16 marzo 2018

Ecco i vincitori di Carta Bianca - 2018!

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Ecco i vincitori di Carta Bianca - 2018!

E' con grande piacere che l'associazione culturale Switch On Future annuncia i vincitori della II edizione del concorso letterario di racconti brevi CartaBianca. E' stato un vero e proprio successo: 270 i racconti ricevuti, 5 le case editrici indipendenti coinvolte, 1 presidente di giuria d'eccezione come Max Collini e migliaia le pagine lette, discusse e apprezzate.  

Dopo un mese di letture, selezioni e giudizi, ecco i vincitori!


I° classificato: Gaia Gentili - 'La Zecca' - premio in denaro di 300€, un soggiorno nelle Langhe presso The Green Guesthouse (Vergne - Barolo, CN) e un attestato di partecipazione.

II° classificato: Dante Paltrinier- 'Caterina, la botte' - premio in denaro di 100€ e un attestato di partecipazione.

III° classificato: Monica Coppola - 'La signora degli elefanti' - attestato di partecipazione.


Grazie ancora ai giurati delle cinque case editrici coinvolte per il loro lavoro:

...e ovviamente a Max Collini, presidente della giuria!

Vi invitiamo tutti alla premiazione del concorso, che si svolgerà sabato 7 aprile a Bra (CN), prima dello spettacolo di Max Collini "Dagli Appennini alle Ande". L'ingresso è ad offerta libera, ma i posti per la serata sono in esaurimento, vi suggeriamo di prenotare il vostro il prima possibile!


I racconti vincitori


Ero sposato da quattro settimane appena, quando la incontrai. Io e Clara eravamo tornati da poco dal viaggio di nozze, avevamo fatto su e giù per la Bretagna con una vecchia Cinquecento: pochi bagagli, una guida Mondadori presa in prestito in biblioteca e il piacere di perdersi. Eravamo felici, avevamo dalla nostra l’entusiasmo degli iniziati. A quel tempo lavoravo in banca, indossavo la mia età meglio della maggior parte dei miei coetanei, la barba studiatamente incolta, i denti riallineati da un apparecchio messo per due anni, tutte le volte che non dormivo da Clara, il fisico asciutto grazie ad una numero di vasche calibrato, abbastanza da assottigliarmi, senza scolpirmi eccessivamente la muscolatura. Mia moglie invece era bella di suo, di quella bellezza che non ha bisogno di cure. E giovane, molto più giovane di me. A distanza di tre settimane, ancora mi stupivo di trovarmela nel letto.
Quel pomeriggio mi chiamarono dall’ospedale: avevo prenotato un’ecografia di cui non ricordavo la ragione o quale parte dovessi farmi fotografare. L’appuntamento era per il giorno dopo, 10 e 30.

Detestavo le scale mobili e quell’ospedale sembrava fatto solo di quelle. Arrivai mezz’ora prima per prendere coraggio. Mi ci voleva sempre un po’ per trovare il momento giusto per mettere il piede sul gradino in movimento, abbastanza velocemente da tirarmi dietro anche il secondo. Ero caduto da bambino, avevo 9 anni, mi si era impigliato il laccio della scarpa e mi era rimasta la paura. Seduto sui divanetti dell’entrata, fingevo di guardare l’ipad ma seguivo le persone nelle loro salite e discese. Fu lì che la notai: era piccola e veloce. Non si limitò a salire ma percorse tutti i gradini a due a due, spingendosi in su senza aspettare. Il camice bianco svolazzava, stropicciato sul fondo e i capelli annodati senza cura le ricadevano a ciuffi davanti. Li soffiava via con le labbra e con la mano. Non so dire la ragione, ma rimasi incantato da lei.

Mi aspettava nell’ambulatorio n. 7, terzo piano. Me la trovai davanti. Scoprii che l’ecografia era all’anulare della mano sinistra, che avevo picchiato scivolando su una lastra di ghiaccio un paio di mesi prima. Me l’aveva prenotata Clara, la lastra era sul vialetto che conduceva a casa dei suoi. Quella donna mi fece togliere la fede che cominciava a lasciare la traccia di un cerchio in assenza. Pensai alle mani di mio padre, alle sue dita ingrossate dagli anni: la fede era rimasta incastrata e gli procurava prurito nelle ore notturne ma non voleva farla tagliare. Mentre stavo sdraiato sul lettino e lei si piegò su di me per farmi allargare la mano, lessi il suo nome sul cartellino che penzolava dalla tasca sinistra: Agata. Aveva una voce bassa, che si chiudeva in un sussurro. Il profilo del suo volto mi disorientava, le labbra rosse e umide sembravano sporgere in una maniera innaturale. Guardandola da vicino mi accorsi che i capelli erano grigi con riflessi blu, eppure li portava con naturalezza su un volto a cui avresti dato poco più di vent’anni.
“Tutto a posto”, la sua voce mascherava una punta di scherno. Sembrava trattenere in gola quelle cascate di risate bambine che ero solito sentire al parco, vicino alle fontane nei pomeriggi d’estate.
Non sapevo se prendermela o continuare a rimanere fermo nell’incanto di quella figura.
“I risultati tra una settimana, primo piano, agli sportelli del Cup. Paghi il ticket prima del ritiro”. Alzò gli occhi per salutarmi: erano arrossati e acquosi, delle pozze fonde di cui non respiravi la fine.
Scostai la sedia davanti alla sua scrivania, allungando la mano per stringergliela, ma lei era tornata a guardare i fogli.

Avevamo fatto ristrutturare una casa ereditata da mia zia, era un rudere, disabitata da anni e circondata da altre case nel medesimo stato, ma mi era stata regalata ed era in centro. Si sviluppava in altezza, a guardarla da fuori per come era lunga e stretta, sembrava una torre. Clara aveva voluto la dipingessimo di un rosso antico, aveva deciso quasi tutto lei, le finestre bianche, il taglio delle stanze, il soppalco adibito a zona lettura, la vasche al posto delle docce in entrambi i bagni. L’avevo lasciata fare, mi piaceva vederla sfogliare le riviste di arredamento in cerca del particolare da riadattare, tutta indaffarata a costruire quello che sarebbe stato il nostro nido. Andammo ad abitarci al ritorno dal viaggio di nozze, era ancora mezza vuota, non avevamo scelto la cucina, ci arrangiavamo con il microonde e le pizze da asporto, nel salotto c’era solo il divano, nella camera al primo piano il letto. Mancavano gli armadi, sostituiti da stender su cui appendevamo gli abiti, ma eravamo felici così.

La prima settimana a casa la passammo quasi tutta nel letto, era pieno di noi e delle nostre briciole. Non ero mai stato così a lungo nudo, Clara sembrava non avere pudori e le piaceva farsi guardare. Mi sorrideva in continuazione. Ancora oggi accudisco il ricordo di quei giorni come una rosa rara, fiorita in mezzo all’inverno. L’unica cosa che mi disturbava erano i passi dei piccioni sul tetto e le loro ombre che si intravedevano lungo il perimetro del lucernario che si apriva sopra le nostre teste. Quando Clara si alzava per andare a farsi un bagno ed ero sicuro non mi sentisse dentro lo scrosciare dell’acqua a riempire la vasca, mi mettevo in piedi sul letto e battevo le mani, urlando degli oh. Uno sbattere di ali in fuga. Sparivano per ritornare qualche ora più tardi. Pensai avessero fatto un nido. Uno dei ponteggi che l’imbianchino aveva usato per dipingere la facciata non era stato smontato, quindi sarei potuto salire sul tetto a controllare.

Tra le mie fobie di quel tempo in cui tutto sommato avrei potuto definirmi sano, c’erano i volatili. Non li amavo, in particolare i piccioni. Una volta in piazza Duomo a Milano avevo visto un uomo sdraiato per terra ricoperto di piccioni. Si intravedevano pezzi di lui sotto quella coperta di ali e becchi. Avevo notato una scarpa di cuoio, logora in punta e nella parte esterna del tacco. Stava sdraiato in posizione fetale sul lato sinistro. Non so se fosse vivo o morto ma per rassicurarmi mi convinsi fosse un attore o qualcuno che stesse facendo un esperimento. Era un mezzo pomeriggio d’inverno, la luce se ne stava già andando, portandosi dietro una giornata troppo corta. Le persone passavano via veloci senza accorgersi di quel mucchietto di ossa e ali in mezzo alla piazza. Feci finta di niente anch’io e corsi a prendere il metrò per arrivare in Centrale in tempo per il treno delle 17 e 33. Mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se l’avessi toccato.

Il giorno della mia ecografia io e Clara avevamo ripreso a lavorare da una settimana. Non vedevamo l’ora di tornare la sera per ritrovarci tra le briciole nel letto. Ma quel giorno qualcosa si incrinò, come una crepa che cominciò ad aprirsi piano. Uscii dall’ospedale, una scala mobile dopo l’altra, con un fastidio nella testa.

Fu quella notte che la vidi. Aprii gli occhi nel mezzo del buio ed era a pochi centimetri da me, sul mio cuscino. Un animaletto piatto. Rimasi immobile come potessi dissimulare la mia presenza, avevo l’impressione mi guardasse. Poi allungai la mano per toccare il corpo di mia moglie, volevo assicurarmi fosse lì, incontrai le sue cosce e i peli del suo pube. Stava dormendo calda, il respiro le rotolava lieve tra le labbra. Richiusi gli occhi, facendomi più vicino a Clara. Quando li riaprii, era scomparsa.

Il mattino non c’erano tracce di quella presenza notturna. Mi sentii sollevato, forse non c’era mai stata. Mi misi seduto, il cuscino dietro la schiena, e guardai Clara vestirsi. Aveva preso un abito a caso dagli stender, provai uno strano piacere mentre infilava il suo corpo nudo dentro la stoffa.
“Sei bello” si avvicinò per baciarmi.
“Cosa hai fatto sul naso?”
Me lo toccai, sentii un rigonfiamento come una puntura di insetto. Pensai alla zecca sul cuscino e poi alla donna che avevo visto in ospedale. Non dissi nulla.

Quel giorno passò frenetico, avevo accumulato parecchio lavoro, arrivò in fretta la sera e ci ritrovammo di nuovo dentro le lenzuola. Ero tornato prima di Clara e le avevo cambiate: pensare che ci fosse stato quell’animale a camminare in mezzo ai nostri corpi nudi mi procurava una forte nausea. Clara rincasò allegra, mi prese il viso tra le mani e mi baciò lungo. Non le raccontai dell’ecografia del giorno prima, né della zecca, provai a cancellare tutto dalla mia testa. Mangiammo nel letto, prosciutto in busta arrotolato sui grissini. Clara era nuda, io mezzo vestito. Avevo mal di testa e nausea. Mi addormentai prima che potessimo fare l’amore, un sonno leggero in cui sentii le sue mani accarezzarmi per un po’ fino ad abbandonarsi pesanti su di me. Quella notte le zecche che percorsero i nostri corpi furono più d’una. Ci svegliammo con i loro segni addosso. Vidi lo spavento negli occhi di Clara  e sentii i piccioni sbattere le ali sopra le nostre teste.
“Oggi chiamo la disinfestazione” cercavo di rassicurarla. Non l’avevo mai vista così.
Ne contammo undici nel letto, qualcuna si muoveva sul pavimento.
Clara cominciò a staccare gli abiti dagli stender, riempiendosi le braccia. Ebbi paura di vederla fare la valigia. Cercava di evitarmi, di escludermi dal suo terrore, mi guardava di sbieco quasi ne fossi la causa, il mio viso era come il suo, punteggiato di ponfi. Le mie mani come le sue, piene di vestiti.
Portammo tutto al piano di sotto, buttando sul divano e chiudemmo la camera a chiave, quasi volessimo tenere lontana la parte brutta di noi. Ma ci eravamo guardati e visti: non eravamo mai stati così nudi e indifesi.

Al Pronto Soccorso ci diedero una crema antibiotica e, notando l’agitazione di Clara e l’insolito tremore delle sue mani, le prescrissero un calmante. Mentre entravamo nella farmacia dell’ospedale, la vidi. Stava gesticolando vicino a un uomo, Riconobbi i suoi capelli grigi sotto cui si nascondeva il volto poco più che ventenne. Anche Clara si accorse di come i miei occhi cercassero quella figura.
“C’è qualcosa che non va?”
Scossi la testa e le diedi la mano.

Proposi a mia moglie di andare a dormire in albergo finché non fossero venuti a disinfestare ma lei non volle. Per quanto agitata fosse, si sentiva in dovere di presidiare la nostra torre. Col passare delle ore sembrava essersi rasserenata, quasi avesse dato dei contorni precisi al suo spavento. Comprammo un materasso gonfiabile: avremmo dormito al piano terra. Io andai con Marco a procurarmi una carabina nel negozio “Caccia e pesca” in zona San Bernardo. Chiesi a Marco di venire perché da ragazzi andavamo insieme al poligono: ci faceva entrare suo zio. Allora era un gioco, ricordo che me la cavavo meglio di lui con la mira. Questa volta no, era una guerra. Sapevo che era vietato sparare ai piccioni ma non mi importava. Io e Clara eravamo due soldati pronti a tutto per riprenderci ciò che era nostro.  

La prima notte fu divertente dormire su quello strano letto pieno d’aria, ci restituì l’allegria senza riserve dei bambini.
“Domani salgo sul tetto e li ammazzo tutti”, la baciavo, lei rideva. La baciavo mentre rideva.
“E io raccolgo tutti quegli insetti schifosi e li brucio in cortile” mi baciava e rideva.
Fu bello rimanere così a baciarsi e a pensare alla battaglia del giorno dopo. La ricordo quella notte di aria e pisoli brevi. Io ero riuscito a tenere lontana l’immagine di Agata. Clara sembrava tutto.

Fu una notte di tregua, quella che a volte ci spetta di diritto prima del giorno dopo. Quando aprii gli occhi con il mattino che si riversava nella stanza dalle finestre senza tende, ebbi voglia di trovarmi altrove, il letto gonfiabile sprofondava sotto le sagome dei nostri corpi. Avevo sognato Agata, non sapevo dove o come si fosse infiltrata nella mia testa chiusa e guardinga, doveva essere stato quando mi ero riaddormentato, mentre faceva chiaro, nell’ora in cui avevo deposto le difese. Mi passai in rassegna, le braccia, le mani, il torace nudo, mi sfiorai le labbra, i capelli, temevo che Clara potesse rintracciare i segni dell’altra su di me. Mi sembrava che la mia pelle avesse acquisito un nuovo tono di colore, un odore che non era il mio. Ma lei, mia moglie, dormiva ancora, Mi avvicinai, il suo respiro sapeva di quella notte agitata, i capelli disordinati le ricoprivano buona parte del viso. Vidi, appoggiata al divano, la carabina chiusa a chiave nella custodia e mi sentii meno soldato della notte andata. L’avere un’arma e dei piombini non mi rendeva invulnerabile. Scesi piano dal letto, faticai quasi fossi intrappolato nell’aria, salii sopra. Rimasi fuori dalla camera qualche minuto ad ascoltare i silenzi, domandandomi che verso facessero le zecche. Infine aprii. Non riuscii a contarle, erano cresciute di numero, sparse sul letto e per terra, sembravano in procinto di colonizzare ogni angolo. Guardai quell’orrore e subito dietro sentii gli occhi di spavento di Clara, sulla mia schiena e poi oltre il profilo del mio corpo che ingombrava il vano della porta.

Clara uscì di casa con gli occhi sfatti e le pieghe delle lenzuola impresse sulla pelle. Aveva bisogno di distrarsi, disse. Io aspettai quelli della disinfestazione. Parcheggiarono davanti a casa il camioncino bianco con la scritta Risolviamo ogni problema. Il capo era alto e magro, si portava dietro un ragazzetto che avrà avuto sì e no la metà dei miei anni e un sorriso assente. Erano persone normali, avrebbero potuto fare qualsiasi altro lavoro: mi aspettavo arrivassero con delle tute protettive ma avevano solo delle mascherine logore che penzolavano dal collo. Salirono al piano di sopra con due borsoni. Io rimasi sotto. Il più giovane ebbe un attacco di diarrea di lì a poco, a cui ne seguirono altri, gli indicai il bagno, fece avanti indietro in continuazione. Riempirono la nostra camera di veleni, c’era anche del fumo che aleggiava nell’aria, poi uscirono, chiudendo la porta.
“Ci vorrà un’oretta” disse quello alto e magro.
Io mi misi seduto sul divano, cercai di parlare con loro, ma il più giovane si rinchiuse di nuovo nel nostro bagno, chiedendomi un rotolo di carta igienica, mentre il capo pose fine ad ogni mio tentativo di conversazione estraendo dal tascone laterale dei pantaloni una Bibbia in formato tascabile. Pensai fosse un Testimone di Geova. Ebbi l’impressione non stessero facendo abbastanza. Presi la carabina e provai ad arrampicarmi sul ponteggio. Appena riuscii a intravedere la distesa dei tetti, mi resi conto di quale guerra avrei dovuto combattere.

Come avevo supposto, la disinfestazione servì a poco. Per qualche giorno non potemmo entrare in camera per via dei veleni. La nostra vita continuava al piano di sotto, ma quella porta chiusa ci faceva sentire monchi. L’allegria del letto gonfiabile si era esaurita in fretta come un fiammifero tenuto in punta di dita, anche il coraggio e i propositi forti sembravano essere già bruciati. Un mattino trovai Clara rannicchiata sul divano, nascosta sotto un plaid. Così i giorni a seguire. Smettemmo di dormire insieme e di toccarci. La nostra trincea ci lasciava spossati: lei passava gran parte del tempo fuori e appena rientrava, cominciava a pulire e disinfettare senza tregua. Vedevo le sue mani piccole screpolarsi e tagliarsi sulle nocche: sembrava maniacale in quella guerra di stracci, spazzoloni e amuchina. Io ogni tanto salivo sull’impalcatura e provavo a sparare ai piccioni. I miei colpi andavano sempre a vuoto,  rientravo in casa vantandomi con mia moglie di improbabili stragi. Cercavo di proteggerla e di tenermela stretta come potevo, ma continuavo a pensare ad Agata: ne ero attratto e spaventato. Un giorno andai a cercarla. Giustificai il muoversi non pianificato dei miei piedi verso l’ospedale con il bisogno di capire. Salii lungo le scale mobili come un automa, arrivai al terzo piano, ambulatorio 7. Era socchiuso. Spinsi la porta, controllando di non essere visto. Mi sentivo un amante bisognoso di nascondere. Dentro non c’era nessuno, eppure mi parve di sentirne l’odore.

Riaprimmo camera nostra dopo quattro giorni, infilammo le teste nella porta socchiusa. Il servizio disinfestazioni aveva già ripulito, non c’era tracce della guerra che si era consumata. Clara cambiò subito umore: “Portami dentro in braccio”. Sembrava voler rifare tutto da capo, come il nostro matrimonio dovesse ricominciare lì. La sollevai mentre rideva e varcai la soglia; lei muoveva le gambe avanti e indietro come fosse su un’altalena. I suoi capelli mi solleticavano il naso: aveva sempre avuto un buon profumo. Ma non potei fare a meno di pensare a cosa sarebbe stato di noi  e delle nostre briciole se le zecche fossero ritornate, se i piccioni non se ne fossero andati, se avessi conosciuto Agata prima di lei. Il pensiero di quella donna aveva il sapore degli atti mancati, degli amori che avrebbero potuto essere e non sono.

I piccioni non andarono mai via e le zecche ritornarono di lì a qualche giorno. Arrivavano nel buio attratte dal silenzio e dal calore dei nostri corpi che riposavano l’uno nell’altro. Cominciai a stare sveglio per gran parte della notte, vegliavo i sonni di Clara. Raccoglievo quegli animaletti mentre lei dormiva, stando attento a non lasciarne indietro nessuno. I miei occhi si erano abituati all’oscurità della stanza. Tutte le mie forze erano volte a far sì che mia moglie non ne scoprisse la presenza. Ero un soldato rimasto solo a presidiare la nostra torre ma non poteva durare. Lei fingeva di essere felice e di non vedere, io ero troppo stanco per accorgermene. Quando fece le valigie e se ne andò, pregandomi di seguirla, non dissi niente. Non mi sentii meno solo di prima. Continuai la mia guerra: uccidevo zecche di notte, cercavo di allontanare i piccioni di giorno, sparando colpi nel cielo e sui coppi. Smisi di andare al lavoro, il mio mondo era diventato quella torre. Marco veniva a trovarmi, cercava di portarmi via, sapevo che si sentiva con Clara, che lei era preoccupata per me, ma non abbastanza da tornare. Bevevamo un paio di birre insieme e gli raccontavo di quali fossero i miei piani per il giorno dopo. Credo mi ritenesse matto e venisse soltanto per l’affetto che ci legava fin da bambini. Non ho mai parlato nemmeno a lui di Agata, ma in quei miei giorni di solitudine e reclusione la sua presenza si faceva più caparbia. Era nella mia testa. Qualche volta mi avventuravo fino all’ospedale. Quando ero fortunato, la guardavo passare senza mai avere il cuore di avvicinarla. Continuavo a portare la fede al dito, una parte di me apparteneva ancora a Clara.

Poi un giorno mia moglie tornò: mi voleva più bene di quanto avessi immaginato. Tornò per portarmi via, Marco non era stato capace, ci sarebbe riuscita lei. Arrivò un sera, aveva ancora le chiavi di casa. Entrò come se non se ne fosse mai andata, mi preparò un bagno, non opposi alcuna resistenza. Lavò piano il mio corpo nudo, come toccasse ferite aperte. Poi mi asciugò e mi mise seduto davanti allo specchio, una salvietta sulle spalle. Non ricordavo da quanto tempo non mi guardassi, avevo perso i contorni del viso. Mi sistemò i capelli tagliando i ciuffi con una forbice, poi mi sfoltì la barba. Quando ebbe finito, mi baciò lungo, come una volta. Scelse dei vestiti per me e ne mise altri in una valigia che si era portata. Provai una profonda gratitudine nel guardare dentro i suoi occhi chiari. Uscimmo, percorrendo con lo sguardo quegli angoli nostri, dove eravamo stati belli e felici. Clara stava cercando la chiave dentro la borsa per chiudere la nostra torre, quando vidi Agata sotto un lampione, sul marciapiede dirimpetto a casa. Aveva tra le mani un cartoccio: stava dando da mangiare a dei piccioni che le coprivano i piedi e si ammucchiavano intorno alle sue gambe magre, svolazzando agitati. Sotto il cono di luce i riflessi blu dei suoi capelli illuminavano il grigio. Prima che Clara potesse capire, la attraversai per buttarmi dentro : la carabina era carica.
Pioveva. Come Dio la mandava, dicevano tutti, e Antonio non capiva che cosa c'entrasse Dio con la pioggia, tanto più in un paese dove quasi nessuno andava in chiesa. Ad ogni modo, a detta di ciascuno, pioveva come Dio la mandava. Il cielo, plumbeo fin dalla mattina, aveva iniziato a scaricare pesanti nubi  con insolita violenza. L’acqua si abbatteva sui tetti, traboccava dai canali delle gronde, veniva giù a precipizio, schiumando, dalle calate; si abbatteva sulle piazzette, sui davanzali, sulle pietre delle viuzze e delle erte, sui rari ombrelli aperti, e correva, correva dalla chiesa alla strettoia, sormontata dall’arco, e alla fontana e si precipitava a valle, dove i rigagnoli si presentavano rigonfi e perentori, per poi gettarsi nei due rii che costeggiavano il paese. E il Tondo e la Torbola, a loro volta, andavano ad accrescere il torrente che già ruggiva verso la piana.
Il borgo completamente al buio. La luce dei pochi sfocati lampioni moriva tra nastri di pioggia spessi e fitti. Un’aria di preoccupazione e di ansia si avvertiva fra i canti angusti, fra le soglie pietrose. Era tuttavia un' inquietudine contenuta giacché quella rupe tra boschi e monti, diventata nel corso di secoli salde fondamenta di una manciata di case a forma di pugno verso il cielo, aveva già dato prova di sapersi difendere dalle forze della natura.
L’inquietudine, anzi l’angoscia, anzi il dramma che si stava consumando nella cantina di Alfiero non era, dunque, causato dalle intemperie. No. Bensì da una botte. Sì, proprio da una botte.
Alfiero abitava sul Santo Vecchio, un piccolo colle alle spalle del paese. Vi si accedeva attraverso una strada carrozzabile ghiaiosa e stretta, oppure inerpicandosi su una mulattiera di pietre lucide e levigate che tagliava il respiro. Da lassù si dominava tutta la valle e, in lontananza, si poteva osservare a sud il torrente che serpeggiava e perfino intravedere la città. Se, poi, si volgevano gli occhi attorno, allo sguardo si imponevano altri piccoli insediamenti appollaiati su altrettanti cocuzzoli. Alcuni sembravano raggiungibili con un gesto della mano. Da lassù, col sereno, del borgo si poteva indovinare, più che vedere, soltanto la rocca.  Il resto era chiuso alla vista da file di cipressi, di acacie, di querce cresciute rigogliose ai piedi del colle.
Anche sul Santo Vecchio il cielo, nero come la pece, stava ora rovesciando le sue catinelle. Ora, giacché quel luogo era, in realtà, il punto più solatio del circondario.
In un paese conosciuto nei territori vicini come il posto in cui faceva buio prima che venisse sera, il Santo Vecchio godeva del sole dall’alba al tramonto. Il vigneto di Alfiero era davvero benedetto da luce e calore. E pure gli olivi, i frutti, l’orto. Sì, il podere intero, con quella sua polla d’acqua che scaturiva dalle profondità della terra per tutto l’anno, era un dono del cielo. Chissà quale santo lo aveva preso sotto la sua protezione. Tuttavia era la vigna il fiore all’occhiello, l’albero degli zecchini d’oro; era lei  a garantire ogni anno un introito sicuro ad Afiero e alla sua famiglia. Il vino, abbondante e di alta qualità, era rinomato nella provincia ed oltre. Dopo ogni vendemmia si incontravano continuamente motocarri che salivano su per la strada polverosa verso la cantina.
Ora, proprio nella cantina, si stava consumando un dramma. Caterina, una delle due botti, l’altra era Violetta, cominciò a perdere il pregiatissimo contenuto. Goccia a goccia, un rivolo sottilissimo, quasi invisibile, scendeva dall’interstizio fra due doghe.
Ogni anno, terminata la vendemmia, dopo che il vino era finalmente nelle botti, l’anziano contadino aveva l’abitudine di passare la mano sul rovere pregiato, quasi una lunga carezza, un atto d’amore. Fu durante quel gesto lento e leggero su Caterina che avvertì fra le dita una presenza inaspettata. Un brivido lo percorse. Si affrettò ad accarezzare anche Violetta; asciutta come la mulattiera del Santo vecchio nel giorno dell’Assunta. Ritornò da Caterina. La mano si inumidiva, forse più di prima.. Un secondo brivido, più intenso, più profondo, lo attraversò.
Chiamò la moglie Giuseppa e la figlia Marianna e chiese loro di controllare. Verificarono e annuirono. Che cosa si poteva fare? Purtroppo era sabato sera. Tutto chiuso, quand’anche si fosse saputo a chi rivolgersi. Ma non si poteva stare con le mani in mano.
“Tu Giuseppa vai a chiamare Valdo” pregò Alfiero,”e tu Marianna vai da Anselmo. Dite loro della disgrazia. Io intanto cerco di pensare…”.
E vennero Valdo e Anselmo, accompagnato dall’inseparabile Mustafa, ma anche Arturo, detto Baffo o l’Asburgico per i due folti mustacchi, e Stefano di Gennaio, messi in allarme  dalla moglie e dalla figlia di Alfiero. Giunsero bagnati fradici. Non avevano ombrello, cappello, impermeabile mentre la pioggia, se possibile, si era intensificata. Le catinelle trasformate in barili. Per la fretta, poi, Anselmo e Valdo erano arrivati con gli zoccoli. Soltanto Arturo aveva gli stivali, ma l’acqua già li riempiva. Se ne liberò.
Alfiero chiedeva consigli. Nessuno, fortuna per loro, iella per il disperato, si era mai ritrovato in una tale situazione. Un’idea l’ebbe Stefano di Gennaio:
“Occorre della colla, anzi, del mastice.”.
“Mastice? Dove lo trovo di sabato sera, anzi quasi notte?” chiese l’angosciato.
“Da Bembere,” risposeArturo.
Bembere conduceva la pompa di benzina del paese e riparava biciclette e motociclette. Per le forature usava, appunto, il mastice.
“Vado io” disse Baffo. “Lo conosco bene. Un piacere non me lo nega”.
“Vai, vai!”, quasi gridò Alfiero.”Corri!”.
E l’Asburgico corse, giù per la mulattiera del Santo Vecchio, senza un riparo, nella pioggia fitta, quasi un sipario, nel buio pesto che più pesto non si può. Ma, come ciascuno di loro, conosceva ogni pietra, ogni curva della mulattiera; i suoi occhi l’avevano percorsa centinaia di volte nella più assoluta oscurità. Mentre Baffo si precipitava, però, un pensiero affiorava alla mente di Stefano di Gennaio:
“Ora che ci penso”, borbottò, pentito del suggerimento dato, “il mastice non può funzionare. Primo, non attacca sul bagnato. Secondo, anche se attaccasse, rovinerebbe il vino con il suo odore acre e penetrante.”
Queste parole, pronunciate a mezza voce, gettarono nel panico Alfiero che, intanto, udiva le gocce del suo vino prelibato cadere nella catinella posata da Marianna al piede di Caterina.
Giuseppa portò del caffè caldo. Si rifocillarono e si riscaldarono e fu forse l’effetto del caffè a riportare alla mente di Anselmo un ricordo.
“Mi pare“ disse “che Orfeo, il padre di Antonio, in gioventù, quando abitava al nord, lui viene dal nord, lo sapevate?, facesse il bottaio.”.
“Il bottaio!?” gridò Alfiero, ormai in preda alla disperazione.
All’udire il grido Anselmo non poté che rispondere: “Vado io! Anzi, filo.”
“Fila!” urlò il tapino, che già vedeva la sua Caterina disfarsi sotto la spinta del pregiato contenuto. “Come un lampo!”.
E Anselmo filò e questa volta l’inseparabile Mustafà non lo seguì. Imperturbabile rimase accovacciato accanto a Caterina. In breve si ritrovò a bussare alla porta di Antonio. Aprì l'Annina che chiamò il marito. Anselmo era fradicio e trafelato. Antonio quasi non lo riconosceva. Con poche parole descrisse Caterina e lo sconforto di Alfiero.
“Se ricordo bene, hai fatto il bottaio da giovane.”.
“Ricordi bene, sì.”.
“ Forse lo puoi aiutare, quel disgraziato.”
“ Forse” rispose Orfeo, mentre si metteva gli stivali e il grande impermeabile con cappuccio che indossava quando, sotto la pioggia, andava a lavorare alla fornace in motorino. Intanto Annina imbacuccava Antonio. Partirono di buona lena e, a metà mulattiera, raggiunsero Baffo che stava ritornando a mani vuote dal Bembere. Il benzinaio, proprio quella sera, era a cena dalla figlia in città. Arturo sbuffava come un vecchio metato. Il Bembere, infatti, aveva la pompa di benzina sulla provinciale. Insomma, il povero Asburgico si era già fatto “la ripida” che sale dalla Croce al paese, un sentiero lungo e scosceso come quello che dal borgo alto conduce al Santo Vecchio.
Quando Alfiero vide Orfeo il cuore gli si spalancò. Nella cantina, mai così affollata, tutti fissavano il padre di Antonio che esaminava attentamente Caterina, batteva le nocche sul legno e lo accarezzava. Poi si concentrò sui punti in cui il vino fuoriusciva con gocce sempre più frequenti. Su quei punti passò le dita e forzò leggermente con la chiave del motorino. Quando si girò, sette volti trepidanti attendevano la sentenza.
“Un tentativo lo faccio.“ disse. “Non prometto nulla. Devo tornare a casa a prendere una cosa. Sarò veloce. ”
“Grazie, mille grazie “, le parole quasi sussurrate da Alfiero all’uomo della speranza con il quale non era in confidenza come  con Arturo, Anselmo, Valdo e Stefano di Gennaio.
Orfeo si rivolse al figlio: “Vieni.”
Per giungere al paese dovevano passare davanti alla casa di Anselmo. Il padre andò diritto alla stalla della mucca e spedì Antonio a casa a prendere un foglio di carta oleata e un secondo di carta gialla. Il ragazzo ritornò con i fogli e l'uomo scomparve per un attimo nella stalla per subito ritornare con i fogli avvolti a cartoccio ben chiuso. Antonio avrebbe voluto fare  domande, ma comprendeva la gravità della disgrazia incombente.
Alla vista dei due, ad Alfiero si allargò il cuore per la seconda volta.
“Ora”, disse con decisione Orfeo “ vi prego di lasciarmi solo. Ho bisogno di assoluto silenzio e della massima concentrazione”.
Uscirono tutti un po' perplessi senza proferire una sola parola; anche Antonio, che veniva osservato con aria interrogativa, quasi che lui sapesse e loro potessero da lui sapere.
Quando si riaprì la porta della cantina batteva la mezzanotte su uno di quei cucuzzoli della valle che, dal Santo Vecchio, erano lì a portata di mano.
“Credo”, disse Orfeo con calma “ di esserci riuscito. Caterina non perde più.”.
Anselmo, Valdo, Stefano di Gennaio, Arturo, Giuseppa, Marianna, Antonio non credevano ai loro occhi. Figuriamoci Alfiero. Osservava e accarezzava la sua 'miracolata 'Caterina. Per lui era stata proprio una resurrezione. Dalla morte alla vita.
Osservavano Orfeo e si aspettavano che svelasse loro come avesse chiuso la falla. Udirono, invece, queste parole:
“Non fatemi domande. E’ un segreto di famiglia. A me lo trasmise mio padre, a mio padre mio nonno, a mio nonno il mio bisnonno e così via per chissà quante generazioni. Puoi dormire tranquillo, Alfiero. Ora vado a riposare perchè domani, anche se è domenica, devo  essere presto in fornace per un guasto ad un forno.”.
Fece cenno ad Antonio ed uscirono nel bel mezzo della notte. La pioggia aveva cessato di cadere. Un vento freddo stava spazzando via le nubi. In cielo brillava qualche spillo di stella.
Alfiero non stava nella pelle. Ringraziò e abbracciò Anselmo e Arturo e Valdo e Mario di Gennaio che si incamminarono verso le loro case. Lui non rientrò nella sua nonostante i ripetuti richiami di Giuseppa e di Marianna. Rimase a vegliare Caterina e Violetta per il resto della notte.
Mentre scendevano dal santo Vecchio Orfeo si fece giurare dal figlio che non avrebbe riferito a nessuno della stalla. Gli promise che, dopo qualche anno, quando fosse stato più grande, gli avrebbe svelato il segreto. Alla stessa età a cui suo padre l’aveva rivelato a lui, la medesima età a cui il nonno l’aveva trasmesso a suo padre. In realtà Antonio una mezza idea l’aveva, ma stentava a crederci.
Il giorno successivo, alla porta di Annina si presentarono Alfiero, Giuseppa e Marianna. Portavano un prosciutto, un salame, una pancetta, noci, frutta, verdura, vino, olio. Il tavolo di Annina non riusciva a contenere tutti quei doni. Ma non poteva, non avrebbe mai potuto rifiutarli. Avrebbe fatto un torto irrimediabile. Se lei ringraziava, gli altri ringraziavano più caldamente. Antonio si era appena svegliato. Non aveva mai visto tanto ben di Dio.
Naturalmente si sparse nel paese la storia di Caterina e tutti volevano sapere come Orfeo avesse compiuto quel salvataggio. Ma sia il figlio, che pure una mezza idea l’aveva, che la moglie, la quale come elemento di riflessione aveva due semplici fogli di carta, che gli altri protagonisti dell’evento lasciati da Orfeo fuori della cantina, non potevano che riferire quanto detto dall’uomo della provvidenza: “E’ un segreto di famiglia”.
Ogni giorno Annina bussava a cento porte dalle quali si affacciavano cento persone. Dal detto e dall'insinuato intuiva che il paese stava riflettendo sul fatto che vi fosse un segreto fra moglie e marito. Tre persone, in particolare, insistevano: Don Narciso, il dottor Buonanima e Irma, l’amica d’infanzia di Annina, le persone di cui ella più si fidava ed il cui giudizio teneva in grande considerazione. Insistevano nel dire, più o meno velatamente, che moglie e marito dovevano confidarsi ogni cosa, quand’anche questa cosa fosse la storia di una botte. Perché, insinuavano, un segreto tira l’altro e…
Ma la donna si fidava del marito e non voleva per colpa di una botte mettere in discussione una solida intesa di ormai tanti anni. Però tutto quel parlare di Caterina aveva suscitato in lei una curiosità profonda di sapere, quasi un bisogno. Ad Annina, insomma, non interessava conoscere come Orfeo avesse sigillato Caterina, - che cosa gliene importava in fondo di una botte -  quanto essere messa a parte del segreto.
Una notte, appena coricati, lasciò cadere: “So che tua madre era al corrente di quel segreto.”
Sorpresa l’espressione di Orfeo, che non negò.
“Me lo disse lei’” continuò decisa. “ Non me lo svelò, ma disse che tuo padre glielo aveva confidato per prudenza, perché non si sa mai, le disgrazie sono sempre pronte e certe cose devono essere trasmesse. So che ne parlerai ad Antonio quando sarà più grande. Anni, ancora”.
Quella notte non ci furono altre parole fra loro. Ma, come lei sperava, lui rifletteva, eccome se rifletteva, su quelle parole. Sì, suo padre era sempre stato molto prudente e previdente. Sì, il figlio era ancora un ragazzo. Sì, le disgrazie erano sempre pronte.
“A proposito di Caterina, hai ragione,“ disse Orfeo, qualche notte dopo,” l'ho turata con sterco di vacca.”
“Con la cacca? “ gridò Annina.
“Sì, con la cacca. Sai quante Caterine sono state zaffate, anzi, sigillate, al mio paese e in tutti i paesi della mia regione? Non te lo puoi neanche immaginare. E, poi, è tutto naturale.”
“Ma come avviene?”.
“Il vino che fuoriesce, anche se a gocce, crea nella botte una sottile corrente che si dirige verso il foro. L’abilità sta nell’individuare la corrente e nel posizionare la caccola di sterco nel flusso medesimo. Una volta che quella arriva al foro, lì si attacca e chiude, anzi, piomba il buco. Non c’è colla o mastice più efficace. Puoi star certa che la botte non perde più.”.
“ Ma il vino?”.
“Ancora più buono. Ogni volta che una Caterina veniva miracolata con sterco di vacca, evidentemente all’insaputa del proprietario, questi giurava che un vino così buono non l’aveva mai prodotto. Sterco e vino non sono tutti e due prodotti di natura.?”
“E i fogli di carta?”.
“Quelli servivano per nascondere lo sterco e non farne uscire l’odore. Mi sarei scoperto, altrimenti.“.
Antonio stava dormendo nella cameretta accanto quando il grido 'Con la cacca?'  lo svegliò. Aveva così potuto ascoltare il resto della conversazione. Dunque, quella mezza idea che gli era passata per la mente non era del tutto strampalata. Era orgoglioso di se stesso. D’altra parte, che cosa poteva aver trovato suo padre in una stalla? E sorrise. E, sotto le coperte, rise pensando che una cosa da molti ritenuta uno schifo aveva salvato Alfiero da sicura rovina.
Nei giorni successivi il tempo ritornò bello. Il sole risplendeva sui tetti, sulla rocca, sulla chiesa. Riusciva a insinuarsi fra i vicoli, fra i canti angusti, sulle soglie pietrose. Soprattutto riscaldava il Santo Vecchio. Nel podere di Alfiero le piante si risvegliarono e gli animali, galline, conigli, tacchini e oche scorrazzavano sull’aia. Nella cantina Violetta e Caterina  parlavano tra loro di antichi e nuovi vinelli. Il Tondo e la Torbola scendevano sereni verso il torrente che diventava sempre più chiaro, sempre più placido. E i boschi mandavano un profumo di castagno e di terra viva.
E i vecchi sedevano di nuovo sulle sedie davanti casa a gustare quel raggio di sole che sarebbe scomparso ben prima di sera. E i giovani si radunavano e vagabondavano a frotte qua e là, su e giù. E Antonio continuava a sorridere e a ridere quando vedeva Alfiero, Giuseppa e Marianna in giro per il paese a lodare il vino di quell’annata, il migliore che avessero mai prodotto; quando sentiva i loro affezionati clienti giurare che un ben di Dio così divino non l’avevano mai gustato.
Quello era un posto in cui non si doveva andare, la mamma lo aveva detto forte e chiaro.
"E invece tu ci sei andato di nuovo! "sbottò urtando la pentola con il mestolo.
Tirava una brutta aria pensai, gli occhi fissi sulla manciata sparuta di stelline, annegate in un mare di brodo che, ero certo, avesse cucinato per dispetto.
Mio fratello Giovanni, imperturbabile, tuffava il cucchiaio nella minestra e lo portava alla bocca, più vuoto che pieno, senza dire una parola che a quelle tanto ci stava già pensando la mamma.
"Non dici niente? Te ne stai zitto a mangiare?" lo punzecchiò, rigirando il forchettone nel pollo bollito che nessuno osava toccare.
Io, testa china sul piatto, lo imitavo. Cercavo di finire il più in fretta possibile per correre in camera e levarmi di torno. Da lì potevo sentire tutto lo stesso: a casa nostra i muri, come diceva mamma, sembravano fatti di sottilette come quelle che metteva sopra i cannelloni ma solo una domenica sì e una no, perché se no prendevamo il vizio.
Questa cosa del vizio, io non l'avevo capita più di tanto, ma saltò fuori anche quella sera con gli animi che si scaldavano e la minestra che si freddava.
"T'avevo detto di non andare, ma te ne sei fregato!" la rabbia di mamma venne amplificata dal cozzare dei piatti che stava ritirando prima del tempo "Non mi dai retta mai, mai!" le stoviglie annegarono nel lavello, un liquido denso galleggiò nell'acqua saponata.
Giovanni prese una mela dal centrotavola sul buffet, la frutta finta mescolata a quella vera, per farlo sembrare pieno.
"Li so io i sacrifici che sto facendo per tirarvi su" continuò mia madre grattando il fondo di una padella "Ma tu niente, non mi vuoi ascoltare!"
"E dai mà, che stai facendo il finimondo per niente". Giovanni aveva iniziato a sbucciare la mela, in quel modo tutto suo che aveva imparato crescendo, quando i coltelli, come tante altre cose, non fanno più paura. "Io in quel posto non ci sono stato" dichiarò.
Io fissavo ipnotizzato la coda gialla che penzolava dalla sua mela e ci appendevo sopra desideri arruffati come i miei capelli: se non si spezza sabato gli Under 8, al campetto, li facciamo neri; se non si spezza domani la maestra sarà assente; se non si spezza adesso divento un supereroe.
Con l'incedere della lama sul frutto aumentavo la posta in gioco e riducevo i tempi di attesa.
Un po' come mia madre che ora aveva messo i piatti nello sgocciolatoio ed era tornata alla carica.
"Giovà tu a me non mi devi prendere per fessa, hai capito?" si sfilò i guanti di gomma e li lanciò sul tavolo in segno di sfida. "La Signora Carmela ti ha visto" rivelò.
"Eh, cosa vuoi che abbia visto. Quella ha sul naso i fondi di bottiglia e nella bocca la lingua troppo lunga" il primo spicchio di mela che scricchiolò tra i denti di mio fratello come la verità.
"Giovà,  io non te lo ripeto più. Se me lo vengono a dire un'altra volta ti faccio fare la fine di tuo padre. E così ‘sta storia la finiamo." Poi si voltò verso di me "E vale pure per te Tonino, chiaro?"
In verità io non avevo capito un bel niente se non che il giochetto della buccia non funzionava: era finita nel piatto tutta intera come speravo io ma al posto dei superpoteri avevo addosso solo gli occhi furenti di mia madre. "Che quella dice che stavi pure tu." e mi scrollò insieme alle briciole della tovaglia “Se sai qualcosa me lo devi dire, hai capito?”
Io stavo muto e immobile come quando giocavo all'Orologio di Milano in cortile, che se fiatavo poi mi toccava far la penitenza. Tenevo le labbra incollate, le parole che mi puntellavano la lingua per saltar fuori. Ma io non volevo e così le buttavo giù con un bicchiere d'acqua intero per non farle sentire a nessuno.
Giovanni mi aveva fatto giurare.
Un giuramento vero, da uomini, croce sul cuore e mani bene in vista. Niente a che vedere con quelli che facevamo tra compagni con le dita incrociate dietro la schiena.
Si era passato le dita sulla barba rada, che non si faceva mai perché da quando gli era spuntata tutte le femmine gli ronzavano intorno, e le aveva appoggiate sulla mia guancia, liberando una carezza ruvida con la sua ultima raccomandazione.
"Tonì, io ti porto ma vedi che mamma non lo deve sapere eh?"
Io avevo annuito, spalle dritte, piedi uniti e mano a parasole sulla fronte, come avevo visto fare ai soldati nei film.
"Bravo ragazzo" mi aveva dato una pacca sulla spalla e ci eravamo avviati.
Un passo da gigante lui, dieci da formica io.
Il tragitto non era semplice ma io cercavo di memorizzare qualche dettaglio, con la speranza segreta di poter tornare: superare il muro imbrattato, girare a sinistra, scansare i cestini divelti, girare a destra, superare la piazza con le cacche di piccioni, girare di nuovo a destra e poi tirare dritto fino a raggiungere le fioriere con le primule strappate a metà.
Lì c'era l'insegna con due lettere a testa in giù. Quelle in piedi penzolavano in bilico, già rassegnate a fare la stessa fine.
Il posto era quello.
"Sei agitato eh Tonì?" mi strizzò l'occhio Giovanni vedendo che saltellavo come un grillo.
In realtà mi scappava la pipì che stavo cercando di trattenere in tutti i modi: non potevo certo farmela addosso in un momento come quello.
Stavo finalmente per incontrare La Signora degli Elefanti.
La notizia girava in paese da un bel po' anche nella piazzetta non era comparso alcun tendone a righe rosse e bianche e, all'uscita di scuola, non si era vista nemmeno l'ombra di un nano a distribuire biglietti omaggio, come accadeva di solito.
Le settimane passavano e quella storia girava di bocca in bocca, fermandosi un po' più a lungo su quelle pettegole. A noi bambini arrivava solo a spizzichi e bocconi di quelli che ti mettono più fame di prima.
Un giorno, divorato dalla curiosità, ero andato dalla mamma a chiedere spiegazioni.
Lei, curva sulla vasca da bagno, strofinava sapone di Marsiglia sui panni, dondolandoli su e giù dalla bacinella.
"Mamma ma tu lo sai dove sta la Signora degli Elefanti?" le avevo domandato.
Il sapone lentamente era scivolato nell'ammollo e le mani lungo i fianchi. Si era girata verso di me, gli occhi piccoli che mi pungevano addosso come gli spilli quando mi faceva l'orlo ai pantaloni.
"Tonì, ma dimmi un po'... A te chi che te l'ha messa in testa questa storia?" mi prese le guance con due dita rimbalzando la mia domanda con la sua.
"I compagni di scuola." confessai, l'odore aspro del sapone che mi grattava le narici. "Ne parlano tutti".
"E tu non li ascoltare Tonì " scosse la testa e riprese a fare il bucato "E vai a studiare che a quello devi pensare, no alle chiacchiere!"
Ma come tutte le cose che non ci venivano mai spiegate, quel piccolo mistero divenne il nostro argomento preferito; seduti sui gradini della cantina, protetti dal buio, ci scambiavano segreti e mozziconi di liquerizia:
"Mio fratello c’è stato. Dice che là dentro elefanti non ce ne sono. Però gli piace uguale"
"Il mio ha detto che se faccio il bravo, quando cresco un po’, mi ci porta"
"Beato te, io ci ho solo una sorella piccola, pure scassacazzi!"
"Scusate, ma se non ci sono gli elefanti, che circo è?"
Parlavamo sottovoce per non farci scoprire perché quello non era un posto per bambini.
Una volta mio fratello Giovanni era sceso in cantina per prendersi una bottiglia di rosso, da bere con gli amici, e ci aveva colti sul fatto. Ma al posto di rimproverarmi si era fatto una bella risata.
La sera stessa però, appena mamma era andata a cucire dalla vicina, aveva messo un cuscino sotto le coperte e prima di svignarsela mi aveva promesso che dalla Signora degli Elefanti mi ci avrebbe portato lui. Presto, molto presto.
E finalmente quel giorno era arrivato.
Giovanni spinse la maniglia scura ed entrammo.
Sentii la porta richiudersi alle mie spalle con un piccolo tonfo. Mi guardai intorno, stordito da zaffate di fumo e caffè, ma a parte un labirinto di gambe più lunghe delle mie, non vedevo altro.  Continuavo a sbattere il naso dappertutto come se, là dentro, una proboscide mi fosse spuntata davvero.
Finalmente le mani forti di mio fratello mi sollevarono sulla cima di un trespolo e restai appollaiato lì, le gambe ciondolanti nel vuoto e il collo che girava dappertutto.
Ero deluso: non c'era nemmeno l'ombra di un elefante.
Poi la vidi.
Comparve da una tenda a listarelle di plastica, i capelli neri e sottili che le accarezzavano i fianchi burrosi, un piccolo neo sulla bocca rossa, invitante come le caramelle di gelatina nei sacchetti trasparenti.
Non si accorse di me, era troppo indaffarata con i clienti, che sgomitavano per contendersi le attenzioni che lei distribuiva accompagnandole con quartini di bianco e rosso.
A volte spruzzava nei bicchieri un liquido trasparente che aveva lo stesso odore del disinfettante che usava mamma quando mi sbucciavo le ginocchia.
Era un circo piuttosto strano pensai, ben diverso da quello che avevo visto sotto al tendone a righe in piazzetta. Ma, a guardar bene, era pur sempre uno spettacolo curioso: c'erano i pagliacci, la faccia rossa di pomodoro, chini su tavoli di plastica a far scarpetta con il pane; i giocolieri che si cacciavano in bocca i panini a due a due sperando di pagarne uno soltanto; gli uomini volanti che entravano dalla porta principale ne cercavano subito un'altra, in fondo al corridoio.
La Signora degli Elefanti però quella porta la teneva chiusa a chiave e la chiave la custodiva nella tasca del grembiule: la consegnava solo quando decideva lei, e comunque non prima di avergli servito almeno un caffè.
Poi c'erano i contorsionisti, incuneati in uno stanzino, nascosto da una ciniglia sporca come le parole che ogni tanto da lì schizzavano fuori.
Mio fratello seduto in un tavolino zoppo, fumava una sigaretta, scambiando ogni tanto qualche parola con un tizio dalla faccia rotonda e rosa, come il giornale che stava leggendo.  
“Giovanni ma che succede là dentro?”
“Eh Tonì là dentro è meglio che non ci vai." la risposta arrivò in un soffio di nicotina, altrettanto fumosa "Che poi mi diventi come quel povero diavolo lì” sollevò il mento in direzione di un tipo basso con una giacca troppo grande e le dita nervose su una banconota.
L'uomo dalla faccia tonda annuì prese una penna legata con uno spago e iniziò a metter crocette su una scheda con la scritta Totocalcio. Poi si rivolse alla Signora "Che dici, tu che sei di là, al Bologna ci metto la vittoria o il pareggio?" domandò a voce alta.
"La vittoria Mario, sempre la vittoria ci devi mettere. Che a noi, giocare per perdere mica ci piace" la sua voce aveva un timbro soffice di tortellini.
D'istinto mi ritrovai a sorriderle e lei se ne accorse: i nostri sguardi si incontrarono così in mezzo a un girotondo di quartini, rigatoni al sugo, acquaviti e caffè più o meno corretti.
“Ma guarda che oggi ci abbiamo anche un signorino” parlava con un accento diverso dal nostro, con la esse arrotolata che ti scivolava addosso, morbida e carezzevole.
“Lo vuoi un bel lecca lecca?” Estrasse dal bancone una latta a strisce arcobaleno.
“Che fai stai impalato Tonì? Su, vai” mi incoraggiò Giovanni, scordando lo sgabello troppo alto su cui stavo seduto.
"Ma stai buono là piccoletto, che adesso vengo io da te. Tuo fratello mica l'ha capito che sei ancora troppo piccolo per volare" la sua risata fresca scintillò sulla carta di caramelle.
Lasciò il bancone e venne verso di me “Allora quale vuoi?” Si chinò mostrandomi il barattolo colmo di dolcetti, generosa come la sua scollatura. Io restai fermo, la mano tremolante sopra tutto quel ben di Dio.
Mi diede un buffetto sulla guancia incandescente: le sue dita profumavano di zucchero filato e ragù. A me piacevano entrambi.  Poi si voltò verso mio fratello. "E tu non la giochi la schedina?"
Lui teneva stretta una sigaretta che stava per finire, indeciso se tirare un'ultima boccata o gettarla via. "Io gioco solo per vincere" si pavoneggiò, la camicia bianca della domenica che si era messo pure se era giovedì.
La Signora degli Elefanti gli sorrise ma in modo diverso da come aveva fatto con me.
Abbandonò tra le mie braccia i dolciumi e sussurrò qualcosa all'orecchio di Giovanni, i capelli di seta sul collo inamidato della camicia, la mano sulle labbra per proteggere le parole.
Lui annuì e, un istante dopo, le dita di lei scivolarono nella tasca del grembiule e poi in quella di Giovanni.
Io fissavo la cenere del mozzicone che ormai sfiorava le dita di Giovanni, ma lui sembrava non accorgersene.
Qualcuno dal bancone chiamò La Signora e lei tornò là, dove doveva stare.
Mio fratello si alzò “Dai Tonì, andiamo. Che se no poi mamma ci fa il terzo grado."
Mi cinse i fianchi e tornai con i piedi per terra.
Uscimmo e ci incamminammo verso casa.
Le mani in tasca per custodire qualcosa di più grande di noi.
Un passo da gigante lui, dieci da formica io.
Inconsapevoli della signora Carmela che, stretta in un cappotto prezzemolo, ci stava fissando dall'altra parte della strada.


Andrea Dellapiana Andrea Dellapiana