16 ottobre 2017

La notte in cui suonò Sven Väth - Lucio Aimasso


La notte in cui suonò Sven Väth - Lucio Aimasso

TITOLO: La notte in cui suonò Sven Väth

AUTORE: Lucio Aimasso

CASA EDITRICE: CasaSirio

ANNO: 2017

Lucio Aimasso mette in scena le avventure di un eroe tragico -il Moro-, tormentato, dalle molte contraddizioni e dai pensieri di ghisa. Un ragazzo dal fascicolo aperto in questura, dal taccuino pieno di appunti disperati della psicologa, dal fumo e dall'MD a portata di tasca, dalla techno urlata con disperazione, dall’innocente fruscio di gomiti con la compagna di banco, Irene.


È una storia di quesiti, di suggerimenti più che di risposte, presentati dall'autore attraverso un registro univoco: è sempre la voce del Moro quella che ci accompagna. È lui che ci presenta le strade contromano intraprese con gli amici, le picchiate sessuali e le risalite amorose. È la sua voce che racconta lo slalom tra i genitori e la scuola, sempre sua quella che sussurra del futuro prossimo.

A mio avviso però, tutta la narrazione risulta più completa se si fa lo sforzo di abbandonare, ogni tanto, il suo punto di vista. Le tonalità in bianco e nero (che in questo caso significa o bianco o nero, come è giusto che sia nel giudizio di un ragazzo), che tingono ogni aspetto del romanzo, rischiano di nascondere sfumature interessanti. Tralasciando infatti le impressioni del Moro, spesso impietose, emergono le seconde file con le loro storie da raccontare, si fanno spazio scenografie solo abbozzate, situazioni precarie che tendono a stabilizzarsi. E’ l’autore stesso, che in alcune occasioni, suggerisce questa via. Lo fa con le parole del professore, con la fragilità e la trasparenza del fratello più piccolo, forse anche col padre, ma soprattutto con Irene, con la sua mano tesa e gli occhi sempre nuovi sul mondo.

Approcciandomi a questo romanzo, non ho resistito alla tentazione di spezzettarlo, per ricomporlo sotto altre forme, per scrutare anche le ombre proiettate della storia. Lo sbriciolo allora in grana finissima e provo a riamalgamare il tutto, cercando di rispondere a quattro semplicissimi quesiti. Chi, dove, quando, cosa.

Chi: il Moro. Il Moro e una serie di comprimari. Forse di spalle, che lanciano il velocista per la volata decisiva. Ho provato a immaginarli muoversi in doppio. La Bellina e il padre di Irene, il Pagliaccio e Viper, Sfinge-Pennello(unica entità) e Iris, il fratello e il capo rom, Denis e Viviana, la psicologa e il professore, Irene e Sophie. Ognuno di loro ha un punto di contatto che ne intreccia le storie distanti, oppure rappresenta la somma dei due poli magnetici del Moro.

Dove: la Chiusa. Il paese, dal nome evocativo, che racchiude tutte le scenografie: la casa di famiglia, il Silver e il Mondo, il parco, la scuola. Sembra tutto girare in questi stretti confini, che in fin dei conti danno anche un certo senso di sicurezza. L'unico elemento esterno alla Chiusa è il rave a Pisa, che rappresenta infatti un momento di rottura, un collegamento esterno di difficile digestione.

Quando: da un’estate all'altra. E' un tempo scolastico, scandito dai ritmi di uno studente.

Cosa: la lotta per la sopravvivenza.

Più proseguivo nella lettura più cresceva in me una sensazione pungente. Poco oltre la metà del libro mi sono accorto infatti che il Moro aveva su di me un effetto urticante. C'era quasi da aggrovigliarsi le budella per quanto mi faceva incazzare. Ma come fai? Ma perché? Quanta pazienza ci vuole con te, Moro? Non le vedi quelle pale che girano al vento? Avrei voluto urlargli, scuoterlo con forza: non riuscivo a capire tanta cecità. La soluzione alla mia incredulità (non la scusante) è saltata fuori all'improvviso. Sono stati i suoi sedici anni a placare la mia smania e a ricordarmelo è stato uno scambio di battute tra il Moro e il professore:

- E con questo?

Tutti si voltano verso di me. Lo voglio demolire. Non mi frega di essere bocciato di nuovo, ma intanto lo voglio stanare, è un piccolo animaletto che si fa forte della nostra paura.

- E con questo, Morelli, credo che non sia giusto.

- Chi se ne frega dell’Africa.

- Fa parte del mondo, le loro risorse sono anche le tue, anzi…

- Chi se ne frega - ripeto scandendo le parole.

Lui se ne sta lì a fissarmi.

- Vuoi spiegare a me e ai tuoi compagni questa tua presa di posizione interessante?

Ma certo, caro Gesù, ti spiego subito che non me ne può fregare di meno di tutto quanto. Quanto ti piacerebbe che venissi anche io a confessarmi sotto la tua sottana di prete mancato?

- Da un po’ di tempo tutti a preoccuparsi dell’Africa, degli immigrati, della fame nel mondo… e come stiamo noi non ce lo chiede nessuno.

- Tu come stai, Federico?

Un silenzio imbarazzato cala nell’aula. Il prof mi guarda serio, come se si aspettasse davvero una risposta, i miei compagni invece hanno gli occhi luccicanti di chi attende un colpo di teatro.

- Non le interessa davvero come sto.

- Forse ti sbagli.

- Forse si sbaglia lei.

Ci guardiamo, non c’è altro da aggiungere.


Gabriele Cesana Gabriele Cesana