30 ottobre 2017

Gli Stonati. In ricordo di Marco Pannella


Gli Stonati. In ricordo di Marco Pannella

TITOLO: Gli Stonati

AUTORE: Autori Vari

CASA EDITRICE: NEO. Edizioni

ANNO: 2017


La legalizzazione della cannabis non è soltanto una questione politica, ma definisce anche una particolare visione del mondo e della società di oggi. Per alcuni la cannabis rappresenta la propria giovinezza e il doverla abbandonare un passaggio sofferto per giungere all’età adulta.
Di questo e molto altro trattano Gli Stonati, una coraggiosa raccolta di racconti brevi ad opera di 22 diversi autori italiani e curata da Alessio Romano con l’intento di presentare il  Manifesto Letterario per la Legalizzazione della Cannabis.

Gli Stonati. Manifesto Letterario per la Legalizzazione della Cannabis è una coraggiosa opera curata dallo scrittore abruzzese Alessio Romano, composta di 22 racconti brevi scritti da altrettanti autori, tutti nomi ben inseriti all’interno del panorama letterario italiano contemporaneo.
Il Manifesto, pubblicato in memoria di Giacinto (detto Marco) Pannella a distanza di pochi mesi dal primo anniversario della morte e i cui proventi derivanti dai diritti d’autore e del curatore saranno devoluti all’Associazione “Luca Coscioni” per finanziare la campagna di antiproibizionismo Legalizziamo! , è stato reso possibile grazie all’intervento di Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Stefano Bonazzi, Gaetano Cappelli, Romano De Marco, Federica De Paolis, Barbara Di Gregorio, Marco Drago, Corrado Fortuna, Simone Gambacorta, Yasmin Incretolli, Gianluca Morozzi, Melissa Panarello, Alberto Petrelli, Renzo Paris, Piergiorgio Pulixi, Massimiliano Santarossa, Luca Scarlini, Carlo Vanin, Sandro Veronesi, Marco Vichi e Paolo Zardi, i quali hanno scritto appositamente un racconto o concesso al curatore l’utilizzo di estratti di proprie opere precedentemente pubblicate.


I racconti sono suddivisi in cinque differenti sezioni, intitolate rispettivamente Uso Personale, Uso Occasionale, Uso Ricreativo, Uso Terapeutico e Tre Svuotini d’Autore, in grado di permettere al lettore di acquisire un nuovo punto di vista riguardo i differenti possibili impieghi associati all’utilizzo della cannabis.
Il punto di forza di questo libro si evince proprio dal desiderio degli autori di non difendere la marijuana in modo inderogabile, senza porsi alcun interrogativo riguardo a quali siano i pregi (e perché no, anche gli eventuali difetti) derivanti dalla decisione di legalizzare questa sostanza e il conseguente utilizzo da parte della popolazione.
Si possono così osservare storie di vita nettamente contrastanti.
C’è chi resta convinto che la cannabis, in qualità di sostanza stupefacente - e dunque droga - faccia male a prescindere, come il commissario Luca Betti, un impeccabile agente di polizia di stampo conservatore descritto da Romano De Marco nel suo racconto Legalizziamola!, il quale però, posto di fronte all’ennesimo assassinio di un giovanissimo spacciatore per questioni territoriali la cui portata va ben al di là degli interessi dei piccoli pusher, comprende che la legalizzazione è una possibile arma per fermare carneficine che uccidono giovani spinti dalla miseria (soprattutto culturale) e dai soldi facili.
C’è chi invece crede che la cannabis sia assai meno nociva dell’alcol, come sostiene Gianluca Morozzi nel suo racconto Il punto di vista dell’alieno, arrivando a sostenere in modo assai irriverente che gli alieni siano disinteressati alla Terra e ai suoi abitanti per l’eccessiva assenza di logica nel decretare quali sostanze dichiarare legali e quali no.

Particolarmente toccante è il punto di vista di chi difende e rivendica il diritto all’utilizzo di Cannabis a fine terapeutico, come Alberto Petrelli ne Il punto di vista di Serena, il quale ritiene che a dover condurre il dibattito sulla legittimità o l’illegittimità della cannabis dovrebbero essere coloro che non hanno voce in capitolo, come la cuginetta Serena, disabile al 100% dalla nascita ed incapace di vedere, sentire o parlare, cui soltanto la cannabis riesce a fornire giovamento riducendo i continui attacchi epilettici.
Stefano Bonazzi nel suo racconto La cura di Sandrone riesce invece a ridare dignità anche a un personaggio altrimenti negativo come Sandrone, un coltivatore di cannabis e spacciatore affetto da un probabile disturbo schizofrenico-paranoide, che lo porta a rinchiudersi all’interno del suo casolare protetto come una fortezza da recinzioni e telecamere a circuito chiuso, dove accoglie i suoi clienti in una camera lurida immerso tra sporcizia, libri cospirazionisti trattanti i legami tra alieni e nazismo e bottiglie di birra lasciate a metà. Anche i suoi discorsi deliranti sulla necessità di un’invasione aliena o l’arrivo di un nuovo fuhrer perdono tutta la propria importanza di fronte all’interessamento per le condizioni di salute della moglie del protagonista, paziente oncologica i cui dolori risultano tollerabili esclusivamente grazie alla somministrazione della cura di Sandrone, decisamente più adeguata rispetto agli antidolorifici prescritti dal medico.


Il Manifesto non è però esclusivamente una trattazione inerente al consumo di Cannabis, ma anche un ottimo ritratto della società contemporanea e del passaggio dall’età adolescenziale e giovanile, fase della vita dedicata alla ribellione e al contrasto dell’autorità, alla fase adulta.
Renzo Paris nel suo racconto Il papavero utilizza la marijuana come espediente per raccontare l’evoluzione dell’utilizzo delle sostanze stupefacenti nel nostro Paese negli ultimi 70 anni.
Egli intraprende questo percorso partendo dalla coltivazione del papavero da oppio nelle campagne italiane nel corso degli anni Cinquanta, il quale era utilizzato per preparare decotti somministrati ai bambini e gli infanti per mantenerli tranquilli. La sua narrazione prosegue con il passaggio dalla campagna alla città, dove vengono scoperte le prime droghe improvvisate nei ruggenti anni Sessanta fino alla consacrazione della cannabis con il fenomeno rivoluzionario del Sessantotto, le idee di potere dal basso e un comunismo idealizzato ma non per questo da compromettere con allucinogeni e droghe chimiche. Un mondo utopico e meraviglioso distruttosi con la disillusione della fine degli anni Settanta, la corruzione e la globalizzazione a prendere il posto del sogno di democrazia  ed internazionalismo, da cui deriva inevitabilmente il sopraggiungere dell’eroina e della cocaina, figlie di un eccesso di realtà venutosi a sostituire i sogni di giovinezza e un progressivo imborghesimento anche in chi credeva nei valori della lotta.
Fumare erba è l’ultimo baluardo che separa anche i protagonisti di Semi, racconto di Federica De Paolis, dall’abbandonare definitivamente la propria esistenza boheme per una più comoda esistenza borghese, dopo essersi trasferiti dalla popolare Piazza Vittorio, vicino alla stazione, in un palazzo popolato da rispettabili liberi professionisti con tanto di portinaia, dove una piantina di marijuana che cresce sul balcone non può di certo passare inosservata. Il ricorso alla cannabis appare però più strumento per rifiutarsi di crescere o restare ancorati al proprio passato, come moderni Peter Pan, nonostante la nascita dei figli e l’aver intrapreso professioni rispettabili, piuttosto che un vero agito politico, complice anche il ricorso ad una babysitter nigeriana che ad un certo punto non ne può più.


Un ultimo, pregevolissimo, punto di vista è quello di Paolo Zardi, che con il suo La canna tardiva racconta di chi una canna, da giovane, non l’ha mai fumata, seppur non rinunciando ad altre forme di evasione dalla realtà, come le grandi bevute di vino fino a stare male. Questa mancanza, dettata da una presunta superiorità morale di cui egli stesso sembra poco convinto, diviene ben presto assenza e desiderio di scopertafuori tempo massimo, quando ormai gli amici son diventati adulti, riusciti a fare carriera ed imborghesirsi, rinunciando all’evasione adolescenziale basata sulle canne e preferendovi costosi whiskey serviti in locali chic.
Questo senso di insoddisfazione, questa tentazione per il peccaminoso e il proibito spinge dunque il protagonista a intraprendere un flirt con una conoscente, nonostante una stabile e funzionante relazione intrapresa con la propria compagna. Nulla di particolarmente spinto, uno scambio di messaggi espliciti, un’uscita clandestina conclusasi con un poco di fatto e la prima canna fumata della propria vita. Anche l’ultima, poiché appena tornato a casa il protagonista scopre che la moglie è incinta ed è tempo anche per lui di diventare definitivamente adulti. Quasi un messaggio a chi è ormai adulto di accettare e comprendere il desiderio di evasione dei figli, quell’istinto irrefrenabile dell’adolescenza a commettere azioni sconvenienti, immorali o illegali, una sorta di necessità per intercedere alla fase di vita adulta senza sentire sulle proprie spalle il peso delle occasioni mancate.


Luca Reinero Luca Reinero