20 giugno 2018

Artico Festival - LUCIO AIMASSO


Artico Festival - LUCIO AIMASSO

Sabato 23 giugno alle 19, il compito di aprire a Bra la seconda giornata di Artico Festival toccherà allo scrittore Lucio Aimasso. Abbiamo letto e amato il suo ultimo romanzo, La notte in cui suonò Sven Väth (CasaSirio Editore), che mette in scena le avventure di un eroe tragico, il Moro: tormentato, dalle molte contraddizioni e dai pensieri di ghisa. Del Moro e della sua banda di amici ci faremo raccontare meglio durante il festival, seduti davanti a una birra prima dell’inizio dei concerti, ma intanto gli abbiamo fatto cinque domande, per conoscerci meglio.



Il tuo romanzo parla del Moro e del suo gruppo di amici, che poi sono la sua famiglia. Se potessimo usare solo tre parole per descrivere il Moro, sarebbero: sedicenne, bocciato, technofolle. Si direbbe che si rivolge a un pubblico molto preciso, quello degli adolescenti, eppure la maggior parte delle persone che conosco che hanno letto il libro viaggiano verso i trenta. Chi è il tuo pubblico, insomma?
È inquieto, sensibile, cercatore. Le aggiungerei alla descrizione del Moro perché forse ci aiutano a capire meglio il target dei lettori del libro. I trent’anni sono strettamente legati all’adolescenza, forse perché ne rappresentano un po’ l’ultimo tratto. A trenta un’occhiatina alle spalle si inizia a buttarla. Quando ho scritto La notte in cui suonò Sven Väth non avevo la percezione di star facendo la stessa cosa, ma una volta terminato mi sono reso conto che era proprio così: avevo guardato un pezzo della mia adolescenza cercando di trovare senso, significato, vita. In realtà poi ho avuto riscontri anche da ragazzi giovani e da genitori che sono usciti dalla lettura un po’ sconvolti e ne sono felice perché la lettura di un libro dovrebbe sempre sconvolgerci un po’.













Molte persone pensano che in fin dei conti gli scrittori siano la somma delle loro letture. Sei d’accordo? E in ogni caso, tu che cosa leggi?
Se vuoi scrivere la lettura è la base, senza se e senza ma. Leggere di tutto, sempre, in modo onnivoro, cercando anche di scoprire i meccanismi e gli ingranaggi che compongono un romanzo. Però uno scrittore non è solo ciò che legge, ma ciò che vive e come lo vive. Potenzialmente siamo tutti scrittori, a patto che dentro di noi ci sia un animaletto spietato che ti spinge ad analizzare, scendere in profondità, esplorare ciò che sei e come vedi il mondo che ti circonda. Andare dietro i propri tormenti e le ossessioni in modo implacabile. Tornando alle letture, da bambino mi sono appassionato alla mitologia greca grazie a mio padre: l’Olimpo, Zeus e Prometeo, Minerva, l’Iliade, Priamo che si reca alla tenda di Achille per reclamare il corpo straziato del figlio più amato, Ettore. I classici della letteratura sono attraversati da una tragicità splendida, dai sentimenti e dai tabù che da sempre accompagnano l’essere umano. Poi sono passato a letture più disordinate. Ho amato: Stefano Benni, Stephen King, Tolkien, Pennac, Hesse in modo viscerale, Orwell, Calvino, Italo Svevo, Buzzati, la Allende, Amado, Pamuk, Maryse Condé e tanti altri. Mi mancano i Russi quasi in toto (sono un ignorantone, lo so). Ora sto leggendo La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead e Grande madre acqua di Zivko Cingo, due capolavori. Di solito le piccole-medie case editrici sfornano libri più intensi rispetto alle grandi. Comunque propendo per una letteratura intima, votata all’esplorazione, interiore ed esteriore, di quelle che ti aiutano a capirci qualcosina in più.

Ti faccio una domanda banale, ma che alla fine interessa sempre a tutti, specialmente agli aspiranti scrittori. Quando hai iniziato a scrivere in maniera professionale?
La scrittura non è la mia professione principale, diciamo che è un’occupazione part time (anche se le dedico una quantità infinita di pensieri e di energie durante la giornata perché quando hai una storia in testa i personaggi e le situazioni ti accompagnano ogni istante, reclamano spazio, attenzioni e cura. Sono sfiancanti!!!). La mutazione da semplice passatempo ad attività vera e propria è passata attraverso una scelta di consapevolezza. Negli anni ho continuato a cambiare lavori e occupazioni, ma ciò che è rimasto costante è stata la voglia di scrivere, quindi mi sono detto: Lucio, perché non ci punti, perché non metti tutto te stesso nella scrittura? Questa è stata la domanda della svolta. Allora ho iniziato a contattare persone che ne sapevano più di me, ho cercato consigli e pareri. Poco a poco mi sono avvicinato al mondo degli editor e ho capito che scrivere per davvero significa tagliare, buttare via, riscrivere, correggere, modificare. La prime stesure di solito sono delle schifezze impubblicabili. Il lavoro che viene dopo lo trovo fenomenale: modellare la materia prima, rifinirla, alleggerirla, renderla bella e fruibile. Il grande limite degli esordienti (e mi ci metto pure io) è quello di oscillare tra l’euforia e la depressione, invece dietro la pubblicazione c’è un lavoro certosino di più persone, in cui lo scrittore è solo una parte. È necessario mettere da parte l’ego e coltivare la voglia di andare oltre i propri limiti, accantonare l’innamoramento per le proprie parole e farle crescere in modo che diventino una storia con qualcosa di profondo da dire. E poi c’è quella roba di voler andare a fondo delle proprie ossessioni e delle paure, ma ho come l’impressione di averla già detta.


Spesso quando qualcuno scrive viene improvvisamente visto con occhi diversi da chi ha intorno, come se acquisisca automaticamente uno status superiore: perché?
Questa è una domanda meravigliosa. Finché non pubblichi, per i parenti e gli amici sei solo quello che a volte si rinchiude nello studio e pigia sui tasti del computer. Tua moglie si rivolge alle amiche con un sorriso di sufficienza dicendo: “Ma sì, che vuoi, lo fa stare bene. Meglio la scrittura di tante altre cose, no?”. E tu ti senti lo scemo del villaggio. Poi, quando si ritrovano con il tuo libro in mano (che non leggeranno mai, perché gli amici di uno scrittore giustamente si rifiutano di leggerlo) diventi “Lo Scrittore”. In casa stanno attenti ai congiuntivi. Se qualcuno sbaglia un verbo ti chiede scusa. Se te ne stai imbambolato di fronte alla quinta birra non è che sei ubriaco, no. Stai solo cercando ispirazione. E soprattutto, i parenti non ti diranno più nulla di personale perché avranno paura di essere infilati dentro il prossimo romanzo.







Decido di barare al nostro stesso gioco, e visto che non mi vengono domande sul dove, ho deciso che te ne farò due sul cosa: sono passati 2 anni dal tuo primo romanzo, e da qualche mese è ormai uscito il secondo, che è quello di cui ci racconterai ad Artico. Cosa è cambiato tra i due? Il secondo romanzo è effettivamente quello più difficile?
Il più difficile è quello che si sta scrivendo. A seconda dei giorni e dei momenti le pagine di word che ti scorrono davanti agli occhi sembrano un capolavoro o la peggiore delle schifezze. I primi due romanzi li ho scritti quando ancora non avevo pubblicato nulla. Non partecipavo a premi, non facevo leggere la mia roba, semplicemente scrivevo senza sapere perché e neanche per chi. Quindi in nessuno dei due ho sentito una particolare ansia da prestazione. Poi all’improvviso è scattato qualcosa: ho tirato la testa fuori dal guscio e come per magia il meccanismo si è messo in moto. Nel giro di un anno ho pubblicato Vite senza vento e La notte in cui suonò Sven Väth e ho potuto girare l’Italia per presentare i libri e partecipare a tanti premi letterari. Ora che mi sono un po’ fermato e sto concludendo la stesura del nuovo romanzo, l’ansia (fedele compagna) torna a bussare: piacerà? Farà schifo a tutti? Smetterò di scrivere? Credo siano le domande che in gran segreto assillano un po’ tutti quelli che hanno la mia stessa passione/ossessione.


Redazione SwitchOn Redazione SwitchOn