La sera che ho deciso di bloccare la strada

Ottobre 2016

Walter Comoglio - La sera che ho deciso di bloccare la strada

Un estratto dal libro La sera che ho deciso di bloccare la strada, pubblicato per Gorilla Sapiens Edizioni.

 

Due idioti

Due idioti, un mesetto fa, aprirono una pescheria proprio sotto casa. Una mattina accanto al portone trovai questo tizio con i baffi, sulla quarantina, che arrampicato su una scaletta era alto come me in piedi. Stava fissando un’insegna sporgente con un aggeggio rumorosissimo, forse un trapano elettrico, che faceva un fumo tremendo. Ricordava una motosega da come gli tremava tra le mani. L’insegna recitava Attenti al pescivendolo con sfondo mare e un pirata stilizzato che digrignava i denti. Quel tizio faceva un casino veramente furioso. Senza dovermi per forza esprimere sull’argomento, immagino che potesse usare un metodo migliore per fissarla al muro, anche per evitare che dall’insegna schizzassero via dei pezzetti. Lo salutai e lui ricambiò, gridando qualcosa.

Un po’ di tempo dopo Maxi Pereira, un latino che viveva nell’appartamento accanto al mio, bussò alla porta. Mi chiese se mi avanzava una canna che lui le aveva finite. Maxi Pereira era un grandissimo fumatore, uno di quelli che rimaneva senza canne una volta ogni tre anni e ogni tanto provava a smettere, dando alla sua passione per le canne la colpa del fatto che non aveva mai un soldo in tasca. La storia durava due tre giorni, con lui che ti veniva a suonare al campanello perché senza canne non riusciva a star da solo e ti raccontava compiaciuto che ora si sentiva un uomo nuovo e che forse sarebbe tornato a lavorare sulle navi. Va da sé che non ho mai approfondito questa faccenda. Poi dal portafogli faceva sbucare la foto di sua figlia neonata e gli venivano i lucciconi. A volte prendeva la mia chitarra e iniziava ad arpeggiare come se volesse rendermi partecipe del suo dolore. Restava in casa fino a notte tra canzoni dolenti e confessioni varie. Il giorno dopo, non so in che modo, recuperava dell’erba. Comunque diedi questa canna a Maxi e lui mi chiese se avevo mai comprato del pesce lì sotto. Mai, dico. Lui mi disse che non conosceva nessuno che avesse mai comprato il pesce lì sotto e rise. La pescheria in effetti sembrava sempre desolatamente vuota: c’erano tendine di plastica verde che rendevano buio l’ambiente e non ti facevano capire se erano aperti o chiusi. Non dava l’idea di un posto dove saresti potuto entrare.

— Secondo me —, disse Maxi fingendo di parlare sottovoce, — non vendono pescado.

— Dai —, dissi, — e che fanno?

— Non so, ma non vendono pescado —, disse. — El porro lo llevo mañana.

Mi fece l’occhiolino e se ne uscì.

Finché un sabato pomeriggio mi venne nostalgia dei totani ripieni di mia madre e decisi di entrare nella pescheria.

Non appena varcai la soglia, sentii un trambusto provenire dal retro, come se fossero cadute delle pentole.

— Arrivo subito —, gridò qualcuno. Avevo immediatamente notato che lì dentro non c’era odore di pesce.

L’ambiente pareva totalmente asettico, si sentiva giusto una lieve scia di ammoniaca. Preannunciato dal tintinnio di un campanello, dal retro sbucò questo tizio minuscolo, rosso in volto, forse ancora più basso di quello che appendeva l’insegna, con un grembiule bianco a pallini rossi allacciato in vita.

— Cosa desidera? — mi chiese con gli occhi sgranati.

— Volevo un totano.

— Non li abbiamo.

— Ah.

— Ramiro, ci sono problemi? — arrivò una voce dal retro del negozio.

— Vuole un totano —, disse l’omino.

— Di’ che non li abbiamo.

— Ok, fa niente —, dissi, facendo per uscire.

— Aspetta —, disse l’omino, — due totani venti euro.

— Venti euro? Cosa?

Sentii il rumore di una porta che sbatteva e vidi arrivare il tizio che appendeva l’insegna. Oggettivamente, guardandolo bene, poteva sembrare un pescatore, forse per i baffi.

I pescatori li ho sempre immaginati con i baffi.

 

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