26 luglio 2017

Fame Plastica - Nicola Brizio


Fame Plastica - Nicola Brizio

TITOLO: Fame Plastica

AUTORE: Nicola Brizio

CASA EDITRICE: Funambolo Edizioni

ANNO: 2017

La violenza – e l'assuefazione a quest'ultima- è l'unico tratto che accomuna gli zombi sociali che popolano la metropoli. I paradisi artificiali – o di plastica – sembrano essere il sottile stelo d'erba a cui aggrapparsi per non precipitare.


Anno 2053, la strada che ha intrapreso l'umanità pare sotto tutti i punti di vista un vicolo cieco. La speranza è qualcosa dimenticata, regnano invece l'infelicità e l'insoddisfazione permanente. Ogni aspetto della società è infatti tarlato da questi ingredienti: la politica, l'ordine pubblico, le relazioni umane, nulla sembra salvarsi dal cancro del disfacimento.

Il protagonista, si ritrova a naufragare tra queste intemperie, presentandoci, senza troppi veli, le proprie vicende personali - soprattutto il rapporto con il vecchio amico Adam e il ricordo di un amore perduto - e lavorative, legate alle sue attività criminali.

Anche le soluzioni artificiali, ricercate come fossero ossigeno, sono solo dei palliativi temporanei, capaci unicamente di rallentare la caduta. Con le parole dell'autore: Prendo subito una pastiglia di Slink e, per un attimo, mi sento morire un po' di meno.

L'articolazione dei capitoli, rende bene l'idea dello stato confusionale del protagonista, che spesso fatica a temporalizzare le proprie azioni, accrescendo il senso di deriva da parte del lettore, e accompagnandolo tra le vicende senza un vero filo continuo. La prima persona consente un racconto di prima mano, per giungere a una profondità narrativa che ci avvicina in modo impressionante al carnet di sensazioni guastate, presentate nero su bianco.

Arrivato a fine lettura affiorano due questioni.

La prima è quella che ho sintetizzato come l'estremo adattamento della natura umana. Nonostante lo sfacelo irrisolvibile, la condizione peggiore da affrontare, secondo il protagonista, rimane il sentimento di perdita affettiva, o qualcosa di molto simile. Con le parole dell'autore:

«Che cosa fatichi a sopportare?»

Mi prendo un po' di tempo per rispondere, non riesco a mentirmi né a mentire a Lauren.

«Non riesco a sopportare che il tempo sia passato anche senza di me.»

Come se, a qualsiasi latitudine, con qualsiasi angolazione del sole, quale che siano i nostri mostri acquattati dietro l'angolo, le tematiche dell'umanità rimangano sempre le stesse.

La seconda questione (da girare forse all'autore) riguarda invece il tema della speranza. Non c'è veramente nulla che lasci intravedere uno spiraglio di salvezza? Le maglie dello scoraggiamento sono così fitte da non lasciar passare nulla oltre? Forse, l'unico motivo che ci permette di non disperare, lo possiamo raggiungere ribaltando il punto di vista. Se la descrizione del mondo che ci viene proposta fosse solo ciò che vede il protagonista? Se il filtro dei suoi occhi fosse così distorto, annacquato, plagiato da non poter permetterci di vedere oltre? 


Gabriele Cesana Gabriele Cesana

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