sacco della spazzatura. Infatti a me non l’hanno dato il mitra…peccato. E in effetti chiunque ci avvistasse urlerebbe al rapimento, sparando colpi in aria e allarmi al cellulare: un ragazzo bianco mingherlino sull’orlo della disidratazione in compagnia di una decina di neri corpulenti armati di mitra automatici. Ma per adesso nessuno si era parato sulla nostra strada e come su una lastra di buona fortuna scivolavamo verso l’Egitto. Quale luogo più adatto per cercare una musa? Sapevo che era là in vacanza, mi bastava. Un’avventura non la progetti, è lei a cambiare i tuoi progetti di vita. Potevo prendere un aereo. Potevo farlo. Ma come avrei potuto meritarmela. Se si decide di bussare alle porte di una poesia bisogna assicurarsi di indossare il vestito giusto.

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