9 marzo 2019

I vincitori di Carta Bianca - 2019!


I vincitori di Carta Bianca - 2019!

È con grande piacere che l'associazione culturale Switch on Future annuncia i vincitori della III edizione del concorso letterario di racconti brevi Carta Bianca.

Con l'occasione vorremmo ringraziare i 342 partecipanti, le 5 case editrici indipendenti coinvolte, e Emidio Clementi, presidente di giuria d'eccezione.

Migliaia le pagine lette, discusse e apprezzate: ed ecco i vincitori!


I° classificato: Marco Angelini - 'I dadi' - premio in denaro di 400€, un soggiorno nelle Langhe presso The Green Guesthouse (Vergne - Barolo, CN) e un attestato di partecipazione.

II° classificato: Erica Baldaro - 'Giulia' - premio in denaro di 100€ e un attestato di partecipazione.

III° classificato: Lorenza Morgante - 'Alla fontana' - attestato di partecipazione.


I giurati delle cinque case editrici coinvolte per il loro lavoro sono:

...e ovviamente a Emidio Clementi, presidente della giuria!

Vi invitiamo tutti alla premiazione del concorso, che si svolgerà sabato 16 marzo 2019 a Bra (CN). 

A seguire la Reading sonorizzata di Emidio Clementi.

L'ingresso è ad offerta libera, ma i posti per la serata sono in esaurimento, vi suggeriamo di prenotare il vostro il prima possibile!


I racconti vincitori



Mia moglie era in piedi dentro la vasca da bagno. Teneva in una mano il detergente, nell’altra la spugna e puliva le mattonelle strusciando in ogni direzione.

«Mio Dio» disse «Non finirò mai. Il bagno è rovinato.»

Diceva così già da un pezzo ed io facevo avanti e indietro tra il bagno e la cucina, dicendo sciocchezze e cercando di sdrammatizzare. Ogni volta che entravo in cucina mettevo in bocca qualcosa da mangiare. Una cosa dolce o salata, qualunque cosa mi capitasse tra le mani e la ingoiavo prima di tornare in bagno. Erano le 14,30 e non avevamo ancora pranzato.

Il fatto era che qualche ora prima, in casa, si erano intasate le tubature. L’acqua che scendeva dal lavandino della cucina usciva da quello del bagno, e viceversa. Non c’era stato niente da fare, catini di acqua calda con il sale, acidi sgorganti, bestemmie. La cucina era fuori uso. E così la lavastoviglie, la lavatrice e naturalmente anche il lavandino del bagno. Tutto bloccato.

«Cosa facciamo?» mi aveva detto mia moglie «Questa casa fa schifo, questa casa fa schifo. L’hanno fatta male.»

«Non l’hanno fatta male.» dissi io «E’ un problema comune.» «Questa casa fa schifo» disse lei «Pagata così tanto e fatta male.» «C’è poca pendenza, questo sì.»
«Dovresti dirglielo. Dovresti chiamarli e dirglielo.»

«Chiamo l’idraulico.» dissi io.
«Chiamalo, digli di venire in fretta.» disse lei.
Mia moglie era andata al lavoro quella mattina e anch’io ero andato al lavoro.

Quando mi chiamò finalmente l’idraulico era mezzogiorno passato. Venne in casa con suo cognato, che era idraulico anche lui. Aveva la pancia strabordante e gelatinosa. Teneva con entrambe le mani una grossa pompa, come quella per gonfiare le gomme della bicicletta, ma più grande. Doveva essere pesante.

Spiegai quello che era successo.

«E’ il solito problema della pendenza» dissi a un certo punto «ricordi, anche l’anno scorso è successo.»

«E già» disse l’idraulico «è un bel problema.»
«E’ stata fatta male.» dissi io, memore dei suggerimenti di mia moglie.
«E’ vero, ma sai, l’altezza del pavimento è quella che è, abbiamo fatto il possibile.» Poi piazzarono la pompa al centro del bagno e il cognato si mise a pompare. Stava chino a novanta gradi con la pancia molle che si allungava verso terra come la pasta lievitata e cruda del pane. Continuò a pompare fino a quando la lancetta arrivò sul cinque, poi si fermò.

«Ancora?» chiese.
«Proviamo così.» disse l’idraulico.
Infilò il tubo della pompa dentro al buco del lavandino.
«Tieni forte.» gli disse il cognato e poi schiacciò un pulsante. Si sentì un botto, come un’esplosione.
«Si è sbloccato?» chiese il cognato.
Non lo so, disse l’idraulico. Proviamo.
Aprì l’acqua del lavandino, ma dopo appena un paio di secondi l’acqua cominciò 
a stagnare.
«No.» disse lui «Riproviamo con più potenza.»
Il cognato si mise di nuovo a pompare. Di nuovo la pancia spingeva per toccare il pavimento. Io stavo all’ingresso del bagno e mi offrii di dare una mano con la pompa. «Faccio io» mi disse il cognato «così butto giù un po’ di grasso.
«Siamo a sette» disse «vado avanti?» 

«Arriva fino a otto.» disse l’idraulico.

Quando schiacciò il pulsante, il botto fu ancora più forte e questa volta su udì un’eco spostarsi lungo la tubatura, sulla sinistra, verso la cucina.

«Ha funzionato» disse l’idraulico.
Aprì l’acqua del lavandino. Andava giù tranquilla.
«Ce l’abbiamo fatta» disse il cognato aprendo anche i rubinetti del bidè e della va
sca da bagno. Io andai in cucina chiamando mia moglie al telefono. «Stiamo risolvendo.» le dissi.
«Glielo hai detto?» mi disse lei.
«Certo, gliel’ho detto.»

«E loro?»
«Senti, ti chiamo dopo.» le dissi.
«Cosa ti hanno detto? Hanno fatto un lavoro da schifo, glielo hai detto?»
«Han detto che era un problema di altezze, hanno fatto il possibile.»
«Doveva dircelo allora, sono dei deficienti.» disse lei.
«Senti, ne parliamo dopo. Ora stanno risolvendo.» Buttai giù. Aprii il rubinetto 
della cucina e l’acqua rimase dentro al lavandino.
«Il tappo si è spostato.» disse l’idraulico «dobbiamo usare la pompa da qui.» Staccarono i cassettoni scorrevoli sotto al lavabo, smontarono il sifone e poi il cognato si rimise a pompare.
«Ancora?» chiese quando fu arrivato a otto.

«Ancora un po’, dacci bello dentro.» disse l’idraulico.
Arrivato a dieci lo fermò, ma il cognato diede ancora qualche pompata.
«Basta, basta!» disse l’idraulico.
«Il massimo è dodici» disse il cognato.
«Sì, ma guarda che fa il ciocco. E poi va tenuta bene, mica è facile.»
L’idraulico si infilò sotto al lavabo con tutto il corpo. Grande e grosso com’era, spa
riva tutto là sotto. Gli restavano fuori solo il sedere e le suole delle scarpe.
«Tieni forte, eh!» disse il cognato.
«Vai!» disse l’idraulico da là sotto.
Quando schiacciò si sentì un’esplosione e dopo uno scrociare d’acqua provenire da un’altra stanza.
«E’ andata» disse l’idraulico.
«Che botto!» disse il cognato e rise.
Uscii dalla cucina e vidi che dallo split dell’aria condizionata della sala era fuoriu
scita una cascata di acqua grigia e maleodorante. Si era riversata sulla parete centrale della sala e sul grande quadro sottostante.

«Mioddio» dissi e in quell’istante chiamò al telefono mia moglie. Non le risposi. «C’è un problema.» dissi all’idraulico.
Riempimmo un grosso catino con l’acqua. Staccai il quadro e lo misi ad asciugare 
al sole, appoggiato davanti alla finestra. Tra i due vetri del quadro si vedeva l’acqua che non so come era entrata, ma non trovava il modo di uscire. Salii su uno sgabello e con la spugna iniziai a pulire il muro.

«Più acqua» mi disse il cognato «Così» disse e prese la spugna, la immerse nell’acqua e senza strizzarla la pressò contro la parete. L’acqua pulita schiariva le tracce di grigio e si portava dietro i residui solidi che erano fuoriusciti dallo split. Poi finiva in terra sul pavimento.

«Come è possibile?» dissi all’idraulico.

«Eh, perché è tutto collegato.» disse lui «Non pensavo, però, che uscisse. Si vede che la pompa ha dato proprio un bel botto.»

Provò ad aprire l’acqua in cucina ma ancora non defluiva.

«Secondo me lo ha riportato dove prima» disse «sotto al lavandino del bagno o giù di lì.

«E’ proprio un bel tappo.» disse il cognato.
«Riproviamo dalla cucina, ma più piano questa volta.» disse guardandomi. Provarono altre volte, smisi di contarle, fino a quando decisero che il tappo si era spostato con certezza fino al bagno. A quel punto si spostarono in bagno e io mi misi dietro di loro.

Siamo punto a capo, pensai, ma la sala è rovinata. Immaginai come avrebbe reagito mia moglie di fronte a quello scempio.

Quando diedero un colpo di pompa dal lavandino del bagno si sentì il botto andare verso destra, verso la vasca da bagno e verso lo scarico finale.

«Ci siamo» dissero entrambi.
Aprii l’acqua del lavandino e dalla vasca iniziò a uscire melma grigia e marrone. «Chiudi!» urlò l’idraulico «Il tappo è fermo qua sotto» disse e indicò la vasca. «Continuiamo dal lavandino o proviamo dalla vasca?» chiese il cognato. L’idraulico non rispose e capii che non lo sapeva.
«Eh» disse e usci sul balcone a fumarsi una sigaretta. Io e il cognato ci fermammo 
in sala davanti alla parete bagnata.
«Poi asciuga» mi disse «ma il segno ti rimane, dovrai ripitturarla.»
Poi l’idraulico rientrò e disse «Proviamo dalla vasca.»
«Non rischia di tornare di nuovo indietro?» chiesi.
«Non dovrebbe.» disse lui.
«No, non dovrebbe.» disse anche il cognato.
Con una ciotola di plastica tolsero dalla vasca quasi tutta la melma che era fuoriuscita, ma ne rimaneva ancora un dito sopra il buco. Il cognato caricò la pompa fino a dieci.

«Oh, basta!» gli disse l’idraulico, ma lui diede ancora qualche pompata.»
«Basta!» gli urlò «Guarda che va tenuta, non è mica facile.»
L’idraulico si piego dentro alla vasca e infilò il tubo nel buco. Aveva tutto il suo peso sopra al tubo.
«Tieni forte.» disse il cognato.
«Vai!» disse l’idraulico.
Schiacciò il pulsante e si sentì un’esplosione sorda, come se non fosse successo 
nulla, ma l’acqua schizzò per tutta la stanza imbrattando di melma grigia le pareti, lo specchio, il water, fino al soffitto.

«Cazzo che botto.» disse il cognato.
«Ma non è andato.» dissi io.
«No, non è andato.» disse l’idraulico e con fatica si tirò su. Era bagnato e imbratta
to dalla testa alla cintola dei pantaloni. Il cognato rise.
«Capita.» disse l’idraulico «Non è facile tenere la pompa attaccata al buco.». «Sì, capita.» disse il cognato e poi chiese «Lo rifacciamo?»
«Carica.» disse l’idraulico «E’ ancora qua sotto. Ma sta volta tienila tu.» Caricò oltre al dieci. Guardai la lancetta ed era tra l’undici e il dodici.
«Sei matto.» gli disse l’idraulico.

Il cognato armeggiò sul tubo della pompa e cambiò diversi finali, fino a quando ne trovò uno piatto che secondo lui aderiva meglio al buco della vasca.

«Sei sicuro?» gli chiese l’idraulico.
«Proviamo.» disse lui e diede un’altra pompata.
«Basta!» gli urlò l’idraulico «Vedrai che botto. Tieni forte.»
Il cognato spostò tutto il suo peso sul tubo infilato dentro al buco, pancia e tutto il 
resto. Teneva il tubo con entrambe le mani e aveva i piedi sollevati da terra.
«Vai!» disse e l’idraulico schiacciò il pulsante. Si sentì un boato e la stanza si inondò, le pareti vibrarono e da sotto la vasca salì un frastuono forte come se i tubi dell’intero palazzo si fossero liberati tutti d’un colpo.
«E’ andato!» disse l’idraulico «Cazzo se è andato.»
«Per Dio se è andato.» disse il cognato, tirandosi fuori dalla vasca, bagnato e spor
co fino alle ginocchia.
Aprimmo i rubinetti di tutta la casa e l’acqua defluiva senza intoppi.
«Niente, niente.» mi disse l’idraulico quando gli chiesi quanto volevano, in piedi davanti alla parete della sala.
Ma insistetti e alla fine pagai.
«E’ fatta» dissi al telefono a mia moglie «Abbiamo avuto qualche intoppo ma è 
andata. Tutto libero.»
«Che genere di intoppo?» disse lei.
«Vengo a prenderti.»
E adesso mia moglie stava nuda, con indosso soltanto un paio di mutandine rosse e gli stivali di gomma, dentro alla vasca da bagno a pulire e a disperarsi.
Era il pomeriggio del 31 dicembre e quella sera sarebbero venuti tutti i parenti a 
casa nostra.
«Queste mattonelle sono rovinate» disse mia moglie» «Lo vedi il giallo? Il giallo, qui in mezzo, questo non viene più via. Prima era bianco e ora è giallo e questo non viene più via.»

«Lo faremo sistemare» dissi io.

«Questo non si sistema. Questo è rovinato e basta. Abbiamo una casa che fa schifo. Sembra una casa di vent’anni, invece ne ha appena due.»

«La faremo sistemare» dissi io.

«Ma come fanno a sistemarla? Non lo vedi qua, tra una mattonella e l’altra, nel mosaico, tra una mattonella e l’altra è tutto giallo. E’ diventato tutto giallo. Prima era bianco.»

«Lo faremo sistemare. Faremo togliere l’intonaco giallo e lo faremo rimettere bianco».

«Ci metteranno parecchio.» disse lei.

«Ci metteranno parecchio.» dissi io. «Ci possono mettere il tempo che vogliono, l’importante è che lo facciano tornare come prima.»

«Ma tu devi dirglielo. Devi dirglielo che è un lavoro fatto di merda. La detesto questa casa, proprio per questo. Fa schifo. Sai cosa ti dico, me ne andrò io di casa, non tu.»

Di solito a quel punto non rispondevo. Stavo zitto per un po’, finché riuscivo. Continuai a guardarla mentre dentro alle sue mutandine rosse spazzolava su e giù, prima le mattonelle più in basso, poi quelle più alto, passando la spugna su un giallo che rimaneva giallo.

«Hai proprio un bel culo, sai?» le dissi.
«Ma che dici.» mi disse lei.
«Dico davvero, hai proprio un bel culo.»
Andai in cucina e rovistai nel cassetto della roba salata. Sul fondo trovai una confezione integra di dadi vegetali. Non avrebbero dovuto stare lì. Il loro posto era in un’anta in alto, sopra alla pasta, non fra il pane, i crecker e gli snack salati.

Tornai in bagno. Mia moglie era uscita dalla vasca e stava pulendo lo specchio. «Cosa ci fa una confezione di dadi in fondo al vano della roba salata?» le chiesi. Osservai le sue mani, continuavano a tracciare movimenti circolari sullo specchio. «E cosa ne so?» disse lei.

«L’altra sera mi hai chiesto di andare a comprare il dado perché era finito. Dado vegetale, come quello che è finito in fondo alla dispensa della roba salata.»

Rise e si voltò verso di me.
«E allora?» mi disse.
Riprese a pulire e io la osservai ancora. La guardai tutta dal basso verso l’alto, gli stivali di gomma, i polpacci, le cosce, il sedere sotto alle mutandine rosse, la schiena e il seno, i capelli annodati sulla testa e lo sguardo fisso sul punto in cui stava strofinando.

Certo che vuole bene a Giulia. Che domande. Giulia è una così brava sorella. Giulia è quel genere di sorella che, quando la chiami perché l’autobus ha saltato la corsa e tu sei dall’altra parte della città e di tornare a piedi non se ne parla, molla tutto quello che sta facendo e ti viene a prendere in macchina. E Giulia non ti chiede mica indietro la benzina perché, ma va’, figurati, mi fa piacere, tu faresti lo stesso per me, e invece no, no che lei non lo farebbe, prima di tutto perché a lei i suoi genitori la macchina non la lasciano mica – non si fidano come si fidano di Giulia, e solo perché una volta, una, okay, forse due, ma capita a tutti prima o poi di sbocciare la macchina, e se lo avesse fatto Giulia, a Giulia avrebbero detto non c’è problema, Giugiù, succede a tutti, e tutte le volte che le dicono non c’è problema, Giugiù, con le labbra protese come a schioccare un bacio, Giugiù, Giugiuuù, lei vorrebbe vederla cadere dai tacchi alti, la bella caviglia che si piega sotto il peso del corpo, che si gonfia e si annerisce come un frutto marcio.

Ma certo che vuole bene a Giulia. Tutti vogliono bene a Giulia. Giulia sorride sempre, non quel genere di sorriso che ogni tanto suo padre a tavola le dice ma che ti ridi, sempre a ridere al cellulare, sempre a fare la scema. No, Giulia ha quel sorriso aperto che mette in mostra i denti dritti e bianchi che non hanno mai visto l’apparecchio, l’apparecchio che una volta lei si è tolta per cinque minuti al Mc, lo ha appoggiato sul tavolino o forse sul vassoio che era tutto pieno di fazzolettini usati e scatole vuote, e si è accorta di non averlo più quando ormai erano già in macchina e quando sono tornati indietro non c’era più e i suoi le hanno fatto una scenata per l’apparecchio scomparso, ma non lo sai quanto costa, non stai mai attenta alla tua roba. Non come Giulia, Giulia non rovina mai niente, Giulia tiene in ordine camera sua, Giulia cono- sce il valore delle cose, ma mica le può andare sempre tutto bene, prima o poi le cadrà di mano qualcosa, un bicchiere, prima o poi, il bicchiere cade e si rompe in mille pezzi taglienti e Giulia calpesta una scheggia con il piede nudo e affusolato e il vetro le si conficca nel tallone, nella pianta liscia, il sangue comincia a sgorgare e forma una pozza viscida, Giulia scivola e

No, davvero, vuole bene a Giulia. Giulia è onesta e non ha mai paura di dire quello che pensa. Tutti ascoltano quello che ha da dire Giulia, persino loro padre, che non ascolta mai nessuno, ma Giulia sì, perché lei è Giulia. E anche la mamma ascolta sempre Giulia, Giulia dice sempre la verità, Giulia non ha mai bisogno di nascondere le cose, non come lei che le sigarette, e quella volta che ha bigiato, e quel brutto voto, quei brutti voti, quei voti terribili, e te lo giuro, mamma, la prof ce l’aveva con me, sì, come no, ce l’hanno tutti con te, la povera vittima, com’è che a Giulia invece è andato tutto bene e aveva la stessa prof, non lo so, non lo so, non lo so perché a Giulia va sempre tutto bene e non le succede mai di inciampare sulle scale, il tacco che si appoggia nel vuoto mentre sale, il peso della testa che trascina in basso tutto il corpo, le mani che annaspano cercando il corrimano ma è troppo lontano, la schiena sbatte sul bordo affilato dei gradini, la nuca si schianta, un toc pieno e pesante che le fa sbattere i denti e la

Veramente, veramente vuole bene a Giulia. Basta dire il suo nome, Giulia, e tutti sanno, tutti capiscono, tutti la ricordano, tutti sorridono, ah certo, GIULIA, che cara ragazza, che studentessa straordinaria, troppo forte Giulia, ma tu sei la sorelladigiulia? La sorellina di Giulia, anche se è più grande lei, la sorellinadigiulia, che strano, perché Giulia a scuola era così – ma anche tu, sorelladigiulia, probabilmente anche tu hai, sei, siete... perché, perché non puoi essere un po’ più comegiulia! Come Giulia, il corpo scomposto in fondo alle scale, la testa schiacciata contro il muro che costringe il collo a una piega innaturale, gli occhi chiusi, anzi, gli occhi aperti, azzurri, fissi, vuoti come pietre bagnate, niente sangue, suolo angoli di ossa piegate, solo braccia e gambe che non servono più a fare belle cose, le cose belle che sa fare Giulia.

Giulia. Giulia, Giulia, giulia, giuliagiuliagiugliaGiulia. Io vado con Giulia, lo chiederò a Giulia, sentiamo cosa ne pensa Giulia. Andremo io e Giulia, tu resta qui. No, non preoccuparti, lo farà Giulia. Pensi che potrebbe piacere a Giulia? Lo prendiamo a Giulia, preferisco portare Giulia. Perché lei è Giulia.

Quindi sì, certo, ovvio, sicuro, vuole bene a Giulia, sul serio. Però vorrebbe tanto che fosse morta.

Forse non morta morta, perché dai, andiamo, non potrebbe mai desiderare davvero che Giulia muoia. Ma un pochino sì. Un pochino morta la vuole. Non sa bene con che parte del corpo lo desideri, se col cuore o col cervello o con la pancia, però un pizzichino di lei desidera fare qualcosa di brutto a Giulia ogni volta che la sente nominare. Il che succede spesso.

Giulia non è ancora scesa?, chiede papà a colazione dopo che lei ha detto buon- giorno papà, e lei desidera torcere il naso di Giulia tra le dita fino a far sgorgare il sangue dalle narici come un rubinetto aperto.

Ho saputo che Giulia è stata presa per lo stage!, esclama Martina, che è amica sua, sua, non di Giulia, sua, e c’è una nota di ammirazione e di gioia che le fa venire voglia di prendere la pinza dal cassetto e strappare le unghie di Giulia una per una, quelle unghiette rosa ovali simili a conchiglie, con la carne viva e rossa e rugosa e sanguinante sotto.

Giulia aveva ragione, sospira la mamma. Crack, il ginocchio di Giulia si schiaccia sotto il peso del pestacarne. Andiamo a chiamare anche Giulia, cinguettano gli amici e la milza di Giulia esplode. La nonna le dà il colpo di grazia, sventrandola con un: Giulia, sei radiosa in questi giorni, davvero una gioia per gli occhi. Budella di Giulia per tutto il pavimento della cucina.

Okay. Morta morta.

È sempre stato così? Sono sempre stata così? Si sforza di ricorda la prima volta che – forse alle medie? Giulia che le porta via i jeans e li prova e ride e dice sono troppo larghi, guarda quanto sono larghi, e aggancia il bordo con il pollice lo tira all’infuori, e lei vorrebbe che prendesse fuoco con la stoffa che si fonde con la pelle, i capelli che si accartocciano sulla testa in una massa puzzolente.

Ma non è quella la prima volta. Oddio, smettila di frignare, Giulia non fa mai i capricci, perché devi sempre farmi fare queste figure, davanti allo scaffale delle Barbie, la Barbie con i capelli lunghi come Raperonzolo, lunghi come quelli di Giulia, che non piange e la guarda incuriosita dalla sua disperazione, e lei vorrebbe schiacciarle la testa come quella gommosa della bambola, tra il pollice e l’indice, mentre fa fatica a respirare per il pianto, perché tu non piangi?, perché a te non importa?, perché non ti importa che a me non danno mai niente, niente, niente, e la testa si incassa ai lati, gli occhi schizzano fuori dalle orbite, la bocca si apre per il lungo e si chiude come un otto mentre lei schiaccia, schiaccia, schiaccia.

Ma non è quella la prima volta. In piscina, mentre sgambettano con solo il sotto del costume, le pancine protese, i braccioli che scottano per il sole, e Giulia che sa già fare il morto, brava, bravissima, la nostra campionessa, il nostro futuro, e lei che vorrebbe afferrarle i capelli sulla nuca, una grossa manciata, e tirarla sotto il pelo dell’acqua fino a

O forse ancora più indietro, ancora più indietro, quando ancora la massa spugnosa del suo cervello era incapace di trattenere i ricordi, ancora più indietro, sua mamma che si accarezza orgogliosa il pancione gravido, che sussurra parole dolci, che la scaccia dal grembo perché mi pesi, mi schiacci, gioca un po’ da sola, vattene, non ti ho chiamato. Magari già da allora, magari già quell’ammasso di cellule senza sesso, magari prima ancora di capire che esisteva il concetto di morte, prima ancora che la morte esistesse, magari è qualcosa di inevitabile, un punto fisso nel tempo, una costante, che Giulia in ogni declinazione del proprio essere, in ogni singolo istante, prima o poi, per lasciarla respirare, debba

Ma lei vuole bene a Giulia. Giulia è una brava sorella. Giulia è quel genere di sorella che si offre di accompagnarti a fare la spesa, anche se papà le dice ma lasciala andare da sola, sta sempre a casa a far niente, per una volta che puoi riposarti, Giugiù – il sangue che scorre a fiotti dal naso, un fiume denso e incontrollabile – e lei che figurati papà, a me fa piacere, così chiacchieriamo tra sorelle, ma poi mica vero che chiacchierano, perché Giulia ha un nuovo ragazzo che le telefona appena hanno parcheggiato davanti al supermercato e quindi ti spiace cominciare da sola?, arrivo subito.

Il subito dura un’eternità, perché lei fa in tempo a finire di fare la spesa e di uscire in strada e Giulia è dall’altra parte col telefono ancora appiccicato all’orecchio che ride contenta, buttando indietro la testa come fanno nei film. Giulia la vede con la coda dell’occhio, si volta e sorride, sguainando i denti bianchi e dritti da sirena divoratrice di uomini, e alza la mano libera e grida aspetta, aspetta che vengo ad aiutarti con le borse, lo grida per farsi sentire oltre il traffico o per farsi sentire da tutti, per far capire che è lei Giulia, quella che aiuta, quella brava, che arriva in soccorso. Vengo ad aiutarti con le borse, grida, col telefono all’orecchio destro e l’altro braccio sventolante, e lei rallenta con i sacchetti di plastica tesi fino a segnarle la carne delle mani.

Con la coda dell’occhio sinistro vede la macchina arrivare. Non rallenta, non ci sono strisce pedonali, e Giulia sbuca da altre due macchine senza guardarsi intorno, concentrata sull’obiettivo di aiutarla come un predatore senza vista perimetrale. La macchina scivola veloce verso Giulia e lei schiude le labbra, le arriccia e le protende mentre la lingua si appoggia contro il palato e sta per scoccare il suo nome, quel nome, due sillabe, sei lettere, è così semplice, è così facile, così liquido, tu lo sai, lo sai e allora dillo, dillo adesso, adesso prima che

Il muso della macchina impatta contro il fianco di Giulia. Il cellulare schizza in aria, il gomito sbatte contro il cofano, la testa schianta contro il parabrezza e scivola verso l’alto, le gambe si sollevano, l’intero corpo viene caricato sul cofano grigio come un cucchiaio che raccoglie l’ultimo boccone di minestra. Il freno stride come un uccello in pericolo, mentre Giulia rotola sul tettuccio e ricade con un tonfo sul bagagliaio e poi sull’asfalto bollente, la faccia schiacciata per terra, un braccio ripiegato sulla schiena sotto le scapole e i piedi nudi, le scarpe scomparse, il bianco liquido e fisso degli occhi che fa capolino tra le ciocche di capelli.

Giulia. Giulia, bisbiglia. Giulia, piano piano, come quando si svegliava per prima la mattina di Natale. Giulia, sottovoce, come al cinema quando dividevano il secchiello dei popcorn. Giulia, in un sussurro, come quando voleva farle vedere un ragazzo carino per strada. Giulia, come un segreto. Giulia, come un addio.

Vuole bene a Giulia. Che domande. Adesso le riuscirà un po’ meglio.

"Sed aqua quam ego dabo ei, fiet in eo fons aquae salientis in vitam aeternam" 

Giovanni, 4:14.


‘To, Palmina, vai a prendere l’acqua’, donna Santina le dà ogni giorno una damigiana da cinque litri e Palma va a prendere l’acqua per tutta la famiglia, alla Vena. Si incammina sempre al tramonto e per andarci vuole le scarpe, che non usa se non in quella occasione, perché per chinarsi e tirare su la damigiana è costretta a mettere i piedi tra le sterpaglie che sono piene di ortiche. Questa è, per lo meno, la giustificazione ufficiale di quel vezzo che si concede, immolando l’unico paio di scarpe, riservate alla messa della Domenica, per amore dell’integrità dei suoi piedi teneri di ragazza. Ma Palma metterebbe le scarpe più belle, se le avesse, per andare alla fonte, e non alla messa, ché ultimamente le piace più l’acqua che Dio. Da casa sua aveva contato 3000 passi fino alla Vena, e ogni sera, la controra la incontrava verso il duecentesimo passo, allungando le ombre su tutte le cose. Come le piaceva quell’ora sacra in cui gli ulivi sembravano d’argento, e l’oro appariva ai loro piedi, e tutto si preparava a tacere per lasciare spazio alle stelle!

Taceva, alla fonte, Nando, che era muto. Nando il muto la salutava seduto su un muretto a secco al limitare della campagna, e talvolta, per darle qualcosa, per ringraziarla di un sorriso o semplicemente del fatto di lasciarsi guardare, le regalava le ricotte fresche delle pecore che portava al pascolo. Tutti volevano bene a Nando il muto. Aveva gli occhi come le pietre del fiume e tantissime ciglia, con i vestiti da pastore e i capelli tagliati da Caterina, sua sorella, a ciocche di lunghezze casuali, che gli creavano una naturale cornice del viso. Eppure nonostante la bellezza evidente di Nando, per tutti era come uno scherzo in più di quella crudele natura che lo aveva fatto per stare solo, senza parole e senza gente.

Il pastore perfetto, Nando, perché chi non parla può stare solo per ore, senza bi- sogno di vedere nessuno. Quando stava con gli altri, però, a qualche festa di ballo, talvolta suonava il tamburello e si divertiva, rideva, senza voce, ballava e si ubriacava quando era tempo di vendemmia. Sembrava capire tutto, Nando, che però era muto. Mastro Michele, il falegname, che aveva il fratello a garzone, sosteneva che Nando era stato più bravo di lui una volta che lo aveva preso con sé per un lavoro grosso. Ma erano ipotesi azzardate e considerate quasi bestemmie! Nando era muto e per forza di cosa doveva essere, nella sua incompletezza, anche un po’ scemo. Concettina, che era evidentemente innamorata di Nando, e quando sentiva il campanello delle pecore lasciava cadere il tòmbolo per sfoderare il suo miglior sorriso sul portone di casa, era presa per depravata, per folle!

Sedeva alla fonte su un muretto a secco, aspettava Palmina ogni sera, Nando, sotto un albero di fichi da cui prendeva il caglio per la ricotta. Dietro il muretto un prato in salita, verde di gramigna e giallo di estate e di secco, portava, camminando un altro poco, alla casetta dove di giorno il pastore riposava, a volte.

‘Grazie Nandino, non me ne date più ricotte, se no poi a casa mia pensano che io vi do qualcos’altro’, arrossiva Palma mentre si rivolgeva a quel suo misterioso interlocutore dagli occhi dolci. Un poco le sembrava di poter osare con lui, che essendo muto le pareva naturalmente più capace di mantenere un segreto e soprattutto di ascoltare, come se un muto fosse un assetato a cui manca solo di bere milioni di parole, e lei voleva dissetarlo. Così tanto le piaceva parlare con Nando - che la ascoltava, ne era sicura! - che la sera cominciava a farsi sempre più tardi.

‘Vedete Nandino, una volta una zingara mi ha detto che nelle stelle si può leggere il destino della gente, e che se uniamo le stelle con delle linee immaginarie, nel cielo ci sono tutte le linee delle nostre mani e ciascuno può trovare la sua... E io non so qual è la mia, Nandino, se mi sposerò, se avrò dei figli... Non ho capito bene neanche cosa farò, se lavorerò o continuerò a stare in casa... Io vedo le mie sorelle che sono state promesse e sono felici e pensano che finalmente avranno una casa loro e dei figli loro e io.... Non voglio niente Nando, niente. A volte vi penso quando andate da solo con le pecore sull’Aspromonte, di notte, quante stelle vedrete voi! Ecco cosa vorrei, Nandino, stare ogni sera zitta a guardare stelle, sdraiata per terra, senza che nessuno dica “Palmina è pazza, è lunatica”, mi capite, no?’ E bastava un cenno dei suoi occhi allungati a significare un sì profondo e pieno di quell’attimo.

Così una sera Palma arriva alla fonte un po’ più tardi, Nando si è lavato e profuma la sua pelle, di lavanda. Prende la mano di Palmina, piano, come per accertarsi che lei non la ritiri e che voglia ciò che lui propone, la aiuta a scavalcare il muretto a sec- co, la accompagna sull’erba e la invita a sedersi, tutto con un incedere molto leggero, facendo attenzione ad ogni sfumatura di silenzio.

Palma sorride della stravaganza del suo giovane amico e non è diffidente, non teme nulla. Arriva la prima stella e Nando la invita sdraiarsi sull’erba. Così fa lui e le loro teste si toccano mentre misurano in cielo le stesse distanze e disegnano linee immaginarie nello spazio. Quando una mano di Nando sfiora quella di Palmina, lei si alza improvvisamente, non vuole ammettere che era quello che cercava, che il sussulto è dovuto ad un desiderio che si è realizzato, insieme ad una stella caduta da qualche parte... E fugge a casa, di corsa, tanto che i passi diventano 1500!
Il giorno dopo Nandino non va alla fonte, e neanche il giorno successivo. Il giorno ancora appresso si sente una voce: Nando il muto è morto, e, cosa ancora più sor
prendente, ammazzato.
Palma non capisce perché ma in quel momento sa che non vuole più niente, neanche guardare le stelle, sente che la sua vita diventa piccola piccola come un puntino. Avrebbe voluto dirgli che avrebbe voluto essere sua moglie, per andare a guarda- re le stelle con lui sull’Aspromonte quando ne avessero avuto voglia. Ma Nando era

morto e non ascoltava più, non c’era più.
A casa, Nino si prepara alla latitanza avvertendo Palma di stare molto attenta e chiedendole di accompagnarlo, prima di partire, al podere Z., dove Nando dormiva al giorno, alla casetta.

Palma accetta senza protestare, tanto tutto le sembra ovattato e impossibile, inesistente.

Arrivano alla casetta di pianta circolare, Nino ha un secchio di calce in mano e per terra ci sono residui di colori a gesso e a olio.

‘Guarda Palmina, guarda perché l’ho ammazzato quel mostro! Non parlava ma certe cose le capiva! E tu stai attenta da ora in poi!’

E comincia a buttare la calce su un affresco colorato che ritrae Palma china a prendere l’acqua, mentre si intravede un seno seminudo; imbianca Palma che sorride con i capelli ricci al vento e il vestito bianco, Palma sdraiata nuda con i capelli sciolti a raggiera su un prato.

Imbianca tutto, Nino, e Palma alza lo sguardo mentre lui non si accorge che il soffitto è un cielo di notte pieno di stelle.


Roberto Piumatti Roberto Piumatti