6 giugno 2017

Commedia all’italiana

#redazionale

Commedia all’italiana

Ovvero ipotesi di progetto per un happy-end che, in fondo, meritiamo

IERI

“Pensavo: è bello che, dove finiscono le mie dita, debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Era il 1975 e Fabrizio de André ci regalava la sua magnifica Amico fragile che, tra citazioni wildiane (“lo sa che io ho perduto due figli? Signora, lei è una donna piuttosto distratta”) il Fabrizio nazionale si lamentava del fatto che, in quanto cantante, fosse costantemente relegato a orpello canoro.

OGGI

Passano gli anni. Da sempre fanatico di articoli insoliti, qualche settimana fa la mia curiosità è stata attratta da una riflessione apparsa sul Corriere della Sera dell’11 aprile 2016, riferita a un evento bizzarro dello scorso 8 aprile precedente: in quel triste/allegro/paradossale/rivoluzionario sabato sera varesotto, il Maestro Giovanni Mongiano doveva esibirsi nel Teatro del Popolo di Gallarate che, per l’occasione, era vuoto.

Io, che non sono Mongiano, mi sarei messo a piangere, mi sarei spaventato e il giorno dopo avrei appeso la carriera al chiodo. Lui, che non è me, dopo un momento di esitazione ha sentenziato: “Vado in scena comunque”. Ha recitato il suo Pirandello, e regalato questa lettera d’amore al teatro.

Cosa ci dicono questi due episodi?

Qualcuno dice che in Italia non amiamo l’arte, qualcuno dice che non abbiamo rispetto per nulla… io - che ho un opinione che interessa a pochi - penso che malgrado i risultati, nonostante speranze folli e benché sussistano pretensioni da parte di società italiane autorizzate all’estorsione, il nostro Paese abbia ancora un potenziale artistico sia per la produzione, sia per la divulgazione.

Vi sono Paesi a breve distanza dai confini patri che investono in cultura: lo fanno tramite sussidi, canoni di locazione super-scontati, lo fanno grazie ad accessi gratuiti per gli under 30.

Da noi tutto questo non esiste (con la rara eccezione dell’OSN Rai – che però resta a Torino e dunque…pace). Quindi abbiamo cantanti e cantantini che per sbarcare il lunario fanno i camerieri, vedi Pierpaolo Capovilla, e altri che si inventano lavori meno consueti (che so, rivenditori Herbalife, per esempio).

Eppure l’arte, in qualche maniera, resiste. Resistono riviste specializzate per le arti plastiche (Artedossier, per citarne una), per la musica (Amadeus, ma non solo), resistono gli artisti, resistono in qualche modo gli organizzatori di concerti.

Nell’indifferenza generale, nei confronti dell’arte, ci è piovuto addosso l’Evento! Expo.

Expo 2015 con tutto ciò che il carattere arraffone di qualche illuminato italiano si è portata dietro. E sì, per una volta tanto onore alla corruzione (se lo ripeto, uccidetemi!). Infatti, a qualche giorno dall’esposizione universale milanese del 2015, ricordate?, eravamo nel bel mezzo di un ritardo catastrofico, con la procura che una volta ogni tot doveva intervenire perché qualcuno la combinava grossa. Quindi, l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri che avrà pure qualche difetto ma a fare bella figura ci tiene, cosa fa votare dal Consiglio e dal Parlamento? Il capolavoro! Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83, con il quale sono detraibili investimenti nel settore artistico, dalle donazioni liberali in poi (se avete nel cassetto una laurea in diritto e/o volete approfondire, qui ci trovate il testo: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/Ministero/UfficioStampa/ComunicatiStampa/visualizza_asset.html_1969781888.html ). Io non so se la cosa sia stata pubblicizzata nel biennio successivo, ma poteva e può essere la chiave di svolta per il nostro Stivale.

Quelli che con me hanno partecipato alla nascita dell’associazione, sanno quanto sia complicato fare le cose fatte bene e quanto lo sia (ancora di più) trovare i denari necessari a garantire la corretta realizzazione di un progetto (artistico).E sono decreti come quello appena esposto che mi fa resistere alla mia dietrologa nostalgia degli anni ’80, quando il P.C.I. esisteva, era ricco e forte e che per conquistare autonomia e forza investivano in cultura (mica stupidi dal Palmiro all’Enrico), ma in fondo applicavano Gramsci… cosa fatta bene, in seguito, solo dagli USA.

Una cosa, però mi turba (e dunque rivengo ai giganti scomodati al debutto di questo mio intervento): non vorrei che decenni di mancati investimenti pubblici e l’assenza di una élite capace di affermare la propria supremazia (dunque investendo di nuovo in cultura) abbiano definitivamente allontanato il pubblico dall’arte. Non vorrei che quella lettera d’amore al teatro divenisse il primo pezzo di uno scambio epistolare infinito. Non vorrei che il gratuito, prima inteso come reato (pirateria), oggi sia divenuta una pretensione. Non vorrei che i bonus cultura fossero spesi solo per garantire il passaggio da PC a Mac.

E poi, sapete cosa? Mi piacerebbe anche che, come quando ero bambino e così mi appassionai alla grande musica, i concerti di classica fossero trasmessi alla domenica mattina, così, mentre ordino la spesa o preparo qualcosa da mangiare primo o poi mi fermerei ad ascoltare. Ora come ora, su tutte le reti, all’ora di pranzo è una cucina collettiva, che poi, dico, mangiare devo mangiare, e pace se il mio ragù non è proprio come quello della Clerici.

A conti fatti… sono nostalgico degli anni novanta, ma ho fiducia nel futuro… quindi passerà.

 Bacini da oltralpe.


Carmelo T.


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