Scena prima

Settembre 2013

vienz - scena prima

Mentre infiniti universi roteavano impazziti tra le trame dell’essere, la notte scese placida sul villaggio di Trileno. Ma qui, sotto i voli vigili delle aquile e l’eterna guardia delle montagne, il soffice fruscio del vento autunnale non era mai stato meno poetico. Quella sera un freddo glaciale era venuto con esso, filtrando crudele tra le ossa di chi si aggirava per le strade. La gente del posto mormorava che si stesse risvegliando Thristina, il cupo spirito ambasciatore degli inverni più duri, e la forma del suo volto angosciato si poteva scorgere in cima ai monti retrostanti, quando gli sbuffi inquieti del cielo alzavano turbini di neve precoce. Durante periodi come questo i vicoli scuri del piccolo villaggio celavano gemiti e sospiri, ma i veri orrori erano molto più silenziosi. Gli abitanti avevano imparato da tempo a camminare veloci verso le loro case senza abbandonare le vie centrali, lasciando solo l’eco dei propri passi a godersi la luce fioca dei lampioni. Ed era esattamente questo che aveva sempre fatto, e intendeva fare ancora, quell’individuo dai capelli brizzolati e l’aria affranta che percorreva ansioso il selciato consumato. Con un paio di lenti spesse a incorniciargli il viso e la giacchetta elegante usurata dalle lunghe giornate di lavoro, si sarebbe detto, e lo era, un notaio di bassa lega, magari uno di quei soggetti intrappolati in un odiato contratto matrimoniale che però disdegnavano con ribrezzo (spesso religioso) il tradimento. Ma era in pensieri di tutt’altra risma petto di pollo al sugo di pomodoro e piselli in umido che stava effettivamente arrancando quella sera mentre, avvicinandosi alla chiassosa locanda del villaggio, vi scorse qualcosa di insolito: una figura inquietante, interamente bardata di grigio, stava facendo il suo ingresso nel locale. Per la prima volta in 40 anni di marcia affrettata, si fermò di stucco sotto il cielo notturno. Le case buie nei dintorni lo fissarono ammutolite. La via era stretta e il buio, tenuto a bada dalle lampade, rimase sui margini in agguato, paziente. Stava a questo mondo da ogni tempo e in lui si celavano sempre le stesse cose. Con un sussulto di apprensione l’omino con gli occhiali si curò appena del possibile pericolo, ma professionale e raziocinante mise a fuoco il centro del problema dipanando i suoi pensieri: quel tipo…si certo, quel tipo. L’aveva già visto aggirarsi per la città alla luce del giorno e anche allora non gli era piaciuto. Troppo pomposo aveva pensato. Troppo ombroso. Come un paradosso vivente. Sta volta però portava uno strano bastone intagliato sottobraccio e, cosa strana per chi frequentasse la locanda a quell’ora, sembrava decisamente sobrio. Ma era stato certamente il bastone a lasciarlo di sasso. E quegli abiti. Diavolo indossava proprio una lunga veste grigia, con tasche dai contenuti più oscuri e un cappuccio calato sul viso. Il tutto combinato con un flemme passo solenne dava vita a una sagoma a dir poco esoterica, uscita forse dal peggior libro di culto per adoratori dei demoni. Adorati dei demoni. L’omino pensò che quel villaggio era giunto alla rovina. Fu forse per un puro impulso di curiosità morbosa, o forse per l’estrema diffidenza aggressiva che aveva contagiato tutti quanti da quelle parti negli ultimi 100 anni, fatto sta che il nostro mediocre brizzolato prese a due mani tutto il coraggio che trovò e si affrettò a varcare l’entrata del locale, lasciandosi alle spalle una notte indignata. Lo avvolse un tanfo di vino stantio e per un momento fu tutto perché il tepore improvviso gli appannò gli occhiali. Se li tolse. Tra i veli del fumo dei sigari l’uomo grigio se ne stava già seduto in disparte a scrutare il suo strano bastone, e nessuno dei commensali ubriachi sembrava far caso a lui. Con le mani che sudavano il notaio si avviò verso il banco ordinando una birra, nel tentativo di scorgere il suo volto oscurato dal cappuccio. Ma ciò che vide fu solo una figura nascosta nell’ombra di un cantone come tante altre, ognuna delle quali cercava di ingannare l’arrivo dell’alba, del ‘non si servono più alcolici’, della vita reale. Tutt’intorno padroneggiava stabile l’atmosfera febbrile di un’ordinaria locanda dalle pareti spoglie incorniciate di alcol e vomito. Il barista, rapido conciso e severo, era il guardiano di questa piccola eterna dimensione. Lo servì a tempo di record. Coraggioso e un po’ schifato il nuovo arrivato, che pareva stare in quel posto come un fiocco rosa sul musetto di un grizzly, cominciò a sorseggiare la sua birra dal bicchiere unticcio, gettando qualche sporadica occhiata alle sue spalle. Che la misericordia degli dei lo salvasse! Quell’ombra, quella dove stava ‘il grigio’, aveva sul serio qualcosa di terribile, di assolutamente potente e spaventoso, e pensò che se ne avesse carpito il segreto, quell’ombra l’avrebbe tratto a sé per sempre, fatalmente pazzo. Non era stata una buona idea entrare. Era già deciso ad allontanarsi e ad avviarsi resolutissimo verso il letto coniugale quando con pigrizia repentina dall’oscurità immonda, dalla nebbia fitta dei sigari, un paio di pupille ardenti come tane di drago si fissarono su di lui. E cosi mentre sbiancando cominciava a stringere convulsamente il suo bicchiere, il grigio si avvicinò come uno spiritato e dopo un cenno di saluto gli rivolse la parola. «Tu mi fissi». D’un tratto tutte le paure, i fantasmi reconditi e le storie di terrore infantile che strepitando si erano risvegliate nel suo cuore si dissiparono. La voce era umana. Perfino cordiale. Il viso però continuava a restare sepolto sotto la veste, e questo suscitava ancora in lui un forte disagio. Nonostante ciò non negò l’accusa. «Mi spiace signore, la prego, mi perdoni! Ma lei è, oh, insomma una figura così particolare…lei è…beh insomma…» Si interruppe credendo di averlo offeso ma questi rimase impassibile . Con uno slancio di coraggio il notaio aggiunse: «In effetti, permetta l’irriverenza, mi sembra strano che non la stiano fissando tutti qui dentro» «Si è strano» rispose, poi tacque assorto. Passarono alcuni istanti, ma non dava più cenno di interagire. Ormai il dado era tratto, tanto valeva vederci chiaro. «Siete forestiero?» gli chiese di botto. «Vado a nord» rispose, ancora immerso in qualche profondo rimuginare. «Non avete dimora?» «Come?» Notò le sue mani intrecciate sul grembo, l’unico lembo di pelle visibile fuori dalla veste, e non gli piacquero per niente. Erano sporche, la dita adunche, tortuose. Stranamente pallide. «Siete un vagabondo insomma, un poveraccio». Suo malgrado ci mise del disprezzo in quell’affermazione «Come osate?» si indignò appena il grigio da sotto il cappuccio, ancora indagando un punto indefinito del bancone, come se fosse molto dispiaciuto che in effetti non lo fissassero tutti e volesse scovarne il motivo tra le righe del legno consunto. Il notaio tornò alla carica, ora forte della propria di indignazione. Odiava quasi morte i perdigiorno. Magari non a morte, era un uomo di dovere, arcigno, ma pacifico. A morte no. A ferita grave sì però. «Siete o no un vagabondo!?». Lui lo guardò di nuovo negli occhi e fu come un lampo. Ovviamente al lampo seguì il tuono. «IO SONO MOLTE COSE, MA SOLO UNA E’ DEGNA NOTA!» gridò il grigio «IO SONO…sono..» Molti uomini si girarono stupefatti da quell’ astrusa reazione, ma non ci volle che qualche secondo perché altre decine di strane reazioni di altre decine di strani individui distogliessero la loro attenzione. Solo il notaio rimase concentrato sul suo sguardo, e adesso si stava chiedendo se quell’uomo non avesse bisogno di aiuto, un gesto di carità. Non ebbe più alcun dubbio quando finalmente egli riuscì con un sospiro a completare la frase, come se volesse sputare il rospo da molto tempo. «Sono un mago». petto di pollo al sugo di pomodoro e piselli in umido, mi piacerebbe non avervi tradito. «Come ha detto prego?». Quel tipo era completamente pazzo, aveva appena affermato di essere un mago! Ecco cosa ottenevi a intrufolarti in una locanda nel cuore della notte invece che tornare a casa tua dove tutto è ordinato, PULITO. E mentalmente sano. L’uomo dalla veste grigia interruppe queste riflessioni inquiete con una nuova stramba uscita: «Venga fuori e glielo dimostro» Adesso aveva paura. «Signore io dovrei tornare a casa mia, sono certo che lei è un ottimo mago e un giorno certamente mi farà vedere tanti trucchetti, ma..» «Trucchetti?» La sua voce scese di un ottava e solo ora il notaio si accorse che in precedenza si era fatta più stridula, incalzante. Che cos’era? Speranza? Speranza che ora era stata spazzata via, lui l’aveva stroncata. «Io non pratico trucchetti, che stronzata! Io faccio magie, vere e proprie potenti, segrete, micidiali, temibili magie! Io sovverto il mondo solo esistendo all’alba di ogni nuovo giorno. E lei osa chiamarli trucchetti?!» Il notaio supplicò, ora con una nota di panico nella voce: «Signore devo andare a casa» «Venga fuori ho detto» Non l’aveva gestita bene, no, bene per niente. E ora era, come diceva spesso sua moglie, in un monte di pasticci. Era fottuto insomma. Non che a giudicare dalla stazza dello straniero fosse una grossa minaccia contraddirlo, ma il notaio aveva sempre avuto una sorta di istinto riverente, una tendenza indefinita a rimandare gli scontri assecondando incondizionatamente il suo aggressore, anche se a volte si era trattato di abusi e insulti pesanti. Da parte dei sui clienti perlopiù. E così sarebbe andato fuori, l’avrebbe accontentato nonostante fosse terrorizzato. Terrorizzato da qualsiasi tipo di scontro in generale, a meno che non pensasse di poterlo vincere facilmente come era successo poco prima quando, fomentato dal suo accumulato disprezzo verso quel tipo di persone,aveva alzato la voce credendo di avere a che fare con un semplice poveraccio perdigiorno, e non con un pazzo scatenato. Lui era terrorizzato soprattutto dai pazzi. E questo pazzo qui già si era alzato e lo stava incitando a fare lo stesso pressandogli leggermente la clavicola. Una pressione insostenibile. Si avviarono fuori, l’uno mesto e disperato, l’altro ancora traboccante di sdegno. L’uno convinto di aver trovato il proprio giorno nero e forse addirittura la propria fine, la gola tagliata da un coccio di bottiglia per mano di uno squilibrato che non aveva alcun bisogno di ubriacarsi per vedere i mostri. L’altro invece che si sentiva come un campione di nuoto pronto a tuffarsi nella gara decisiva per la sua carriera, uno di quei tuffi che non puoi ripetere, il momento della verità. Lasciarono il locale tra l’indifferenza dei presenti (tranne quella del barista che ancora aspettava il saldo del conto, ma col cavolo che si immischiava in una rissa, che si ammazzassero tutti questi cani bavosi assettati di alcol) e si avviarono nella stradina avvolta in una bolla di luce artificiale. C’era sapore di ferro nell’aria. E silenzio eterno. «Ti prego non farmi del male» sussurrò implorando il notaio prima che un goffo movimento nervoso gli portasse il piede in fallo facendolo incespicare a qualche passo di distanza dal suo avversario. Per tutta risposta lo straniero si abbassò finalmente il cappuccio sulle spalle, rivelando un volto del tutto inaspettato. Era giovane, al contrario di ciò che suggerivano il bastone e i vestiti laceri. Al massimo sulla trentina. I capelli castani riccioluti sembravano tagliati da poco e male, poiché una ciocca più lunga delle altre gli cascava sulla fronte baldanzosa. I suoi occhi restavano gli stessi, un cupo abisso nero dai riflessi ardenti che racchiudeva nel profondo la trama del destino già dispiegata. Con un po’ di fortuna non l’avrebbero svelata. Il naso era vagamente adunco, e le sopracciglia folte e oblique gli davano un’aria corrucciata. O forse era corrucciato davvero. Il notaio ebbe un tremito. Poi lo stranierò parlo: «Ora ti mostrerò. Sarai al cospetto del potere assoluto e la tua insulsa vita non varrà più nulla». Era alquanto teatrale, in maniera quasi goffa, ma il notaio non ci trovava più nulla di divertente. Il tremito si tramutò in panico. Con un rapido movimento delle mani lo straniero mosse il bastone verso l’alto, le sue guancie parvero arrossarsi in maniera sorprendente e con un secondo scatto portò il bastone all’altezza delle tempie come se volesse usarlo per trapassarsi il cranio da parte a parte. Poi cominciò a parlare. Dal profondo della sua gola uscirono suoni di un altro mondo, fatto di grotte ed oscurità, ogni lettera sembrava portare con sé la storia di un’ infinto diverso, un’ infinito che non conosceva limiti nemmeno nelle sue parti ultime. Se i movimenti erano stati inquietanti, le parole furono agghiaccianti, perché il notaio percepì chiaramente un' aura, qualcosa di palpabile, di reale, qualcosa che cambiava. Per un istante gli occhi dello straniero strabuzzarono, dopodiché tutto finì ed egli si rilassò quasi fosse svuotato di ogni energia. Sembrava stupefatto. «Ce l’ho fatta» «Ce l’ho fatta davvero» Non era successo assolutamente nulla, il notaio se ne stava lì, a qualche passo di distanza, gli occhi sbarrati, ogni muscolo immobilizzato dalla tensione. Ma non era successo nulla. «Che diavolo significa?» chiese. Ma lo straniero era ancora troppo eccitato per badargli. « E’ successo davvero! Dei del cielo, assistetemi perché ne esco pazzo! Questo è un sogno che si avvera!» Il notaio non riusciva a capire minimamente, ma era ancora salvo e in salute, nessun occhio nero, nessun coltello infilato a spiedino nei suoi reni. Gli bastava. Repentino ritrovò le forze e si girò di scatto, pronto a scappare. Non c’era nessuno per strada. Ma la via della gloria a volte è davvero corta per i vigliacchi. Non fece nemmeno un passo che qualcosa di duro e pesante lo colpì sulla nuca. Cadde a terra stordito, il selciato vorticante desideroso di accoglierlo. Non svenne, ma un dolore acuto come lo strillo di un bebè impazzito prese a martellargli il cranio. Gradualmente il mondo si offuscò e poi riprese consistenza. Ebbe il tempo di chiedersi il come ma non arrivò al perché che due mani dalle dita adunche lo afferrarono dalle spalle e lo rigirarono sul selciato come un animale randagio. Si ritrovò viso a viso col mago. «DIMMI CHE L’HAI VISTO! L’HAI VISTO NON E’ VERO? DIMMELO!» «Ehi, cosa…mi lasci…» « DIMMELO!» Il cosmo prese fiato, stavano occhi negli occhi. «Non ho visto nulla mi dispiace» Fu come staccare la presa della corrente. Il grande mago si accascio esausto al suo fianco e più non si mosse d’un passo. Ogni vortice di energia misteriosa che prima aveva dominato le sue iridi si era spento. Era andato via. Dopo molti secondi, o forse poche ore, con la testa dolorante il notaio riuscì a issarsi sulle proprie gambe, poi, dopo un ultima occhiata all’involucro moscio del mago, si avviò correndo verso casa, ignorando l’ipotesi di sporgere qualsiasi tipo di denuncia. Voleva stare a letto per un anno, e forse il secondo l’avrebbe passato sul divano. Non sapeva che presto avrebbe dovuto fare cose molto più difficili che dimenticare quel siparietto, che un paio di pantaloni da uomo mai visti lo aspettava sull’uscio di casa, che il divorzio è cosa lunga ma soprattutto dilania d’un colpo e poi ricomincia poco per volta e non smette mai di dilaniare anche se sei già a pezzetti. Né conosceva ancora il sapore amaro del whisky che presto gli sarebbe stato cosi familiare. Ma tutto ciò, al giovane mago finito, non importava nulla.. Egli alzò con fatica gli occhi di quel tanto da guardarlo allontanarsi e subito fu di nuovo esausto. La sua vita non aveva un senso, aveva perso se stesso prima ancora di trovarlo. Cercare un senso non aveva un senso, volere un senso non aveva un senso. Non poteva che gemere. E aspettare la mano tesa del sole perché lo riportasse a casa. «Ce l’avevo fatta davvero»