3 aprile 2017

"Il grande animale" di Gabriele Di Fronzo

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"Il grande animale" di Gabriele Di Fronzo

TITOLO: Il grande animale

AUTORE: Gabriele Di Fronzo

CASA EDITRICE: nottetempo

ANNO: 2016


Il grande animale è il primo romanzo di Gabriele Di Fronzo, torinese classe 1984, pubblicato da nottetempo. L’autore ha precedentemente pubblicato racconti su Nuovi Argomenti e Linus.
In quest’opera Di Fronzo presenta un frammento della vita di Francesco Colloneve, tassidermista di professione, impegnato nella difficile e delicata impresa di conciliare le operazioni di imbalsamazione di cadaveri animali con l’accudimento dell’anziano padre gravemente invalido, artefice di ricordi difficili da tollerare.


La prima caratteristica di questo romanzo che colpisce inevitabilmente il lettore è sicuramente la precisione e la cura minuziosa utilizzata nello scrivere da parte dell’autore. Sembra che egli, al pari di un tassidermista, intenda procedere analizzando con precisione scientifica ogni minimo dettaglio presentato, prestando una particolare attenzione a non rovinare la propria opera ricorrendo a movimenti troppo bruschi e imprecisi o intaccando l’ambiente asettico in cui si svolgono le vicende narrate.
L’ operazione risulta particolarmente riuscita anche grazie alla scelta di far narrare le vicende in prima persona al protagonista del racconto, che permea la narrazione con il proprio punto di vista, dando occasionalmente libero sfogo a ricordi, sentimenti e piccole manie che caratterizzano non soltanto il suo lavoro, ma la sua intera vita.

Il romanzo procede per una prima metà in una piacevolissima descrizione della quotidianità malinconica in cui Colloneve conduce la propria esistenza, composta da tanti piccoli gesti che sembrano insignificanti. Nella vita di Colloneve sembra non esserci spazio per avvenimenti eclatanti, forti colpi di scena o una descrizione agghindata delle proprie vicende personali, preferendo a tutto ciò la narrazione di routine che rischiano di cadere nella monotonia. Il racconto risponde perfettamente alla prima regola del buon imbalsamatore, consistente nell’importanza di preparare un animale in modo tale che risulti il più possibile naturale, come se fosse ancora vivo, senza ripiegare su pose e movenze d’impatto ma al contempo artificiose e inverosimili in natura.

Le contaminazioni tra affetti e lavoro, umano e animale, infantile ed adulto, giovane ed anziano sono onnipresenti e risultano il punto di forza dell’opera. Il protagonista si ritrova ad affrontare un vero e proprio rito di passaggio dall’infanzia, continuamente rievocata insieme al padre ormai pressoché privo di memoria, all’età adulta, in cui doversi prendere cura del proprio genitore anziano e malato. Si assiste infatti a un’inversione dei ruoli adottati per anni, rispettivamente, da padre e figlio all’interno di una relazione particolarmente stringente, complice l’assenza di una figura materna a partire dai primi anni di vita del protagonista. Questo passaggio di testimone è ben rappresentato attraverso il rituale dello scambio di abiti tra i due, quasi a rendere concreta l’espressione “mettersi nei panni dell’altro”, come espressione delle ultime volontà paterne poco prima del sopraggiungere della morte.

Nel corso dell’opera, in alcune circostanze, Francesco sembra trattare il proprio padre al pari di un animale domestico di cui doversi occupare o un bambino piccolo nelle prime fasi di vita a cui dover insegnare come svolgere le attività più basilari. In altri momenti, invece, il padre appare come un essere inanimato, un organismo cui viene sottratta ogni forma vitale. Questa particolare dinamica si evince durante le operazioni di estrazione dei ricordi dalla sua mente ormai fragile, paragonate al modo con cui il cervello viene estratto dai crani di animali ormai deceduti. Altre operazioni di cura rivolte principalmente al suo corpo appaiono in numerose circostanze come un mero occuparsi dell’involucro esterno senza prestare più attenzione a ciò che risiede all’interno, giungendo alle estreme conseguenze in seguito alla morte, in cui la preparazione del cadavere in vista del funerale assume i connotati di un’imbalsamazione vera e propria.

Nella seconda parte del libro, che ha origine in seguito alla morte del padre, l’emotività a lungo trattenuta sembra finalmente riemergere come un fiume in piena, travolgendo la tranquillità del protagonista allo stesso modo con cui la pioggia inonda la residenza paterna. Egli si ritrova a portare avanti un’impresa mastodontica, la realizzazione di quel “grande animale” mai precedentemente imbalsamato nel corso della propria vita, la cui riuscita rischia però di esser compromessa a causa dell’impulsività e dei modi grossolani che inducono le emozioni forti. Emerge così la seconda fondamentale regola del tassidermista, quella del distacco emotivo, poiché ogni minimo errore o imprecisione può compromettere irrimediabilmente il risultato finale. La tassidermia è infatti  frutto di dedizione, precisione e movimenti fini e la mancanza di calma può rendere impresentabile la propria opera destinata a durare per l’eternità. Un’eternità che può  testimoniare tanto il desiderio di manifestare un ricordo affettuoso di un essere vivente venuto a mancare troppo presto quanto un modo per pulirsi la coscienza dal pensiero di esser, del tutto o in parte, colpevoli della morte dell’imbalsamato.





Luca Reinero Luca Reinero